Tra la Corea del Sud e l’Ucraina si sta consumando una crisi diplomatica cominciata un paio di settimane fa con uno scivolone del presidente Volodymyr Zelenskyj all’Assemblea generale dell’Onu, complicata da una rivelazione del Guardian su delle navi cisterna che da alcuni porti sudcoreani hanno trasportato gasolio in Russia, e degenerata due giorni fa con la decisione di Seoul di richiamare il suo ambasciatore a Kiev. Cosa sta succedendo?
In quanto alleata degli Stati Uniti, la Corea del Sud fa parte del fronte che sostiene l’Ucraina nella guerra contro la Russia, e negli ultimi anni i rapporti tra Seoul e Kiev si erano intensificati parallelamente all’avvicinamento di Mosca a Pyongyang. La guerra in Ucraina ha ridisegnato in parte gli equilibri in Asia Orientale, ravvivando i rapporti tra la Corea del Nord e la Russia, che dopo il crollo dell’Unione Sovietica si erano ridotti al minimo. Mosca dopo la seconda guerra mondiale aveva creato il regime dei Kim mettendo il capostipite, Kim Il-sung, a governare la neonata Repubblica popolare di Corea. Ma, terminata l’era sovietica, è stata la Cina a garantire la sopravvivenza del regime nordcoreano fino a oggi, e più per convenienza che per una reale affinità: se crollasse, Pechino di troverebbe a dover gestire 25 milioni di profughi poveri, malnutriti e senza istruzione. E senza la Corea del Nord, la Cina si ritroverebbe al confine le truppe statunitensi stanziate a sud del 38° parallelo.
Ma la guerra ha cambiato tutto. Improvvisamente Mosca aveva bisogno di qualcosa che Pyongyang poteva darle: armi, munizioni e carne da macello. Non che l’esercito nordcoreano sia dotato di armi sofisticate, ma via via che la guerra progrediva, alla Russia servivano grandi quantità di armi ordinarie e munizioni, e Pyongyang ha cominciato a fornigliele. Non solo: dal 2024 Kim Jong-un ha mandato migliaia di soldati ad addestrarsi in Russia per poi andare a morire in prima linea facendo da scudo ai soldati russi. Pyongyang usa i suoi militari come merce di scambio per avere da Mosca denaro, prodotti alimentari, gas e petrolio ma anche tecnologia utile per modernizzare i suoi armamenti, la difesa aerea in particolare, e un notevole bagaglio di esperienza sul campo per il suo esercito, che non combatte dai tempi della guerra di Corea.
È proprio in virtù di questi vantaggi sul piano militare portati a Pyongyang dal patto con Mosca che è nata la collaborazione tra Seoul e Kiev, minacciata ora dalle tensioni diplomatiche. Il 25 settembre, intervenendo a Palazzo di vetro, Zelenskyj ha mostrato le immagini di due soldati nordcoreani catturati vivi dall’esercito ucraino nel 2025, rivelando che erano da poco stati trasferiti in Corea del Sud, come da loro richiesto. L’iniziativa di Zelensky ha provocato l’ira del presidente sudcoreano Lee Jae-myung, che poche ore dopo su X ha criticato il suo omologo per aver reso pubbliche delle informazioni che dovevano rimanere riservate. Lee ha parlato di “violazione di un accordo di segretezza” tra i due paesi su una questione “estremamente sensibile”. Mentre gli ucraini negano l’esistenza di un accordo simile, in Corea del Sud le rivelazioni di Zelenskyj hanno suscitato le critiche dell’opposizione, che chiede conto a Lee di come siano andate le cose. Dopo aver preteso le scuse formali di Kiev, Seoul giovedì ha richiamato il suo ambasciatore in Ucraina Park Ki-chang.
A entrambi i paesi conviene risolvere in fretta la questione. Trovandosi tecnicamente ancora in guerra con il Nord, la Corea del Sud vanta uno dei più grandi arsenali di armi al mondo, e secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), Seoul è al nono posto nella classifica dei maggiori esportatori di armi al mondo, con una quota del 3 per cento delle vendite globali di armi tra il 2021 e il 2025. Da tempo Zelenskyj chiede a Seoul di fornire al suo paese sistemi di difesa aerea, ma la linea del governo sudcoreano è chiara: la legge gli impedisce di vendere armi a un paese in guerra, per questo finora ha contribuito allo sforzo bellico ucraino con forniture mediche, aiuti finanziari e attrezzature militari non letali come elmetti e dispositivi per lo sminamento.
Ad appesantire ulteriormente la situazione è arrivata una rivelazione del Guardian, secondo cui tra luglio e agosto 176mila tonnellate di carburante, soprattutto gasolio, sono state trasportate via mare dalla Corea del Sud alla Russia, in alcuni casi a bordo di navi cisterne sottoposte a sanzioni europee e britanniche. In un caso c’è stato il trasferimento da nave a nave in acque sudcoreane, un metodo usato per nascondere la provenienza di un carico. A causa degli attacchi dei droni ucraini, la Russia ha grosse difficoltà a raffinare il petrolio. Spiega il Guardian che “la produzione delle raffinerie è scesa a giugno al livello più basso degli ultimi vent’anni e secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia la produzione di gasolio è diminuita quasi del 30 per cento rispetto al 2025”. Anche se non violano le leggi nazionali, queste spedizioni “rischiano di far sembrare Seoul un anello debole negli sforzi occidentali per fare pressione su Mosca”, scrive il quotidiano, che aggiunge: “Da tempo la Corea del Sud cerca di bilanciare il suo sostegno all’Ucraina e il desiderio di migliorare i rapporti con Mosca”. Oltre all’invio a Kiev di aiuti umanitari e forniture militari non letali, nel 2023 Seoul ha promesso 2,3 miliardi di dollari di aiuti, la maggior parte sotto forma di prestiti.
Un consigliere del presidente ucraino sulle sanzioni, Vladyslav Vlasiuk, ha accusato Seoul di fornire carburante a Mosca, suscitando l’indignazione del governo sudcoreano, che all’inchiesta del Guardian ha risposto promettendo di aprire un’indagine. Tutto questo avviene in un momento in cui Lee Jae-myung sta cercando di destreggiarsi tra l’indebolimento dell’alleanza con gli Stati Uniti, non più data per scontata da Donald Trump, e la linea distensiva verso Pyongyang delineata dal presidente sudcoreano nel concetto di “pace al primo posto”, che per la prima volta antepone il dialogo alla denuclearizzazione. Lee vorrebbe riportare Trump e Kim Jong-un al tavolo dei negoziati, e non è escluso che accada. Ma per come sono andate le cose l’ultima volta, nel 2019 a Hanoi, le aspettative sono molto basse.
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