La pagina si apre con un’illustrazione: decine di persone reggono cartelli e hanno il pugno alzato in segno di protesta. Più in basso si vedono alcune di queste persone riverse a terra, altre in fuga da una nuvola che, si scopre guardando ancora più giù, è gas lacrimogeno sparato da un uomo in divisa inginocchiato davanti a delle barricate, “posizionate per controllare la folla”, è scritto nella didascalia.

Sono i disegni che aprono un’inchiesta di Reuters sulle proteste degli ultimi mesi in India organizzate dal Partito degli scarafaggi – il movimento della generazione Z indiana – e sul modo in cui il governo ha risposto aumentando la repressione. Scorrendo la pagina si vedono un camion con cannoni ad acqua sul tetto e telecamere di sorveglianza mobili, uomini che usano fucili a pallini per sparare contro i manifestanti, con il rischio di provocare ferite, cecità e in casi più gravi anche la morte.

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Se vi sembra una scena familiare è perché nelle piazze di molti altri paesi in tutto il mondo stanno accadendo cose simili: Francia, Italia e Albania, per esempio, tra il 17 e il 18 ottobre ci sono state mobilitazioni represse con violenza dalle autorità. Da un paese all’altro non si somigliano solo le rivendicazioni, ma anche i metodi usati dalle istituzioni per fermare le proteste.

L’inchiesta interattiva della Reuters ha il merito di entrare nella realtà delle manifestazioni avvenute tra luglio e ottobre analizzando come un’indagine forense tutti i dispositivi usati dalla polizia per contrastare i manifestanti, incrociando dati e fotografie dei reporter inviati nelle piazze di New Delhi, che hanno documentato caso per caso l’uso di armi da fuoco, idranti e telecamere di sorveglianza.

Secondo i dati dell’Acled (Armed conflict location and event data project, un’organizzazione non profit che raccoglie dati su conflitti e proteste nel mondo), dall’inizio dell’anno al 2 ottobre ci sono state 18.629 proteste, di cui 687 classificate come violente e almeno 1.200 affrontate con un intervento della polizia. A ottobre più di duemila manifestanti e una trentina di giornalisti sono stati fermati e caricati a forza sui veicoli della polizia.

La Reuters ha anche una mappa dell’India che mostra i luoghi delle proteste e i tassi di intervento della polizia stato per stato, e un grafico mensile delle mobilitazioni affrontate con intervento della polizia tra il 2016 e il 2026. L’agosto del 2026 è indicato come il mese in cui la repressione è stata più forte. Alla corte suprema sono già stati presentati ricorsi per le detenzioni di massa e l’uso eccessivo della forza. A luglio è stata creata una commissione speciale per esaminare l’uso della forza contro gli studenti in piazza.

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L’inchiesta prosegue esaminando le armi a disposizione delle forze dell’ordine: in India la polizia usa i lathi, manganelli tradizionalmente di bambù e oggi anche di policarbonato, per disperdere i manifestanti, e la lathi charge è una tecnica specifica di dispersione della folla, ereditata dal periodo coloniale.

In teoria, una volta deciso di intervenire, le leggi indiane prevedono che la polizia proceda per gradi: prima il dialogo e gli avvertimenti, poi, se necessario, il ricorso alla forza nella misura minima indispensabile. Chi si rifiuta di disperdersi può essere fermato legalmente, ma, si legge nell’inchiesta, la Reuters non è riuscita a verificare con la polizia quanto queste disposizioni siano rispettate.

Secondo i dati dell’ufficio nazionale indiano per le statistiche sui reati, tra il 2014 e il 2024 le cariche con i lathi hanno causato 66 morti, e anche lo scorso luglio Human rights watch ha segnalato episodi in cui gli agenti hanno colpito alcune manifestanti.

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Provaci tu

Per monitorare il numero di proteste, fermi o feriti in tempo reale l’unico modo è usare i comunicati stampa dei ministri dell’interno o delle forze dell’ordine. Il sito dell’Acled e o del Global protest tracker sono utili per i confronti internazionali, ma i dati arrivano con un ritardo di giorni o settimane. Ad affiancarli ci sono i contro-dati, raccolti dal basso da reti e osservatori indipendenti: in Italia c’è l’Osservatorio repressione, un’associazione autofinanziata che documenta casi di repressione e mobilitazioni sociali, e la mappa Malapolizia del giornalista investigativo Luigi Mastrodonato, autore del libro L’ordine. Sorvegliare, punire, odiare (appena uscito per la casa editrice Sem).

A livello internazionale il Civicus monitor valuta lo spazio di azione della società civile in ogni paese e raccoglie segnalazioni di violazioni.

Negli Stati Uniti c’è il sito di Mapping police violence. Per monitorare gli effetti della repressione sulle manifestazioni ma anche sulle persone fermate ProPublica ha creato un archivio (fermo al 2020 ma ben strutturato) su cosa succede dopo l’intervento della polizia. ◆

Questo articolo è tratto dalla newsletter Numeri.

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