La morte dell’ex presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh solleva dubbi sul futuro di questo paese martoriato dalla guerra. Secondo gli osservatori è probabile che gli attacchi della coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro i ribelli houthi s’intensificheranno. Saleh è stato ucciso il 4 dicembre dai combattenti houthi, suoi ex alleati. La morte dell’ex presidente è considerata un “colpo durissimo” per il suo schieramento, sostiene Hakim al Masmari, direttore dello Yemen Post. “La sua abitazione è rimasta sotto assedio per due giorni e alla fine è stata attaccata. Saleh è fuggito, ma poi è stato trovato morto in un veicolo che si era scontrato con gli houthi a un posto di blocco”.

Saleh, che ha governato lo Yemen per più di trent’anni, il 2 dicembre in un discorso in tv aveva invitato la coalizione guidata dai sauditi a interrompere l’assedio del pae­se. Aveva anche rotto i legami con i ribelli sciiti houthi, dicendo di essere aperto al dialogo con la coalizione saudita che è in guerra contro di loro da più di due anni. Riyadh aveva gradito il suo intervento, che gli houthi avevano invece definito un “colpo di stato”. Nel 2015 l’Arabia Saudita, insieme ad altri paesi musulmani sunniti, era intervenuta nello Yemen per ripristinare il governo del presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, rovesciato dagli houthi l’anno prima. La fragile alleanza di Saleh con la guerriglia sciita era stata interpretata come un tentativo di creare una coalizione tra il suo partito, il Congresso generale del popolo (Gpc), e quello degli houthi, Ansar Allah, che in passato erano stati avversari.

Negli ultimi giorni la coalizione guidata dai sauditi ha aumentato gli attacchi aerei nelle zone controllate dagli houthi a Sanaa, prendendo di mira l’aeroporto abbandonato e il ministero dell’interno. Secondo Joost Hiltermann, direttore del programma sul Medio Oriente dell’International crisis group, la rottura dell’alleanza tra gli houthi e Saleh “aumenterà la frammentazione e inasprirà il conflitto, aggiungendo l’elemento della vendetta. Il Gpc potrebbe spaccarsi ulteriormente e molti potrebbero unirsi ai gruppi che combattono contro i ribelli sciiti”. In questo caso, sostiene Hiltermann, “non ci saranno vincitori”.

Gli ultimi sviluppi sono un grave colpo per la coalizione, in cui hanno un ruolo rilevante anche gli Emirati Arabi Uniti. Secondo Hiltermann “i paesi della coalizione speravano che Saleh riuscisse a sottomettere gli houthi, ma le cose stanno andando diversamente, dimostrando che la loro strategia ha fallito”. All’inizio dell’anno era trapelata la notizia che durante i colloqui con alcuni ex funzionari statunitensi Riyadh aveva espresso il desiderio di mettere fine alla guerra nello Yemen. Anche se non sono state prese misure ufficiali per il ritiro, secondo Hiltermann ora l’Arabia Saudita ha “meno possibilità per negoziare un’uscita dal conflitto”.

Un nuovo livello

Se la coalizione saudita aumenterà i bombardamenti, a farne le spese saranno soprattutto i civili. A ottobre la coalizione ha imposto un blocco sullo Yemen, dove l’80 per cento degli abitanti ha bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere. Il 25 novembre, in seguito alla pressione internazionale, è stato concesso l’ingresso di alcuni aiuti.

Da sapere
L’evoluzione della guerra

Gennaio 2011 Sull’onda delle primavere arabe, nello Yemen scoppiano delle proteste contro il presidente Ali Abdullah Saleh, al potere da 33 anni.

**Novembre **Dopo essere stato ferito in un attentato, Saleh accetta di lasciare il potere al suo vice, Abd Rabbo Mansur Hadi.

Settembre 2014 Sentendosi esclusi dal nuovo assetto del potere, i ribelli houthi, originari del nord del paese e seguaci dello zaidismo, una variante dell’islam sciita, entrano a Sanaa.

Gennaio 2015 Gli houthi rovesciano il governo del presidente Hadi.

Marzo Sostenuti dalle truppe di Saleh, gli houthi lanciano un’operazione per conquistare il sud del paese. Hadi scappa in Arabia Saudita. Contro gli houthi si schierano milizie sunnite, clan tribali e l’esercito fedele al governo di Hadi, sunnita. Il 26 marzo una coalizione guidata dall’Arabia Saudita avvia una campagna militare contro gli houthi.

Marzo 2017 Nello Yemen milioni di persone sono a rischio carestia e colera. L’Onu parla della peggiore crisi umanitaria del mondo.

4 novembre L’Arabia Saudita intercetta un missile lanciato sulla capitale Riyadh dal territorio yemenita in mano agli houthi.

6 novembre Riyadh impone un blocco terrestre, aereo e navale sullo Yemen.

25-26 novembre Il blocco viene alleggerito e alcuni aiuti umanitari entrano nel paese.

29 novembre A Sanaa scoppiano scontri tra gli houthi e i sostenitori di Saleh.

2 dicembre In un discorso televisivo Saleh dice di essere aperto al dialogo con la coalizione saudita.

4 dicembre Saleh viene ucciso in uno scontro con gli houthi.


Secondo Andreas Krieg, analista politico al King’s college di Londra, nell’immediato futuro l’instabilità del paese aumenterà, dato che Saleh “era un elemento di unione”. È probabile che ci sarà un cambiamento di alleanze sul terreno. “La guerra raggiungerà un nuovo livello”, afferma Krieg, e anche se Riyadh vuole uscire da questo costoso conflitto, “non ha via d’uscita”.

La morte di Saleh lascia aperta anche la questione della successione alla guida del Gcp. Gli osservatori si chiedono se i suoi sostenitori finiranno per dichiarare fedeltà agli houthi o si alleeranno con altre figure di spicco del partito. Il figlio di Saleh, Ahmed, ex comandante della Guardia repubblicana dell’esercito yemenita, vive negli Emirati da più di quattro anni. Tareq Mohammed Abdullah Saleh, nipote dell’ex presidente, è un militare e per anni è stato suo consigliere. Secondo Al Masmari, Tareq potrebbe prendere la guida delle operazioni militari contro i ribelli houthi.

Gamal Gasim, che insegna studi mediorientali alla Grand Valley state university, negli Stati Uniti, sostiene che la situazione a Sanaa potrebbe rimanere stabile se i ribelli rafforzeranno il controllo sulla città. Ma se Tareq ottenesse il sostegno della guardia repubblicana e delle tribù sinhan, a cui apparteneva Saleh, potrebbe prevalere il caos. “Resta da vedere se Ahmed Saleh vorrà tornare nello Yemen e prendere le redini delle forze fedeli al padre”, spiega Gasim, facendo notare che in questo caso avrebbe bisogno del sostegno di Riyadh e Abu Dhabi. “Il tempismo è fondamentale. Se vogliono farcela, devono agire subito”. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati