Circa 250 persone risultano disperse dopo che un’imbarcazione con a bordo rifugiati rohingya e cittadini bangladesi ha fatto naufragio nel mar delle Andamane, nell’oceano Indiano, hanno annunciato il 14 aprile l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).

L’Unhcr e l’Oim hanno precisato che il peschereccio, con a bordo quasi trecento persone tra uomini, donne e bambini, si è rovesciato a causa dei forti venti, del mare agitato e del sovraffollamento. L’imbarcazione era partita da Teknaf, nel sud del Bangladesh, ed era diretta in Malaysia.

Rafiqul Islam, uno dei sopravvissuti, ha raccontato alla Reuters che lui e i suoi compagni di viaggio hanno trascorso quattro giorni in mare mentre le condizioni meteorologiche peggioravano rapidamente.

Ha affermato che nel tentativo di eludere la guardia costiera i trafficanti avevano rinchiuso i passeggeri in angusti compartimenti normalmente riservati al pesce e alle reti. “Non c’era quasi ossigeno”, ha dichiarato, aggiungendo che almeno trenta persone sono morte per soffocamento prima del naufragio.

“Questa tragedia mette in luce i devastanti costi umani di uno sfollamento prolungato e dell’assenza di soluzioni per i rohingya”, hanno affermato l’Unhcr e l’Oim.

Da anni molti membri della minoranza musulmana rohingya della Birmania cercano di raggiungere, a bordo d’imbarcazioni fatiscenti, i paesi vicini, tra cui Malaysia, Indonesia e Thailandia, per sfuggire alle persecuzioni in patria o ai campi profughi sovraffollati in Bangladesh.

L’Unhcr e l’Oim hanno invitato la comunità internazionale a intensificare il sostegno ai rifugiati rohingya in Bangladesh, nonché alle comunità che li ospitano.

Attualmente circa 1,2 milioni di rifugiati rohingya vivono nei campi profughi del sud del Bangladesh.

Nel 2017 le forze armate della Birmania avevano lanciato un’offensiva che aveva costretto almeno 730mila rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh. Una missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite aveva poi stabilito che erano stati compiuti “atti genocidari”.

La Birmania, un paese a maggioranza buddista, ha sempre negato di aver commesso atti genocidari e accusato la missione delle Nazioni Unite di non essere imparziale.