questo articolo ci è stato inviato da una ragazza anonima (che si firma come Mary Black) due giorni dopo l’uccisione di Carlo Giuliani a Genova. Anche se non condividiamo l’opinione dell’autrice sulle tattiche dei black bloc, abbiamo deciso di pubblicare questo intervento per esporre il punto di vista dei black bloc, scarsamente analizzato dalla maggior parte dei media, anche i più progressisti.
Faccio parte di un gruppo che, a dir poco, sembra paramilitare. Indossiamo uniformi dall’aria volutamente minacciosa: fazzoletti neri, pantaloni neri militari stracciati, felpe nere con il cappuccio (la bandiera rossa e nera o le toppe con gli slogan sono opzionali) e stivali neri lucidi (o, per i più delicati, scarpe da ginnastica nere malandate).
Si tratta dei black bloc, un gruppo internazionale composto da individui che si associano in una rete molto aperta. Non abbiamo una piattaforma politica, non dobbiamo firmare nulla o andare a nessuna riunione per aderire al gruppo. Interveniamo a ogni genere di manifestazione, da quelle per la liberazione di Mumia Abu Jamal a quelle contro le sanzioni all’Iraq, e a quasi tutte le riunioni delle organizzazioni finanziarie e politiche internazionali, dall’Organizzazione mondiale del commercio ai G8. Sebbene la maggior parte degli anarchici non indosserebbe mai un fazzoletto nero sul viso né romperebbe le vetrine di McDonald’s, siamo quasi tutti anarchici.
Quasi tutti i militanti del black bloc che conosco durante il giorno lavorano per organizzazioni non profit. Alcuni sono insegnanti, sindacalisti o studenti. Altri non hanno un impiego a tempo pieno, e passano la maggior parte del tempo a lavorare per migliorare la vita delle loro comunità: avviano progetti di giardini urbani, creano biblioteche itineranti, cucinano per gruppi come Food not Bombs. Sono persone che pensano e si preoccupano per gli altri, e che, se non avessero idee politiche e sociali così radicali, potrebbero essere paragonate alle suore, ai preti e a tutti quelli che vivono al servizio degli altri.
Giovani e bianchi
Non siamo tutti uguali e non crediamo tutti nelle stesse cose. Tra i black bloc ho conosciuto persone che vengono da posti lontani come Città del Messico e Montreal. La nostra immagine stereotipata è giusta su un punto: siamo per lo più giovani e bianchi, ma non siamo in prevalenza uomini. Quando sono vestita da capo a piedi in abiti neri e larghi, e ho la faccia coperta, molti pensano che io sia un uomo. Inoltre il comportamento dei dimostranti del black bloc non è molto femminile, quindi i giornalisti spesso credono che siamo quasi tutti uomini.
Chi aderisce al black bloc può semplicemente marciare con il resto del gruppo, mostrando solidarietà agli altri e dando visibilità agli anarchici, oppure può intensificare la protesta, scaldare l’atmosfera e spingere gli altri a chiedere qualcosa di più della semplice riforma di un sistema corrotto. Gli slogan scritti sui muri con la vernice spray, la distruzione dei beni delle grandi multinazionali e la creazione di blocchi stradali con materiali trovati sul posto rientrano nella nostra tattica.
I black bloc sono un fenomeno piuttosto recente, nato probabilmente negli Stati Uniti all’inizio degli anni Novanta come evoluzione delle tattiche di protesta utilizzate in Germania negli anni Ottanta. In parte potrebbe anche essere una risposta alla dura repressione dell’Fbi contro i gruppi di attivisti negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Dato che ormai è impossibile formare un gruppo di attivisti radicali senza timore di infiltrazioni e azioni di disturbo da parte della polizia, c’è chi pensa che l’unico modo significativo di protestare sia l’azione diretta nelle strade, pianificata al minimo e condotta in piccoli gruppi di amici.
Anche se non la pensiamo tutti allo stesso modo, abbiamo alcune idee in comune. La prima è quella che sta alla base della filosofia anarchica, e cioè che non ci servono – né vogliamo – governi o leggi che ci dicano quello che dobbiamo fare. Quello che vogliamo è una società in cui tutti siano veramente liberi, in cui il lavoro e il gioco siano condivisi, e in cui le persone bisognose possano contare su una comunità fondata sull’aiuto volontario e reciproco. Oltre a questo ideale di società, crediamo che lo spazio pubblico sia di tutti. Abbiamo il diritto di andare dove vogliamo e i governi non dovrebbero avere il diritto di controllare i nostri movimenti, soprattutto quando ci sono incontri segreti come quelli dell’Organizzazione mondiale del commercio, che prende decisioni che riguardano milioni di persone.
Siamo convinti che distruggere le proprietà delle multinazionali che opprimono e sfruttano la gente sia un metodo di protesta utile e accettabile. Pensiamo di avere il diritto di difenderci quando siamo fisicamente in pericolo, come davanti ai gas lacrimogeni, ai manganelli o ai blindati delle forze dell’ordine. Rifiutiamo l’idea che la polizia sia autorizzata a controllare le nostre azioni.
Il diritto di controllare
Viviamo in una società razzista, omofoba e sessista e se questi pregiudizi non vengono estirpati dalla nostra società non possono essere cancellati dalla mente dei poliziotti che impongono il rispetto delle regole. Più in generale viviamo in una società che ha accettato di dare ad alcune persone il diritto di controllare l’operato di altre. Questo crea uno squilibrio di potere che non può essere risolto neanche riformando la polizia. Il problema non è solo che la polizia abusa del proprio potere, ma che la sua stessa esistenza è un abuso di potere. La maggior parte di noi ritiene che se i poliziotti ci impediscono di andare dove vogliamo o di fare quello che vogliamo, abbiamo il diritto di affrontarli direttamente. Alcuni di noi arrivano a pensare che sia accettabile aggredirli fisicamente. Vorrei sottolineare che questo punto è oggetto di discussione anche tra i black bloc, ma anche spiegare che molti di noi credono nella rivoluzione armata, e in quel contesto attaccare la polizia non è sbagliato.
Sia i mezzi d’informazione conservatori sia quelli di sinistra hanno dibattuto a lungo sul black bloc. La maggior parte sembra concordare su un giudizio negativo. I media conservatori sono giunti alla conclusione che è un gruppo molto pericoloso, mentre quelli progressisti lo condannano ma si consolano notando che i suoi militanti non sono numerosi. Tutti sono d’accordo nel definire violenti i black bloc. Il concetto di violenza è ambiguo. Non mi è del tutto chiaro quali azioni sono violente e quali non lo sono. E in quali casi un’azione violenta può essere considerata autodifesa. Usare la parola violenza per descrivere la rottura delle vetrine di un negozio della Nike fa perdere significato alla parola. La Nike fabbrica scarpe con prodotti chimici tossici, in paesi poveri e sfruttando i lavoratori. Poi le vende a prezzi enormemente gonfiati ai bambini neri poveri del primo mondo. Secondo me, questo significa togliere risorse alle comunità povere di entrambe le parti del mondo, facendo aumentare la povertà e la sofferenza. Credo che la povertà e la sofferenza possano essere definite forme di violenza, o almeno produttrici di violenza.
Che violenza è rompere una vetrina della Nike? Fa un gran rumore: forse per questo è considerata violenza. Ci sono dei vetri rotti, con i quali qualcuno potrebbe farsi male, anche se di solito intorno alla vetrina ci sono solo i manifestanti del black bloc che sanno benissimo i rischi che corrono. Ci sono poi i soldi che un’azienda multimiliardaria deve sborsare per sostituire la vetrina. Questa è violenza? È vero che alcuni dipendenti sottopagati della Nike dovranno ripulire tutto, e questo ci dispiace, ma anche il vetraio della zona avrà un piccolo guadagno in più.
Un piccolo mattone
Come tattica di protesta, l’utilità della distruzione di beni è limitata ma importante. Fa accorrere i giornalisti sul posto e trasmette il messaggio che quelle aziende apparentemente inattaccabili in fondo non lo sono. Le persone che partecipano alla manifestazione e quelle che sono a casa davanti alla tv possono vedere che un piccolo mattone, nelle mani di una persona motivata, è in grado di abbattere un muro simbolico. Rompere una vetrina della Nike non mette in pericolo la sicurezza di nessuno, ma spero faccia capire alla gente che non mi basta che la Nike si comporti meglio, voglio che chiuda e non ho paura di dirlo.
La critica principale che la sinistra ha rivolto ai black bloc è che con il loro comportamento screditano anche gli altri manifestanti. Capisco che sia frustrante per chi ha passato mesi a organizzare una manifestazione vedere che un gruppo di giovani dall’aria minacciosa ottiene tutta l’attenzione della stampa. Tuttavia quello che questa critica non dice è che i mezzi d’informazione ufficiali non spiegano mai i veri contenuti delle proteste.
I mass media non parlano quasi mai né delle manifestazioni più radicali né di quelle pacifiche, e meno che mai cercano di approfondirne i motivi. Anche se mi piacerebbe che la stampa si occupasse di tutte le forme di protesta o, cosa ancora più importante, dei problemi che ne sono all’origine, so che le tattiche dei militanti radicali attirano di più la loro attenzione. E penso che questo sia positivo.
Il mio impegno politico è cominciato durante la Guerra del Golfo e mi sono resa conto quasi subito che la partecipazione di un gran numero di persone a una manifestazione non basta per attirare l’attenzione dei media. Ho passato settimane a organizzare marce contro la guerra. A una di queste hanno partecipato migliaia di persone, ma come al solito i giornali e le televisioni ci hanno ignorato. Invece, la prima volta che qualcuno ha rotto una vetrina durante una manifestazione, improvvisamente eravamo in tutti i telegiornali all’ora di maggiore ascolto. L’atteggiamento dei manifestanti antiglobalizzazione negli ultimi due anni ha innegabilmente contribuito a far crescere l’attenzione e adesso tutti ne parlano.
Anche se il merito di questo non va solo al black bloc (una miriade di strategie creative e innovative hanno contribuito ad attirare l’occhio volubile dei media nella direzione della sinistra), penso che George Bush ii si sia sentito costretto a rivolgersi direttamente ai manifestanti durante il G8 di Genova a causa dell’attenzione che il nostro movimento sta finalmente ottenendo.
Volti mascherati
Una seconda critica espressa dalla sinistra, e in particolare da altri manifestanti non appartenenti al black bloc, riguarda il fatto che siamo mascherati. Sia i manifestanti sia i poliziotti spesso mi gridano di togliermi la maschera. Questo è impossibile per la maggior parte di noi. Quello che facciamo è illegale. Crediamo nella militanza, nel metodo dell’azione diretta. Sappiamo benissimo che la polizia fotografa e riprende le manifestazioni, anche se legalmente non potrebbe. Se ci scoprissimo il volto correremmo un grave rischio.
Le maschere hanno anche una valenza simbolica. Anche se ci sono sicuramente persone che desiderano migliorare la propria posizione o diventare famosi negli ambienti anarchici, per i black bloc vale il principio che il gruppo viene sempre prima dell’individuo. Raramente rilasciamo interviste alla stampa (e quelli di noi che lo fanno di solito vengono criticati o guardati con sospetto). Agiamo in gruppo perché la sicurezza sta nel numero e un gruppo può ottenere molto di più di una serie di individui, ma anche perché rifiutiamo la competizione dei singoli per emergere sugli altri. Non vogliamo divi o portavoce. L’anonimato del black bloc è in parte un modo per evitare i problemi sorti in passato nei movimenti per i diritti civili, contro la guerra, per i diritti delle donne o contro il nucleare. L’esistenza di leader carismatici nella sinistra ha prodotto non solo lotte interne e gerarchie, ma ha anche offerto all’Fbi e alla polizia facili bersagli che, se uccisi o arrestati, lasciano il loro movimento allo sbando. Gli anarchici rifiutano le gerarchie e sperano di creare un movimento che resista ai tentativi di destabilizzazione e infiltrazione della polizia.
Dubbi e critiche
Anch’io ho le mie riserve su quello che faccio e sull’efficacia dei miei metodi di protesta. Distruggere la proprietà privata, scrivere sui muri e apparire minacciosi in tv chiaramente non basta per scatenare una rivoluzione. I black bloc non cambieranno il mondo. Non mi piace la sensazione di pericolo, o almeno la paura del pericolo, che provano molte persone durante le manifestazioni – penso in particolare ai bambini, alle donne incinte e agli anziani. Non sopporto l’uso di un gergo pseudomilitare, pieno di parole come “comunicato” e “blocco”, da parte dei miei “compagni”. Ma soprattutto odio sentirmi insultata insieme ai miei amici da tutti i gruppi organizzati tradizionali e da tutti i mezzi d’informazione di sinistra, da Mother Jones al tanto amato Indymedia.org. Anche se questo non vale per tutti i membri del black bloc, rispetto le strategie della maggior parte delle altre formazioni di sinistra. Alle manifestazioni cerco di utilizzare le nostre tattiche per proteggere i nonviolenti o per distogliere da loro l’attenzione della polizia. Quando questo non è possibile, cerco solo di tenermi lontano dai manifestanti pacifici.
Nonostante i miei dubbi, penso che le azioni dei black bloc siano forme di protesta utili. Continuerò a partecipare alle manifestazioni in questo modo, e chiunque voglia unirsi a me sarà il benvenuto. I mattoni sono facili da trovare e i bersagli sono a portata di mano, come il McDonald’s del vostro quartiere. ◆ bt
Negli Stati Uniti dietro al nome black bloc si ritrova una miriade di organizzazioni non collegate tra loro. Navigando su internet si può risalire da una qualsiasi di queste formazioni a molte altre affini. Per esempio partendo dal Blocco antiautoritario rivoluzionario, si trovano facilmente la Lega del calcio anarchica (New Brunswick), la Federazione anarchica della croce nera (Houston), il Collettivo per giorni migliori (Lansing), la Voce degli inquilini (Kansas), o più semplicemente gli Anarchici anonimi (Minneapolis). I black bloc hanno fatto la loro comparsa per la prima volta negli Stati Uniti, durante le manifestazioni a Seattle nel dicembre del 1999. In passato si erano già fatti vedere in occasione delle proteste contro la Guerra del Golfo. Il loro nome deriva dall’espressione usata dalla polizia tedesca per indicare i gruppi di estrema sinistra negli anni Ottanta. Un documento che risale alle manifestazioni di Seattle, il cosiddetto Comunicato del 30 novembre degli anarchici del black bloc, spiega le tattiche del gruppo e ne giustifica le azioni: “Quando rompiamo una vetrina, vogliamo distruggere la fragile facciata di legittimità dietro cui si nasconde la proprietà privata. Allo stesso tempo ci liberiamo delle relazioni sociali distruttive e violente che ci sono state inculcate. Distruggendo la proprietà privata, trasformiamo il suo scarso valore in qualcosa di più prezioso. Dopo le manifestazioni nessuno vedrà più nello stesso modo una vetrina o un martello. L’uso potenziale di una città si è moltiplicato per mille”. I black bloc non si definiscono un’organizzazione strutturata, ma “un gruppo occasionale di anarchici, che partecipano alle manifestazioni. Il black bloc è una tattica, simile alla disobbedienza civile”. El País
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Questo articolo è uscito sul numero 397 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati