Almeno 33 persone sono morte nelle alluvioni e nelle frane, causate dalle forti piogge, che hanno colpito il territorio himalayano del Jammu e Kashmir, nel nord dell’India, hanno annunciato il 27 agosto le autorità locali.

Le vittime sono state travolte dall’acqua e dal fango lungo una strada che porta al tempio indù di Vaishno Devi, ha dichiarato all’Afp un responsabile dei soccorsi.

Secondo il servizio meteorologico indiano, due località hanno registrato livelli record di precipitazioni: 296 millimetri in ventiquattr’ore a Jammu, il 9 per cento in più rispetto al record del 1973, e addirittura 629 millimetri a Udhampur, l’84 per cento in più rispetto al record del 2019.

Le autorità locali hanno riferito che migliaia di persone hanno dovuto lasciare le loro case.

Le scuole sono rimaste chiuse e il capo dell’esecutivo locale, Omar Abdullah, ha dichiarato che in molte zone “le comunicazioni sono quasi inesistenti”.

Il primo ministro indiano Narendra Modi ha espresso “profonda tristezza” per le vittime e i loro familiari.

Alluvioni e frane sono frequenti nel nord dell’India durante la stagione dei monsoni, che va da giugno a settembre.

La situazione è però aggravata dagli effetti del cambiamento climatico, oltre che da carenze infrastrutturali.

Secondo gli esperti del Centro internazionale per lo sviluppo integrato della montagna (Icimod), catastrofi di questo tipo sono legate alla maggiore intensità delle piogge, all’ammorbidimento del permafrost (il suolo ghiacciato in permanenza), che aumenta il rischio di frane, e all’urbanizzazione selvaggia.

Pochi giorni fa l’Icimod aveva avvertito che la vasta regione dell’Hindu Kush-Himalaya sta subendo “un rapido scioglimento dei ghiacciai, cambiamenti nei modelli meteorologici e una crescente frequenza degli eventi catastrofici”, tra cui le alluvioni.