Ad aprile l’Associazione internazionale delle federazioni di atletica (Iaaf) ha deciso di escludere le gare dei cinquemila e diecimila metri dal calendario della Diamond league, una delle principali competizioni del mondo. Le due specialità sono dominate dagli atleti africani, soprattutto etiopi e keniani. Dei quattordici appuntamenti della Diamond league organizzati ogni anno, dieci si svolgono in Europa, mentre gli altri sono ospitati da Marocco, Stati Uniti, Cina e Qatar. Dopo le Olimpiadi e i campionati del mondo, la Diamond league rappresenta la principale fonte di visibilità, e quindi di guadagno, per gli atleti.
Le discriminazioni da parte delle istituzioni che governano il mondo dell’atletica non sono una novità. Ne è un esempio il tentativo di escludere dalle competizioni Caster Semenya, una mezzofondista e velocista sudafricana affetta da iperandrogenismo, una condizione di eccessiva produzione di ormoni maschili. Preoccupati per il suo dominio in pista, i vertici della Iaaf hanno scelto di attaccarla sollevando questioni di genere. Le hanno chiesto di sottoporsi a terapie per ridurre il livello di testosterone, invocando “l’uguaglianza” e “pari opportunità per tutti”.
Il 1 maggio il tribunale arbitrale internazionale dello sport di Losanna (Tas) ha respinto il ricorso presentato da Semenya, che chiedeva di cancellare le regole introdotte dalla Iaaf. In questo modo ha escluso dalle competizioni non solo l’atleta sudafricana ma anche l’atleta del Burundi Francine Niyonsaba, arrivata seconda negli 800 metri piani (dietro Semenya) alle Olimpiadi di Rio del 2016. Come hanno sperimentato sulla loro pelle molti africani (e soprattutto molte africane), in questo modo la Iaaf cerca di togliere agli atleti anche la loro dignità.
Tra qualche anno, quando la storia condannerà l’intolleranza della federazione e qualcuno borbotterà una scusa contorta per giustificare quello che sta succedendo, sarà troppo tardi per salvare le carriere che oggi vengono distrutte. Per questo non dobbiamo tollerare che talenti eccezionali siano rovinati. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati