Quando si arriva alla fine della mostra di Sophie Calle inaugurata al Maxxi di Roma, si ha l’impressione di aver appena chiuso un romanzo con un finale toccante, a cui si continua a pensare per giorni. Calle racconta due tipi di storie, quelle che vive e quelle che si fa raccontare dagli altri: amici, familiari o perfetti sconosciuti. A volte si spinge fino a fingersi qualcun altro, accettare inviti a cena da persone che non ha mai incontrato prima o a ospitare gente a dormire nel suo letto per qualche ora. È una disponibilità a mettersi in gioco e a esporsi al rischio che attraversa ogni sua immagine e parola, ed è una delle ragioni per cui è così amata nel panorama della fotografia internazionale.

L’allestimento della mostra romana, la prima grande monografica in Italia, è stato curato da Simona Antonacci insieme all’artista e si apre con la serie Dolore squisito. In medicina questa espressione indica un dolore circoscritto a una zona molto precisa del corpo. Nel caso di Calle, la zona sembra essere il suo cuore, ma forse anche, ironicamente, un dito: quello di un suo ex compagno, che la lasciò con una scusa imbarazzante. La fine di quella relazione è raccontata in due parti: nella prima Calle crea un diario del suo tormentato viaggio in Giappone, scandito dal conto alla rovescia verso il giorno della separazione. Nella seconda, torna sul momento in cui il compagno l’ha lasciata e lo riscrive attraverso 36 fotografie identiche, che ritraggono un telefono rosso in una camera d’albergo, accompagnate da quasi altrettante versioni della storia.

La mostra Matrimoni Rotture Funerali inclusi al museo Maxxi di Roma (Vincenzo Labellarte, Per gentile concessione della Fondazione Maxxi)

I testi, scritti a distanza di cinque, dieci, venti e sessanta giorni, si assomigliano, ma cambiano leggermente a ogni nuova stesura. Il dolore è sempre lo stesso, eppure qualcosa si trasforma: con il passare del tempo, il ricordo perde lentamente intensità e anche le parole sbiadiscono, senza scomparire del tutto e si trasformano. Ossessione, rimpianto, dolore, rancore, rabbia e frustrazione si condensano in poche righe, quasi ripetitive, ma immediate e commoventi.

La ripetizione e la sintesi sono caratteristiche tanto delle immagini quanto dei testi di Calle. L’artista non si limita a descrivere ciò che mostra: a volte le parole richiamano dettagli delle immagini che ci erano sfuggiti, altre volte creano significati nuovi. In questa mostra Calle ci accompagna attraverso diverse forme della parola “fine” e del significato della perdita, trasformando esperienze intime come la rottura di una relazione, ma anche la morte della madre o del suo gatto, in racconti universali.

Il video della serie Voir la mer (Vincenzo Labellarte, Per gentile concessione della Fondazione Maxxi)

Con ironia, schiettezza e lucidità, Calle riesce a farci guardare la vita da una prospettiva diversa, restituendo qualcosa di familiare come se non lo avessimo mai visto. È quello che accade nell’ultima opera del percorso, Voir la mer, in cui ha accompagnato alcune donne e uomini a vedere il mare per la prima volta. Le opere di Calle sono un invito a guardare e a interrogarci anche su ciò che pensiamo di conoscere da sempre.

Questo testo è tratto dalla newsletter Fotografica.

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