Coglioni d’asino, testicoli d’agnello con porcini e patate, coglioni del papa alla marmellata, gioielli al burro e così via. Laëtitia Visse ha appena pubblicato la sua prima raccolta di ricette: Les couilles. Dix façons de les préparer (I coglioni. Dieci modi per prepararli) per le edizioni dell’Épure. La cuoca esibisce il libro sul tavolo con un grande sorriso perché sa che il titolo non passerà inosservato. In agosto, dopo dieci anni di carriera nelle cucine parigine, Visse ha aperto a Marsiglia il suo ristorante, La femme du boucher (La moglie del macellaio) .
È a dieci minuti dal porto vecchio, in una stradina dietro la prefettura, la vecchia sede di un’istituzione locale che ha comprato e ristrutturato. In passato si chiamava La boucherie (La macelleria) e il macellaio, che aveva un po’ di spazio nel retrobottega, ci aveva messo dei tavoli e delle sedie, così era diventata anche un ristorante. Da Laëtitia Visse si mangia molto, molto bene, anche se il menù il 7 ottobre non propone alcun attributo sessuale maschile stracotto. Il libro di ricette sui testicoli è ovviamente una sorta di sberleffo. Uno sberleffo salutare per Laëtitia Visse, per convincersi che è definitivamente uscita dal “sistema”, come lo definisce lei. Il “sistema” dei grandi ristoranti con le stelle Michelin diretti dai grandi chef, dove ha sempre voluto lavorare.
All’inizio Visse, una parigina figlia di cantanti lirici, voleva passare la vita in cucina. Da bambina non sapeva neanche che cucinare potesse essere un mestiere. Poi ha trascorso tre anni in una prestigiosa scuola alberghiera, l’istituto Ferrandi a Parigi, accumulando stage in ristoranti più o meno importanti. Molto presto si è resa conto che le esigenze dell’alta gastronomia potevano giustificare abusi, molestie e aggressioni sessuali senza disturbare più di tanto il famoso “sistema”. Ha preso coscienza di questa realtà al primo anno di scuola: “Ho subito sentito frasi come: ‘lo prendi in bocca?’, ‘hai un bel culo, dentro ci si deve stare bene’, ‘che c’è, puttana?’, ‘non ti metterai di nuovo a frignare?’. Erano battute, ma quando sono ripetute tutto il giorno stancano”.
Visse ha fatto uno dei suoi primi stage in un ristorante parigino senza stelle Michelin. Il secondo giorno il sous-chef (sottocuoco) le ha chiesto di seguirlo nella cella frigorifera nei sotterranei. Non si ricorda più bene cosa dovevano andare a prendere: “Quella scena mi ha un po’ scombussolato e la mia memoria ha cancellato diversi dettagli di quel momento”. Il _sous-chef _l’ha spinta contro il muro: “Mi ha preso per il collo e si è avvicinato a due centimetri dal mio volto, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: ‘Sei la mia apprendista e faccio di te quello che voglio’. Avevo 17 anni e per stare tranquilla sono andata a letto con lui”.
Non nella cella frigorifera, ma un po’ dopo. Visse si mette a parlare più rapidamente mentre comincia a evocare la sua vita precedente, quando nella sua mente tutto si mescolava: “Molte volte l’ho fatto controvoglia. Perché mi semplificava la vita. ‘Vuoi il mio culo? Te lo do, ma poi mi lasci tranquilla’. Non mi sono mai fatta violentare perché ho sempre ceduto facilmente. Non me ne pento, ho fatto quello che ho potuto”. L’articolo 222-23 del codice penale francese precisa che qualunque atto di penetrazione sessuale, commesso con violenza, obbligo, minaccia o sorpresa è considerato uno stupro, ed è punito con 15 anni di carcere.
Oggi Visse ha trent’anni e un compagno, ma le capita ancora di svegliarsi la notte pensando a una cella frigorifera. Non è la sola a raccontare storie del genere. Abbiamo indagato per due mesi e raccolto una ventina di testimonianze di cuoche. Tutte, tranne una, hanno raccontato la stessa cosa: un ambiente di lavoro stressante caratterizzato da commenti sessisti, da gesti sconvenienti e spesso da aggressioni o tentativi di stupro.
Molte esitano a parlarne pubblicamente. Alcune stanno pensando di rivolgersi alla magistratura. Le cinque cuoche che hanno accettato di raccontare nel dettaglio il loro percorso professionale hanno imposto due condizioni: non rivelare il nome dei loro aggressori né quello del ristorante, spesso prestigioso, dove si sono svolti i fatti.
Cambio di mentalità
Il 26 ottobre il cielo è limpido sopra il Café Mirabelle di Parigi. Il lockdown e la chiusura dei bar e dei ristoranti non sono ancora in vigore. Abbiamo appuntamento con Margot Servoisier, Marion Goettlé e Anissa Ayadi. Solo loro hanno potuto liberarsi per la foto di gruppo, le altre sono al lavoro. Goettlé, 26 anni, ci riceve nel suo locale. Il ristorante l’ha aperto quando aveva 22 anni e si trova nell’undicesimo arrondissement, vicino al cimitero Père-Lachaise. Margot, 27 anni, la voce dolce, gli occhi stanchi, è appena arrivata da Amiens, dove ha una pasticceria, Les gâteaux de Margot, in una via a pochi passi dal centro. Un locale accogliente con i muri color pastello e profumo di biscotti che ricorda le cucine di una volta.
Anissa, 28 anni, spinge la porta del Café Mirabelle. Ha il fiatone, è un po’ in ritardo, stremata dal suo weekend. All’inizio dell’anno ha creato Saisoné, il suo servizio di catering e, nonostante le restrizioni dovute al covid, lavora molto. Marion offre alle colleghe del caffè, del tè freddo e grandi risate rilassate. Marion e Margot hanno lavorato insieme dal pasticcere parigino Sébastien Gaudard a rue de Martyrs, ma non si vedono da quattro anni. E non sapevano di aver subìto entrambe delle violenze. Anissa invece non conosce nessuno, ma nel corso di un’animata seduta fotografica le tre ragazze, emozionate, si ritrovano abbracciate. Per sostenersi, in senso proprio e figurato.
Tutte sono state vittime di violenze sessiste o di aggressioni sessuali mentre lavoravano. Oggi sono ancora in piedi, per soddisfare la passione della vita, ma in modo diverso, fuori dal “sistema”, al riparo dalle stelle o dai titoli di “migliore lavoratore di Francia”. Queste cinque cuoche hanno scelto di lavorare diversamente. Hanno anche deciso di rievocare dei ricordi nauseanti perché rimpiangono “davvero tanto di non aver parlato all’epoca dei fatti”, ammette Margot Servoisier. “Sul momento ti limiti a proteggerti. Ti dici che forse hai esagerato, che è frutto della tua immaginazione, che magari è normale”. E poi, aggiunge Anissa, “il nostro silenzio all’epoca dei fatti può aver messo in pericolo altre donne”.
Tutte sono d’accordo su questo punto: è necessario che le donne siano più rispettate sul luogo di lavoro “e che si prenda sul serio il sessismo nelle cucine”, ripete con insistenza Marion Goettlé. “Lo stress non può essere una scusa. Ovviamente nei ristoranti di classe le competenze richieste sono molto elevate. Il problema è che bisogna separarle dalle molestie sessuali”. E ribadisce: “Bisogna smetterla di credere e di far credere che il sessismo sia un passaggio obbligato”. La loro speranza è di contribuire, anche se in minima parte, a questo cambio di mentalità. Così hanno deciso di parlare. Anche se è duro e faticoso. Anche se il contesto è difficile. Il suicidio, il 29 settembre, dello chef Taku Sekine accusato senza prove, sui social network e su un sito specializzato, di aggressioni sessuali e stupri, ha bloccato alcune vittime disposte a testimoniare per altri casi. “Questo suicidio mi addolora molto. Ma non si può dar la colpa alle donne che hanno fatto il suo nome per rompere l’omertà”. È ancora Marion Goettlé che parla. Figlia di una lunga stirpe di ristoratori alsaziani, è arrivata a Parigi nel 2014 con le immagini di Ratatouille in testa. E come Linguini, uno dei personaggi principali del film, è stata assunta come demi-cheffe de partie (vicecapopartita) in uno dei ristoranti più famosi della capitale, un due stelle non lontano dalla torre Eiffel. La sua famiglia era orgogliosa e Goettlé era piena di ambizione.
Ha affittato un monolocale di 12 metri quadrati accanto al ristorante, per dedicare interamente la sua vita a quella cucina simile a un lungo corridoio. Un corridoio interminabile, come quelle giornate in cui era costretta ad ascoltare un disco rotto che ripeteva battute misogine o volgari – “Lavori con un reggiseno sportivo? È brutto, non è sexy” – e in cui doveva accettare di farsi umiliare con frasi come “sei orribile”, “sposta da qui il tuo culo da vecchia”.
Goettlé è diventata la preda dello chef executif. In assenza del grand chef, un cuoco molto noto sui mezzi d’informazione, è lui il capo. Con gli uomini usava le minacce, con le donne l’umiliazione. Un giorno, durante il servizio di pasticceria, si è messo proprio dietro di lei: “Sei brutta”, “non piaci ai ragazzi”. Lo chef ha continuato a insultarla a lungo, le ha detto che lavorava male, che non sapeva proprio lavorare. “Questa cosa mi ha fatto male, come persona non lo stimavo affatto ma era il mio capo, e tecnicamente era bravo. Mi ha ferito. Poi mi ha guardato: ‘Ah, adesso ho capito come farti piangere. Cazzo, però non è facile farti piangere’”.
Margot Servoisier sembra una studente ma l’aspetto inganna. Intorno al 2015 ha deciso di lasciare gli studi di economia per indossare il grembiule. “I miei amici mi dicevano che ero troppo debole per questo lavoro. Ma il fatto che sia alta un metro e 58 centimetri e che pesi cinquanta chili non vuol dire che non sia forte, che non abbia resistenza o forza di carattere”.
Tra il 2016 e il 2017, nel ristorante di un albergo di lusso di Lille, Servoisier ha vissuto dei mesi da incubo. È stata assunta da un capo pasticcere sulla cinquantina, che lavorava da diversi anni in una duplice struttura: una brasserie che serve 250 coperti al giorno e un ristorante più chic da 45 coperti. L’inizio è stato difficile: osservazioni sul suo aspetto fisico “in continuazione”, e poi “mi faceva domande sulla mia vita privata, sulle mie abitudini sessuali. Mi ha proposto di fare un calco del mio corpo di cioccolata”.
Un giorno si è appoggiato a lei per mostrarle la “ricetta di una mousse”, ricorda Servoisier. Le ha preso la mano e si è messo dietro di lei, in modo da bloccarla contro il ripiano di marmo. Il suo pene contro il suo sedere. “Chef!”, ha protestato la ragazza respingendolo in qualche modo. La scena si è svolta in pieno pomeriggio, nel bel mezzo del “laboratorio” di pasticceria. Il _sous-chef _era lì accanto ma non ha detto nulla. Il capo pasticcere si è messo a ridere. E ha ripreso la sua dimostrazione come se niente fosse.
All’epoca Servoisier non ne ha parlato ai suoi amici. “Hai sempre il dubbio di esagerare, è un po’ come quelli che ti si incollano nella metro, lo fanno apposta o no?”. Non se la sentiva di parlarne agli altri colleghi, tra cui c’era solo una ragazza. “Era complicato, il gruppo stravedeva per lo chef”. Benjamin Glandier, che all’epoca lavorava in quel ristorante, ricorda che il capo pasticcere faceva “riflessioni misogine e battute volgari in continuazione, davanti a tutti”.
Il ragazzo non ha assistito alla scena descritta da Servoisier, che lei gli ha raccontato dopo averci incontrato. “All’epoca non avrei immaginato che si sarebbe spinto così in là, per me erano solo parole”, dice Glandier. Quando, nell’estate del 2017, dopo quel “gesto di troppo”, Servoisier si è licenziata, una responsabile delle risorse umane le ha chiesto se aveva problemi con quello chef. Lei ha risposto “no”. Oggi rimpiange di non aver parlato, preoccupata per le ragazze che in seguito possono aver subìto gli stessi comportamenti. Quando abbiamo contattato la direzione del ristorante hanno risposto di non aver mai ricevuto “alcuna lamentela su quel capo pasticcere”.
La mano del padrone
Anna Jourdain ci riceve nel suo appartamento parigino, a Belleville. Ha appena saputo di aver perso il lavoro. Il covid-19 è passato anche dalle sue parti. Ma ancora una volta accetta. Ha trent’anni, è cresciuta a Montpellier e lavora in cucina da sette anni. Si è costruita un curriculum più che rispettabile, navigando tra ristoranti stellati dell’ovest parigino e bistrot alla moda dell’est della capitale francese, passando da commis (aiutante) a seconde (assistente dello chef). Nel 2013 è stata assunta da un ristorante stellato del sedicesimo arrondissement, entrando in una brigata di cucina di una quindicina di persone.
Jourdain voleva impegnarsi al massimo nel nuovo lavoro; non contava le ore, non si fermava per la pausa. Protestava gentilmente quando ogni mattina, per darle il “buongiorno”, i suoi nuovi colleghi le chiedevano se “lo prendeva in culo”. Nel corso della giornata le battute ruotavano intorno alla sua vita sessuale o alle sue mestruazioni. Fino a sera, quando per scherzo, come sempre, due colleghi l’hanno umiliata davanti a tutta la brigata.
Era tardi, il servizio era finito e ognuno, dopo quindici ore di lavoro, doveva pulire la sua postazione. Jourdain era accovacciata per lavare le porte del frigorifero. Davanti a lei un collega stava strofinando il piano di lavoro. Dietro di lei un altro passava l’aceto. Contemporaneamente i due uomini si sono avvicinati a Jourdain. Quello davanti ha messo il bacino all’altezza del viso di lei e la mano sulla sua testa mormorando qualcosa di cui lei ha un ricordo confuso, mentre quello dietro simulava un accoppiamento. Ridevano, e con loro tutta la brigata. “Mi sono alzata dicendo che non era divertente e loro: ‘Ooh, ma dai!’”. Jourdain si è arrabbiata, poi è andata a casa per tornare a lavorare la mattina dopo. Ha pensato di parlarne con il responsabile del ristorante? “Ma per dirgli cosa? Che avevano mimato un rapporto a tre mentre facevo le pulizie? Mi avrebbe riso in faccia”. Non ne ha parlato con nessuno fino al giorno in cui l’abbiamo contattata, sette anni dopo.
Anissa Ayadi vive vicino alla Gare du Nord in un appartamento sotto i tetti che le serve da laboratorio per il suo servizio di catering. Diplomata con un master in comunicazione, Ayadi è passata alla cucina due anni fa. Ha imparato strada facendo e rapidamente è diventata sous-cheffe e poi cheffe. Durante gli studi ha fatto la cameriera in un bar-ristorante vicino Les Halles, a Parigi, dove c’è una dispensa, delle scale strette per scendere nella cucina e un ufficio al primo piano. Tutti posti dove il proprietario bloccava le cameriere di suo gradimento.
Fin dai primi giorni Ayadi si è ritrovata nella dispensa con il proprietario. Lui la bloccava, e da sopra i vestiti la toccava sul seno, sul sedere e in mezzo alle gambe. La ragazza si dimenava, gli dava qualche schiaffo, gli diceva di non ricominciare e tornava a lavorare. All’epoca Lucille Grémiont lavorava nello stesso bar-ristorante e ricorda: “Sì, ho visto il padrone infastidire Anissa. L’ho sentita gridare ‘lasciami in piace!’. Ma non sapevamo mai se era per scherzare o per allontanarlo veramente. L’avevo già vista farsi mettere le mani sul sedere. C’era una sorta di accettazione da parte di tutta la squadra”.
Ayadi racconta che gli assalti erano quotidiani, una mano sul sedere, un bacio rubato, delle parole sussurrate: “Vedrai, quando andremo a letto insieme sarà il nirvana”. Lei avrebbe voluto che smettesse, ma aveva costruito un rapporto di amicizia con l’uomo. “S’interessava al mio futuro, voleva aiutarmi a realizzare i miei progetti”. Sa di non essere stata la sola a subire. Talvolta le ragazze della squadra dicevano “è pesante, ma è il padrone”. Ayadi pensava di avere la situazione sotto controllo. “Mi toccava tutti i giorni. Io lo allontanavo, gli davo degli schiaffi, ma avevo bisogno di lavorare”.
Valvola di sfogo
Nel 2020 le cucine di un ristorante sono ancora luoghi abbandonati dalla legge e dalla giustizia? Le cinque cuoche parlano delle difficoltà insormontabili di rompere il silenzio. Laëtitia Visse: “Tutti chiudono gli occhi, tutti hanno paura. Le minacce sono molto violente: ‘Se parli non lavorerai più da nessuna parte’. Così tutti sono complici del sistema. Si sa che una mano sul sedere è vietata, ma è talmente banale che non traumatizza più nessuno. Dal momento in cui sei in cucina, hai scelto di subire, di chiudere la bocca e di accettare. Di fatto, se sei donna, in cucina devi essere pronta ad accettare tutto”.
Di fatto, se sei donna, in cucina devi essere pronta ad accettare tutto
Le donne sanno anche che le cause profonde del problema vanno cercate nella violenza insita in questo mestiere: dodici ore di lavoro al giorno in un luogo ristretto e molto caldo, un solo pasto al giorno consumato in fretta, la pressione dell’urgenza, bisogna andare veloci, molto veloci. In queste condizioni le cosiddette “degenerazioni” diventano una sorta di valvola di sfogo. Ma non è uno spesso strato di grasso che si può togliere con un cucchiaio e gettare nella spazzatura per poi ricominciare in modo diverso, in modo migliore. Le donne sanno che questi comportamenti sono radicati in profondità in un ambiente maschilista e sessista.
Anna Jourdain: “In cucina gli uomini in gamba sono sempre più numerosi. Ma altri sono solo dei poveri ragazzi che si ritrovano in un ambiente in cui vige un sistema di vecchio stampo. C’è questa sorta di misoginia ambientale. E per fortuna non sono nera o lesbica, perché più sei diversa più ne subisci le conseguenze. I ragazzi arrivano in cucina a 16 anni e pensano che questa sia la norma. La vita del cuoco è frustrante perché si lavora mentre gli altri si divertono”.
C’è una frase che risuona ancora nella testa di Laëtitia Visse: “Un giorno uno chef mi ha detto che l’apprendimento in cucina è una sorta di violenza sessuale”. All’epoca Visse studiava all’istituto Ferrandi, dove gli studenti alternano il lavoro nelle cucine allo studio: “Mi ricordo di uno stage in un ristorante. Spesso quando lo chef aveva degli amici che venivano a mangiare gli proponeva di scendere negli spogliatoi mentre mi cambiavo. A un certo punto non ce l’ho fatta più. Sono andata a scuola e mi sono messa a piangere nell’ufficio del direttore”. L’ha supplicato di trovarle un altro stage. Invano. Della sua esperienza al Ferrandi, Anna Jourdain ricorda “i professori all’antica con le loro battute pesanti. Dato che il mio tutor non mi trattava come le altre, tutti pensavano che ci andassi a letto”. Ancora oggi ride pensando a quell’idea assurda.
Laure Dubois-Imbéry è da otto anni direttrice dell’insegnamento e degli stage all’istituto Ferrandi. Assicura che oggi l’istituto ha un piano di prevenzione contro le discriminazioni. “Sulla questione del sessismo e delle violenze, quello che per noi è più importane – e al tempo stesso più difficile – è fare in modo che i ragazzi parlino dei loro problemi. È la principale difficoltà che incontriamo”, dice Dubois-Imbéry, precisando che “se un ragazzo ci mette al corrente di problemi gravi, lo aiutiamo a cambiare stage”.
Un anno dopo essere entrata nella scuola alberghiera di Strasburgo, a 14 anni, Marion Goettlé è stata sorpresa mentre si baciava con un ragazzo. È stata immediatamente convocata nell’ufficio della direttrice: “Le donne che si sposano non sono quelle con cui si va a letto. Rifletta su questo punto”. Goettlé era la prima della sua classe, è riuscita a non essere cacciata dalla scuola ma ha dovuto passare due mesi a lavare i piatti. Il suo ragazzo invece non ha ricevuto alcuna punizione. Per Goettlé quella storia era una specie di déjà-vu: molto tempo prima sua nonna era stata espulsa dalla stessa scuola per essere uscita con quello che qualche anno dopo sarebbe diventato suo marito. Ma i suoi genitori, entrambi cuochi, l’avevano avvertita che era un ambiente difficile per le donne. “Ho passato tutta la giovinezza a dirmi ‘accetta questa situazione, accetta il sessismo’. Mi dicevo che sapendolo avrei potuto sopportare”.
◆Sessismo, molestie, aggressioni sessuali, insulti razzisti, omofobi e transfobici: in Francia anche McDonald’s è sotto accusa. Nel corso di due inchieste uscite lo scorso ottobre su Mediapart e Streetpress sono state raccolte le testimonianze di 78 dipendenti della catena di fast food e tutte parlano di “violenza sistemica” contro cui non hanno ricevuto nessun aiuto dall’azienda. La precarietà dei contratti di lavoro crea inoltre un clima di omertà tra i colleghi testimoni dei soprusi. Le Monde
Il tempo necessario per aprire gli occhi è infinito, così com’è molto lungo il tempo per mettere in discussione la legittimità di uno chef e non passare sotto silenzio nessuno scherzo né gesto o parola sconveniente. L’istante cruciale della presa di coscienza, il coraggio di dire “basta” può arrivare da una cosa insignificante. Per Margot Servoisier sono state le dimissioni del suo collega Benjamin Glandier, che era la sua ancora di salvezza perché faceva da filtro tra lei e lo chef. Si è ritrovata sola e non ha più retto.
Per Marion Goettlé è cominciato con una relazione sentimentale con un giovane cuoco italiano, incontrato in una cucina parigina. La ragazza non voleva che la loro relazione diventasse pubblica, ma una dipendente li ha sorpresi e ne ha parlato in giro. Lo chef ha preso da parte il cuoco italiano con un rotolo di pellicola trasparente in mano: “Adesso ti faccio delle domande su Marion e se non rispondi ti picchio”. Lo chef gli ha chiesto se “le piaceva” o se quando “lo prendeva in bocca, lo ingoiava”. Il ragazzo però ha risposto: “Chef, non sono cose che la riguardano”. “La decisione è arrivata una settimana dopo, ripensandoci”, racconta Marion. “Mi sono detta che non era possibile parlare così, in modo così violento, della vita sessuale di una ragazza di appena vent’anni. Mi sono detta: ‘No, è troppo’”. Il giorno stesso è tornata a casa e ha scritto la sua lettera di licenziamento.
Dalle parole ai fatti
Per Anissa Ayadi, che non si sentiva davvero in pericolo con il padrone che la palpeggiava tutti i giorni, il momento è arrivato quando ha saputo che lui aveva violentato una delle sue colleghe. Il tribunale di Parigi ci ha detto che è stata avviata un’indagine a luglio del 2017 e l’uomo – oggi in prigione in attesa di giudizio – è stato accusato di stupro e aggressioni sessuali. Ayadi si rammarica: “L’ho sempre perdonato. Mi dicevo ‘è un porco ma non passerà mai ai fatti’. E il giorno in cui ho saputo che era successo mi sono arrabbiata per non aver detto nulla. Di fatto ho permesso che continuasse a comportarsi così”.
Per Anna Jourdain è stata l’ennesima aggressione, non peggiore delle altre. Ma è stata la scintilla. Un collega le ha toccato il sedere con un rotolo di pellicola trasparente, lei si è girata indignata e lui ha risposto: “Be’, non ti ho mica toccato con la mano”. Ma per una volta tutta la brigata di cucina, compreso lo chef, ha criticato il gesto. Quel momento è stato una sorta di “risarcimento” per le aggressioni subite, ha aperto degli orizzonti: era possibile lavorare in modo diverso. Senza violenza, senza umiliazioni, nella serenità e nella comprensione.
Nella sua sala da tè, Margot Servoisier lavora con altre tre donne, nessun uomo. “Non è stata una scelta. Di fatto le persone che cercano lavori di questo tipo e che hanno i requisiti giusti sono sempre donne. Forse il negozio ha qualcosa di femminile, che non piace ai ragazzi. Non lo so”. A ogni modo la sua sala da tè le dà una certa sicurezza nonostante lo stress dell’attività imprenditoriale: “Tutti i miei fornitori sono uomini, devo tenergli testa”. In compenso nella sua cucina non fa la poliziotta: “Non infliggo alle mie dipendenti quello che ho subìto io. Non mi va di metterle sotto pressione per delle stupidaggini. Non salviamo vite, facciamo dolci. È vero, sono rigorosa, esigente, ma questo non significa che debba essere sgradevole”. Anche Anissa Ayadi si batte contro l’idea che in cucina si debba soffrire: “Perché non può essere invece il luogo dell’amore e della passione?”. Con un’amica incontrata nel bar-ristorante dov’è stata aggredita, Ayadi ha creato un gruppo di imprenditrici. “Vogliamo far emergere le donne di talento che possono farcela da sole”. Anna Jourdain è ottimista: “Credo che la situazione stia cambiando e che sarà la mia generazione a invertire la tendenza. Gli chef devono rispettarci, bisogna prendere delle pause, ridurre l’orario di lavoro e fare in modo che tutti siano meno stanchi. Se c’è meno fatica, in cucina ci sarà anche meno violenza, razzismo, misoginia, omofobia”. Sogna un bar sulla spiaggia tenuto “solo da donne. Perché ho la fortuna di avere intorno a me delle donne di talento con cui ci sarebbe un’intesa perfetta”.
Laëtitia Visse è rimasta a Marsiglia, perché subito prima del lockdown aveva bisogno di lavorare e il suo ristorante è aperto da poco. “Non mi sento ancora a mio agio”, dice. “Ho l’impressione di dovermi ancora scusare di qualcosa. Mi sono battuta per avere il mio locale eppure ho sempre l’impressione di averlo rubato a qualcuno. Non ho ancora molta fiducia in me stessa. Dopo essere stata umiliata tante volte, faccio fatica a sentirmi al mio posto. Se dovessi rifarlo, non lo rifarei. Però non sono mai stata così felice. Ma non credo che si debba passare attraverso il dolore per apprezzare la felicità”.
Marion Goettlé è contenta, dirige il Café Mirabelle da tre anni e mezzo. “Ho anche la fortuna di poter insegnare a dei giovani stagisti. E poi c’è la clientela, che ringrazia, fa i complimenti e a volte può anche criticarti. Sono orgogliosa di quello che ho fatto. Per ora non chiedo altro”. Al Café Mirabelle il sole comincia a calare. Raccontando la sua storia per la prima volta al microfono del podcast Bouffons nell’agosto 2020, Marion ha avuto l’idea di andare nelle scuole alberghiere per sensibilizzare gli studenti contro il mobbing in cucina. “Ci vado perché è importante. Ma continuo a ritenere assurdo che a 26 anni debba essere io a ribellarmi. Perché devo essere io a dire ‘Forza ragazzi, ci occupiamo degli studenti o li gettiamo nella fossa dei leoni?’”. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1392 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati