Circa settecento persone sono state uccise nelle proteste antigovernative in Tanzania, ha dichiarato il principale partito di opposizione del paese dell’Africa orientale.
La Tanzania, che conta 68 milioni di abitanti, è piombato nella violenza il 29 ottobre, giorno delle elezioni presidenziali e legislative, a cui non hanno potuto partecipare i due principali oppositori della presidente Samia Suluhu Hassan: uno è in carcere, l’altro non è stato ammesso a partecipare.
Il 29 ottobre un giornalista dell’Afp ha sentito forti spari nella capitale economica e città più grande del paese, Dar es Salaam, mentre centinaia di persone protestavano, dando anche fuoco a un commissariato di polizia. Le proteste si sono poi diffuse in tutto il paese.
“In questo momento il bilancio delle vittime a Dar es Salaam è di circa 350 morti e di oltre duecento decessi a Mwanza, nel nord. Se aggiungiamo i bilanci di altri posti, arriviamo a un totale di circa settecento morti”, ha dichiarato all’Afp un portavoce del partito Chadema, John Kitoka.
Il bersaglio delle proteste è Suluhu Hassan, diventata presidente della Tanzania dopo la morte di John Magufuli nel 2021, di cui era la vice. Oggi aspira a essere eletta.
Inizialmente lodata per aver allentato le restrizioni introdotte dal suo predecessore, è stata poi accusata di aver attuato un duro giro di vite nei confronti dei suoi critici, in particolare all’avvicinarsi del voto.
I siti web locali non sono stati aggiornati dal 29 ottobre, l’accesso a internet è stato bloccato e Hassan non ha commentato le violenze.
L’unica dichiarazione ufficiale è arrivata dal capo di stato maggiore dell’esercito, Jacob Mkunda, che ha definito i manifestanti “criminali”. “Chiedo ai tanzaniani di mantenere la calma. Le forze di difesa stanno riportando sotto controllo la situazione”, ha aggiunto.
I risultati delle elezioni non sono ancora noti. Lo spoglio dei voti è ancora in corso, con aggiornamenti regolari da parte della televisione nazionale, che non fa cenno ai disordini ma mostra, senza sorprese, una vittoria schiacciante del partito al potere, il Chama cha Mapinduzi di Suluhu Hassan.
Sull’isola di Zanzibar, importante meta turistica internazionale, il partito di governo è stato dichiarato vincitore delle elezioni locali il 30 ottobre. Ma la formazione di opposizione Act-Wazalendo, arrivato secondo, ha respinto i risultati, definendoli “fraudolenti” e chiedendo nuove elezioni.
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Un alto funzionario del partito ha dichiarato all’Afp che i seggi erano affollati, che le persone sono state autorizzate a votare più volte senza documenti e che gli osservatori elettorali sono stati allontanati dai seggi.
Il partito Act-Wazalendo è stato autorizzato a partecipare alle elezioni a Zanzibar, ma il suo candidato alla presidenza Luhaga Mpina è stato rimosso dalle liste nazionali.
Il partito Chadema è stato escluso dalle elezioni e ha chiesto il boicottaggio delle elezioni. Il suo leader, Tundu Lissu, arrestato ad aprile, è sotto processo per tradimento, un’accusa punibile con la pena di morte.
L’organizzazione per i diritti umani Amnesty International aveva denunciato un‘“ondata di terrore” caratterizzata da “sparizioni forzate” ed “esecuzioni extragiudiziali” nel periodo precedente al voto.