Alcuni registi di genere, tra cui molte donne, invece che assecondare le pressioni del pubblico, preferiscono coltivare e definire i propri percorsi e le proprie idiosincrasie. Tra questi ci sono i due fratelli australiani Danny e Michael Philippou che al loro inquietante esordio Talk to me (2022) hanno fatto seguire un altro imperativo, Bring her back. A parte la grammatica del titolo, entrambi i film traggono slancio da traumi familiari e mostrano una straordinaria sensibilità rispetto ai loro personaggi emotivamente spezzati. Dopo la morte del padre, Andy e la sorellastra Piper sono affidati per tre mesi a Laura (Sally Hawkins), madre temporanea accogliente, un po’ svampita, che vive in una casa decadente insieme a un bambino, anche lui in affidamento, muto e quasi selvaggio. Gli effetti visivi del film sono tosti, ma più sopportabili della crescente angoscia. È evidente la volontà degli autori di spezzarci il cuore, infliggendo pene terribili agli innocenti. Jeannette Catsoulis, The New York Times
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Questo articolo è uscito sul numero 1624 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati