Non sono particolarmente coraggioso e quindi venerdì 20 luglio, dopo la prima carica e dopo essere stato fermato, ho cercato di prendere le cose con filosofia. Gli scontri nelle strade e i pestaggi vanno messi in conto, anche se per noi che crediamo ancora nei diritti civili sono una vera sofferenza.
Le botte più forti e il taglio che ho in testa li devo a un reparto antisommossa dei carabinieri. Mi hanno caricato su una camionetta e mi hanno picchiato fino a quando non si sono spaventati per il sangue che mi usciva a fiotti dalla testa. Allora mi hanno trasferito su un’ambulanza, con i polsi legati con delle fascette di plastica così strette che ho ancora una parte della mano sinistra addormentata.
Sull’ambulanza ho dovuto subire le aggressioni verbali dei carabinieri. Minacciavano di ammazzarmi e mi insultavano continuamente. L’attesa è stata eterna finché, due o tre ore dopo, hanno deciso di portarmi in ospedale, dove credevo che sarebbe andato tutto meglio. Povero illuso. Quando me ne sono reso conto ho cominciato a darmi da fare. Sono riuscito a chiamare un compagno e a chiedergli di aiutarmi a uscire e, soprattutto, che di portarmi un gin-tonic. Mi hanno cucito la testa, mi hanno fatto una radiografia e mi hanno curato le ferite. Ho pensato di uscire dall’ospedale per conto mio e magari di nascondermi, per evitare che mi portassero al commissariato. Ma poi non l’ho fatto perché temevo che le conseguenze potessero essere peggiori. Ora mi rendo conto di avere sbagliato.
Ho cercato di vedere se c’erano altri attivisti feriti. Ho parlato con l’uomo che era davanti a me e gli ho chiesto come stava. Non era stato ferito gravemente. Abbiamo cominciato a chiacchierare e mi sono sentito meglio. Improvvisamente è passato un uomo vestito di scuro su una sedia a rotelle e io ho cercato di chiedergli qualcosa, ma siccome lo stavano portando via in gran fretta non ho fatto in tempo. Allora ho alzato il pugno per dirgli “stammi bene, compagno”. Mi sbagliavo: era un carabiniere.
Passata la visita medica, dopo neanche dieci secondi che è arrivato un poliziotto in borghese e mi ha riportato in strada, dove ho visto il grande dispositivo che avevano organizzato: furgoni, autobus, agenti in divisa e in borghese. Mi hanno fatto salire su un’auto della polizia e abbiamo attraversato il centro della città a tutto gas. E così sono riuscito a superare – finalmente – le barriere che impedivano l’ingresso nella zona rossa. Sarebbe stato meglio farlo in un altro modo, come avevamo progettato io e i miei compagni.
Vere e proprie torture
Mi hanno portato in un commissariato, dove mi hanno messo in fila con altri compagni. Poi ci hanno diviso in diverse stanze. Mi hanno spinto bruscamente contro la parete, con la testa appoggiata al muro, e mi hanno vuotato le tasche. Sono rimasto così per parecchio tempo e giù altri insulti, altre botte, altri ordini assurdi o domande a cui non puoi rispondere perché non capisci l’italiano, con la conseguente punizione. Sentivamo grida di dolore, e non erano urla causate da calci o pizzicotti, ma da vere e proprie torture. Siamo rimasti in piedi davanti alla parete per tre o quattro ore. Ci continuavano a picchiare e ci obbligavano a gridare “Viva il Duce”. Ho cominciato ad avere paura. Tutti gli agenti antisommossa che passavano di lì ci mollavano pugni e calci. Poi mi hanno portato in un altro posto buio. Mi sono reso conto che stavano torturando un ragazzo. Urlava disperatamente. Ricordo che gli dicevano: “Non gridare, soffri e zitto”. Volevano distruggerci il morale.
Speravo di finire nelle mani di un poliziotto meno bestiale. Quando è arrivato il mio turno il poliziotto ha cominciato a darmele non troppo forte per vedere dove mi faceva più male, cioè dove avevo i segni delle botte dei carabinieri già curate in ospedale. In questo modo non avrei potuto dimostrare che me li avevano fatti di nuovo in commissariato.
Dopo questo bagno di dolore (anche se la cosa peggiore era la sensazione di rabbia e di impotenza), mi hanno portato a riempire la scheda della polizia, e lì ho sentito il nome del gruppo: unità di intervento mobile. Invece di farla finita, mi hanno costretto a firmare otto fogli in bianco. Un agente mi ha portato nell’atrio dell’edificio contiguo e un altro mi ha tirato violentemente per il braccio, mi ha spinto in una sala e mi ha dato delle carte da firmare mentre continuava a picchiarmi. Poi mi ha trascinato fuori e mi ha fatto passare davanti a vari agenti antisommossa che hanno ricominciato a insultarmi, a spingermi e a sputarmi addosso. Quando mi hanno scacciato dal commissariato li ho supplicati di restituirmi le mie cose. Mi avevano preso lo zaino, il passaporto, il cellulare e i soldi. Alla fine uno degli agenti che era fuori è rientrato dentro ed è tornato con la mia roba. Quello che ho vissuto nel commissariato è stato deciso dall’alto, da chi ha permesso di picchiare, sparare e aggredire. A me in fondo è andata bene. Sono riuscito a ritrovare i compagni di Madrid con cui avevo viaggiato e a rivedere le persone che amo. gc
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Questo articolo è uscito sul numero 397 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati