Quando Lorde è emersa nel 2013 con il singolo Royals, ha stupito tutti per il talento che andava oltre i suoi sedici anni. Non sorprendeva, invece, la certezza con cui criticava l’élite e il culto delle celebrità. Pure heroine, il suo album di debutto, era pieno di quella sicurezza adolescenziale su quello che è giusto o sbagliato nella cultura pop. Crescendo, la cantante neozelandese ha esplorato emozioni più complesse in Melodrama (2017) e in Solar power (2021), dove dichiarava: “Se cerchi un salvatore, non sono io”. Ora con Virgin abbraccia l’incertezza senza scusarsi. Hammer, la canzone d’apertura, recita: “Sono pronta a sentirmi senza risposte”, mentre What was that resta sospesa nella confusione nata dalla fine di una storia d’amore, con una domanda che rimane irrisolta. In Favourite daughter, dedicata alla madre, Lorde offre versi incisivi come “Ero una cantante / tu la mia fan / quando a nessuno importava”. Il pezzo parla di sacrifici e ansie che vanno affrontati anche da adulti. Nonostante i testi forti, la produzione di Virgin manca di quella forza immediata che avevano pezzi come Green light. Tuttavia, in questo album Lorde ritrova la sua potenza vocale, passando dal sussurro al rap leggero, come in If she could see me now. Quando produzione, voce e testi si fondono in modo così fluido, il risultato è sublime. Alla fine, è proprio nelle zone grigie che Lorde sembra brillare di più. Ben Hewitt, Pitchfork

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Questo articolo è uscito sul numero 1621 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati