Il sisma che colpì l’Irpinia il 23 novembre di 45 anni fa fu un evento tragico e un crinale della storia. Quasi tremila morti, circa trecentomila sfollati. La fine di un mondo. Un mondo che Carlo Levi aveva definito fuori dalla Storia. Era in effetti una delle zone più chiuse d’Italia, un deposito dell’arcaico. Ma attraverso quella crepa passò anche la luce, come in quella meravigliosa terzina di Dante in cui “da tutte parti l’alta valle feda tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo sentisse amor, per lo qual è chi creda più volte il mondo in caòsso converso”. L’ordine si fonda sulla separazione. Il caos del sisma lo riconverte e lo rifonda. E in quei giorni la Storia arrivò come forza di amore nell’osso spaccato dal “tremoto”. Una molteplicità di realtà di volontariato – tra cui sindacati, Caritas, scout, evangelici, autonomi – e l’esercito si unirono, come nelle migliori pagine della resistenza, in modo organizzato e anche spontaneo per portare aiuto, per soccorrere medicalmente, per dragare macerie. A mezzo della ferrovia allora attiva furono trasportati i container che servirono da alloggi di fortuna. Una terra si aprì al mondo in un abbraccio, mentre gli scompariva da sotto il mondo che l’aveva generata. Quanta differenza con la militarizzazione a cui sono stati sottoposti i territori colpiti dai sismi più recenti – separati in zone rosse, nascosti alla vista – che non permette l’opera dell’umano caòsso.

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Questo articolo è uscito sul numero 1642 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati