Se si parla dei romeni che vanno a lavorare in Europa occidentale s’immaginano sempre storie drammatiche. Generalmente si è portati a pensare che la decisione di partire rappresenti uno spartiacque netto: la scelta tra il benessere della famiglia e i figli, che rimangono a casa con un solo genitore o con i nonni; tra un impiego nel proprio paese, dove si è pagati poco e si fatica poco, e uno all’estero, dove si guadagna di più ma si lavora fino allo sfinimento; tra la povertà e la nostalgia di casa. Spesso, però, la realtà non è così in bianco e nero.
Alex, che preferisce non rivelare il cognome, è cresciuto a Botoșani senza il padre e con la madre emigrata in Italia. A 18 anni, subito dopo aver preso la patente, è partito anche lui: è andato a lavorare in un mattatoio in Galles. Una sera un amico gli aveva detto che stava per andare nel Regno Unito. “Perché non vieni anche tu?”, gli aveva chiesto. Alex aveva risposto di sì. Due settimane più tardi era in viaggio. Una birra con un amico, una telefonata, un paio di domande, il biglietto aereo. E la partenza.
In un posto come Botoșani “l’estero” sembra sempre dietro l’angolo. Non ci vuole molto per arrivarci.
Un biglietto di sola andata
Cătălin Moraru è il direttore del Monitorul de Botoșani, una delle poche testate locali che sono sopravvissute alla crisi della stampa degli ultimi anni. “Dicono che è il momento di lasciare i giornali e che chi non lo fa rischia di rimanerci incastrato”, dice in tono divertito. Sua moglie, che insegna in un istituto tecnico della città, ha parlato con gli alunni dell’ultimo anno. E ha scoperto che tre su quattro andranno all’estero finiti gli studi. Metà di loro sa già anche dove andrà a lavorare.
Fino a poco tempo fa il Monitorul de Botoșani aveva una tipografia di proprietà, in grado di stampare trentamila copie all’ora. È stata chiusa non perché il giornale non avesse lettori, ma perché mancava il personale in grado di far funzionare i macchinari. “Dopo che due operai sono emigrati in Germania abbiamo continuato per cinque o sei anni con un organico ridotto, ma era molto pericoloso. Quando poi sono rimasti solo quattro dipendenti, abbiamo dovuto mandarli a casa perché non si poteva più lavorare in quelle condizioni”, racconta Moraru.
Anche diversi giornalisti sono partiti per fare i camionisti o le consegne per Amazon in Germania. “Quando mi dicono: ‘Lì guadagno 1.800 euro al mese. Tu puoi darmi uno stipendio simile?’, non posso ribattere”, racconta Moraru. “Ma se ne vanno con le lacrime agli occhi, perché gli piaceva quello che facevano qui”.
In città mancano soprattutto gli operai: se ti si rompe un tubo dell’acqua, se vuoi rifare l’impianto elettrico o hai un guasto alla macchina, non sai a chi rivolgerti. Secondo i calcoli dei giornalisti del Monitorul, quasi un quarto della popolazione in età lavorativa del distretto di Botoșani, cioè circa 60mila persone, è all’estero. I dati forniti dalle istituzioni sono inattendibili perché nessuno ha interesse a dire la verità. Il motivo è che i fondi stanziati dal governo centrale sono calcolati in base al numero dei residenti, quindi alle autorità locali conviene dichiarare una popolazione maggiore di quella effettiva.
A Botoșani basta dare uno sguardo alle statistiche per desiderare di andar via. Nel 2019 il pil pro capite lordo in città era di appena 5.688 euro, meno di un quarto di quello di Bucarest, mentre il reddito medio netto si è fermato a circa 510 euro contro i circa 680 della media nazionale.
Anche una passeggiata serale in centro fa venir voglia di comprare un biglietto di sola andata: le strade sono deserte e nelle case le finestre con le luci accese sono rare. In città il 10 per cento degli appartamenti non è occupato. Pochi, però, sono in vendita. Ci sono invece molti edifici in costruzione, fa notare Moraru. La gente se ne va, lascia la casa vuota, ma lascia anche la porta socchiusa in vista di un possibile ritorno. A Botoșani ogni appartamento nasconde una storia di emigrazione.
Tempi migliori
Dănut, Dănilă è in pensione e ha vissuto tutta la vita a Răchit,i, un piccolo comune vicino alla città di Botoșani. È nato nel 1952, dopo la seconda guerra mondiale, dopo la siccità e la carestia che distrussero quel briciolo di prosperità raggiunto nella zona. Fu allora che la gente cominciò a emigrare. In quegli anni i villaggi del distretto erano afflitti da una povertà “senza pari”, ricorda Dănilă. “Quando ero bambino il fango ci arrivava alle ginocchia. Abitavamo in case con tetti di paglia”. Nel villaggio non c’era la corrente elettrica, i primi collegamenti furono realizzati nel 1960, quando Dănilă aveva otto anni. “Guardavo la lampadina e mi chiedevo cosa fosse. Avevamo sempre vissuto con la lampada a gas appesa alla parete. È stato il comunismo a salvarci”, dice Dănilă con convinzione. Prima con la costruzione di una diga sul fiume Sitna, che allora inondava abitualmente le case, poi con le strade e con il mattatoio, che tra gli anni settanta e ottanta contava più di mille dipendenti. E macellava animali allevati nella zona.
Georgeta, la moglie di Dănilă, ha cominciato a lavorarci nel 1983. Ricorda che due volte alla settimana arrivava un camion che caricava cassette con preparati a base di carne, destinate all’esportazione in Unione Sovietica. Ma per la gente del villaggio rimaneva sempre qualcosa, racconta Dănilă, che lavorava al mattatoio come elettricista. Quando nei negozi del resto della Romania molte merci erano introvabili, a Răchit,i la carne c’era in abbondanza. “Qui eravamo privilegiati, non ci accorgevamo della penuria di generi alimentari. Erano altri tempi”, aggiunge Georgeta. Molti venivano da fuori a rifornirsi direttamente in fabbrica. Chi partiva da Bucarest, viaggiava una notte intera in treno e arrivava la mattina presto. Faceva la spesa – 50-60 chili di carne per volta – e poi se ne tornava a casa, sempre in treno.
Dopo il 1989 il mattatoio fu privatizzato. In dieci anni la nuova gestione accumulò debiti enormi e alla fine dovette chiudere. Georgeta ha lavorato nella struttura fino al 1999, quando è andata in pensione a causa di una malattia. Suo marito ha fatto lo stesso dopo quattordici anni di lavoro. Le piccole imprese che si erano stabilite negli edifici dove si macellavano gli animali hanno cercato di sopravvivere alla transizione all’economia di mercato. Ma senza successo.
Quando le fabbriche hanno cominciato a chiudere e i terreni agricoli collettivizzati dal comunismo sono stati restituiti ai vecchi proprietari, la gente si è ritrovata senza prospettive. Per aprire un’azienda agricola servivano montagne di documenti e un bel po’ di soldi. Per le persone comuni era difficile soddisfare i requisiti previsti dalle nuove leggi, e lo stato non faceva nulla per semplificare le cose. “Oggi per mettere in piedi un’azienda agricola il terreno deve essere fuori dell’area abitata, ma negli ultimi anni le superfici edificate sono aumentate moltissimo”, spiega Florin Bulgaru, sindaco di Răchit,i, del Partito nazional-liberale (Pnl), al suo secondo mandato. “E poi bisogna fare le fognature, scavare i pozzi per l’acqua… I cittadini non ce la possono fare da soli”.
Il declino del settore agroalimentare è testimoniato dai dati. Dal 1990 a oggi, il numero dei bovini allevati nel distretto di Botoșani è calato da 193mila a 90mila, quello dei maiali da 192mila a 42mila, e quello dei polli da 2,6 milioni a 900mila. A Răchit,i sono rimasti venti bovini, dice Bulgaru, rispetto ai mille del passato.
Dopo la rivoluzione del 1989 anche a Dănilă è stato restituito un pezzo di terreno. Ci ha allevato cinque mucche, un cavallo, pecore, polli e cani. “Lavoravo un sacco”, ricorda. “Non avevo neanche un giorno di riposo”. La figlia frequentava l’università a Iași, il figlio era al liceo e servivano soldi. Ma presto Dănilă si è ammalato. Poco dopo è toccato alla moglie. Così, cinque anni fa, il figlio Ștefan è andato a lavorare in Austria. All’inizio sapeva solo montare infissi di alluminio, ma poi ha imparato a fare di tutto. “All’estero te la cavi anche se non conosci il mestiere, impari con l’esperienza”, spiega il padre. Poi aggiunge: “Perché sarebbe dovuto rimanere? Cosa avrebbe potuto fare?”.
Una vecchia targa
I marciapiedi della strada principale di Botoșani sono occupati dai tavolini dei bar. Uomini incollati alle sedie sorseggiano liquore di visciole con le mascherine calate sotto al mento o appese a un orecchio. Sul muro di un palazzo si legge “Complesso residenziale Moldova”. La struttura è abbandonata. Il vecchio ingresso è coperto da cartelloni che pubblicizzano una birra e da un pannello di plastica con foto di bottiglie di vodka.
Il centro storico è costruito intorno a un’ampia piazza, senza negozi e senza turisti. Di aperto c’è solo un bar e il centro per le informazioni turistiche. Sulla vecchia strada acciottolata si affacciano edifici dell’ottocento, costruiti in un miscuglio di stili architettonici, dal barocco al neoclassico all’art déco. Quasi tutti i negozi sono vuoti e portano le insegne di attività chiuse di recente, come il Times Square Coffee. C’era anche una sezione del Psd, il Partito socialdemocratico.
Gli spazi per i giovani sono pochi. Tra questi un bar chiamato Facefood, scritto con la stessa grafica del logo di Facebook, molto popolare tra gli studenti. Su una via laterale, accanto a un cinema ormai chiuso, un murale mostra un bambino che tiene in mano un cartello con la scritta Keep dreaming, continua a sognare. Poco distanti ci sono il municipio e l’edificio che ospita il consiglio distrettuale, la prefettura e il teatro Mihai Eminescu, un tempo il cuore culturale della città, ora in restauro. La cupola del teatro e la sua imponente facciata in stile neoclassico sono state sventrate. Davanti s’innalza un piedistallo fin troppo alto, con la statua del figlio più celebre della città, il poeta Eminescu, raffigurato con gli occhi chiusi. Una striscia blu, risultato dell’ossidazione del metallo, attraversa la statua dal viso al petto.
Alle nove del mattino davanti ai bancomat si snodano file di persone incuranti dell’obbligo di distanziamento sociale. Degli spazi per le affissioni pubblicitarie quelli usati sono pochi: uno mostra una bandiera della Romania e un altro una Bibbia aperta sullo sfondo di un cielo azzurro disseminato di nuvole e la scritta: “Felice il popolo che teme Dio”.
I cantieri per il restauro degli edifici che ospitano gli enti pubblici sembrano fermi. Sulla facciata della sede del centro per l’impiego, l’impresa edile che fa i lavori ha affisso un cartello: si cercano operai.
Una piccola targa fuori dalla prefettura celebra Mugur Călinescu, lo studente che nell’autunno del 1981 scrisse con il gesso azzurro su un muro “Abbasso il comunismo”. Ai tempi del regime l’edificio ospitava la sede del comitato distrettuale del Partito comunista romeno. Il ragazzo morì nel 1985, di leucemia. Dalla sua storia sono stati tratti un film e una piéce teatrale. Le sue parole, tuttavia, non sono citate sulla targa né riprodotte sul muro. A ricordare il suo gesto ci sono solo l’intonaco crepato e una scritta quasi illeggibile.
Tutto fermo
“La Moldavia è una regione dimenticata, e Botoșani è la città più dimenticata della Moldavia”, dice Moraru. Chi è rimasto a vivere qui ha paura di qualsiasi cambiamento e si accontenta di quello che gli passa il potere. “È la politica dell’assistenzialismo, la logica del ‘fatevi bastare quello che vi diamo’”, aggiunge il direttore del Monitorul. “Tutto il resto – le strade e le infrastrutture, per esempio – importa poco. Molti degli abitanti della zona non si sono mai spostati dal loro villaggio o dalla città, non hanno mai visitato altri posti, neanche in Romania”.
Botoșani è immobile. Anche a causa delle spaccature politiche, che “come in tutti i posti molto poveri sono profondamente radicate”, spiega Moraru. “Qui gli esponenti del Psd non parlano con quelli del Pnl. Perché non è bello farsi vedere insieme. E questo frena lo sviluppo. Nessuno fa nulla per non rischiare che altri se ne prendano il merito. Meglio stare fermi. Così non si può sbagliare. Negli ultimi dieci anni le cose a Botoșani sono andate in questo modo”.
Dopo l’ingresso della Romania nell’Unione europea nel 2007, che ha reso possibile spostarsi nel continente senza problemi, chi non si accontentava di quel poco che offrivano le autorità è partito, racconta Gheorghe Median, del Museo distrettuale di storia. Grazie al passaparola la gente di Botoșani ha ricreato piccole comunità all’estero, in Italia, Germania e anche nel Regno Unito, nonostante la Brexit. Dal villaggio di Dersca, per esempio, ci sono collegamenti diretti con l’Italia, e le autorità locali hanno costruito un centro diurno per i figli degli emigrati.
Daniel Caslariu ha scelto il Regno Unito. Ha cominciato a lavorare poche ore dopo essere arrivato. Voleva aiutare la madre, che a sua volta aveva lavorato in Italia per cinque anni. “Appena ho finito la scuola le ho chiesto di tornare a casa per festeggiare. Quando è arrivata le ho detto: ‘Tu non parti più, ci vado io a lavorare all’estero’. All’inizio non era d’accordo. Così le ho nascosto il passaporto e la carta d’identità per impedirle di partire”, racconta Caslariu. Nel Regno Unito ha cominciato facendo il lavapiatti, ma in breve tempo è diventato cuoco.
Nel primo ristorante in cui ha lavorato, di proprietà di una grande catena britannica, ha fatto assumere 35 persone dalla Romania: amici, vicini di casa, amici di amici, intere famiglie. Poi uno dei suoi fratelli, anche lui all’inizio semplice lavapiatti, lo ha sostituito come capocuoco. “E io sono tornato a casa”, dice Caslariu.
Era il 1 luglio 2018. A Botoșani ha cercato un lavoro decente, ma non ha trovato nulla. E il 28 dello stesso mese è ripartito, stavolta per l’Italia, per fare il pizzaiolo. È rimasto per otto mesi, finché non è stato truffato dal datore di lavoro, che si è rifiutato di dargli 1.500 euro che gli spettavano. “Così ho deciso di tornare in Romania”, dice. “In fondo chi era tornato non è morto di fame. Ce l’avrei fatta anch’io”. Nel 2019 ha fondato un’associazione, il Gruppo civico per Botoșani, che, tra le altre cose, raccoglie fondi per dare appartamenti alle famiglie che vivono in condizioni di povertà estrema. “Ma in città non è cambiato nulla. È tutto sempre uguale”, dice. Gli hanno proposto di entrare in politica, ma lui non ci pensa nemmeno: vuole continuare a costruire case per i bambini poveri.
Negli ultimi mesi, a seguito della pandemia,a Botoșani sono tornati in molti. Nei giorni più critici dell’emergenza sanitaria, in città c’erano 1.544 persone in quarantena, soprattutto emigranti stagionali.
L’ultima mucca
Nel settembre del 2020 anche Alex, il ragazzo emigrato in Galles, ha lasciato il lavoro al mattatoio, che riforniva la catena di fast food Kentucky Fried Chicken. In primavera era stato costretto a restare fermo per due mesi: la fabbrica aveva chiuso per un focolaio di covid-19. Poi è tornato a lavorare per altri due mesi, ma alla fine ha detto basta ed è rientrato a casa. Vuole prendere la maturità e trovare un impiego diverso. Ma in Romania non è facile. “Non c’è quasi nulla. È dura, soprattutto ora con la pandemia. Ma sono disposto a fare qualsiasi cosa, non voglio più starmene senza far niente. E non voglio più nemmeno andare all’estero. Spero di non essere costretto a farlo”.
Se si osserva il villaggio di Răchit,i dalla collina in cui c’è la casa della famiglia Dănilă, nell’area che un tempo ospitava il mattatoio si vedono solo capannoni, vecchi o ristrutturati, circondati da case incompiute, con tetti color azzurro o rosso fuoco. Poco lontano c’è un terreno comunale che ospita il campo da calcio. Ma non ci sono bambini, solo qualche pecora che pascola tra le porte.
È una giornata d’ottobre piena di sole, e la famiglia Dănilă è radunata intorno al tavolo del giardino. Parlano dei problemi della scuola, della pandemia, che in fondo da queste parti non ha cambiato granché, dei tanti che sono andati all’estero e dei pochi che sono rimasti.
La cugina di Ștefan, Alexandra, tornerà presto in Belgio. Si è trasferita nel 2014, dopo aver finito l’università e aver lavorato per due anni per un partito politico. In Belgio lei e il marito lavorano in proprio: lui nell’edilizia, lei in un ristorante a Bruxelles. Sono appena stati a fare la spesa e sono rimasti stupiti dai prezzi, non più bassi di quelli belgi. Per quanto riguarda il costo della vita, Botoșani fa decisamente parte dell’occidente.
Alexandra deve tornare in Belgio perché è incinta e il suo ginecologo è a Bruxelles, mentre il marito deve essere in cantiere prima che arrivi il freddo.
Torneranno a vivere in Romania?
“Abbiamo pensato di partire solo per un periodo, perché c’era lavoro”, dice Alexandra.
“Se fosse per il marito, rimarrebbero in Romania”, aggiunge la madre.
“Alexandra ha fatto l’università. Qui non troverebbe un lavoro adatto ai suoi studi. Perché tornare? Per fare cosa?”, commenta lo zio.
L’anno scorso la famiglia Dănilă ha venduto l’ultima mucca che aveva. Hanno ancora un po’ di terra, ma non c’è nessuno per lavorarla. Così l’hanno affidata a una cooperativa, che in cambio gli dà del granturco o quello che coltiva durante l’anno. “Con loro abbiamo parlato di com’era un tempo Răchit,i”, racconta lo zio. Sembra quasi voler dire che il villaggio non esiste più, abbandonato da tutti quelli che se ne vanno dove c’è qualcosa da fare. ◆ mt
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati