Daysi Quintanilla si prende cura degli altri da quando aveva quindici anni. Ha cominciato a lavorare come domestica 45 anni fa ma oggi non ha i soldi per sfamare la sua famiglia. Non ne ha mai avuti molti, in realtà, la povertà è stata una costante della sua vita. Per un periodo ha lavorato come donna delle pulizie in un’azienda e le cose andavano meglio. Ora, nel mezzo della crisi legata alla pandemia, non ha nulla.

Prima che il covid-19 cambiasse e paralizzasse il mondo, Quintanilla lavorava in due case e secondo i suoi calcoli guadagnava circa cento dollari al mese. Ma dal 21 marzo, quando il governo del Salvador ha decretato la quarantena in tutto il paese, i suoi datori di lavoro non l’hanno più contattata. Guadagnava l’equivalente di dieci o quindici dollari per una giornata di lavoro di nove ore. In una settimana buona riusciva a lavorare due o tre giorni e con quell’entrata manteneva la sua famiglia, cinque figli e una nipote. Non ha mai avuto un contratto, nessuno le ha mai versato i contributi né pagato la tredicesima. Se qualcuno le chiedesse di dimostrare con un documento la sua esperienza come domestica, non potrebbe farlo.

Il governo del Salvador ha chiesto ai datori di lavoro di continuare a pagare i loro dipendenti durante la quarantena, anche se non prestano servizio, ma le persone come Quintanilla vivono in un limbo giuridico e dipendono dalla buona volontà di chi le paga. Nel paese trovare una domestica con un contratto regolare è raro come incontrare un gelataio ambulante che faccia lo scontrino.

Ultimamente Quintanilla ha sofferto la fame. Nell’ultimo mese la sua famiglia ha mangiato soprattutto grazie all’aiuto dei vicini. “Mi hanno appena regalato dei fagioli e delle _tortillas _surgelate”, dice. Vive in una baracca a Cuscatancingo, un municipio fuori San Salvador. La casa è fatta di lamiere di ferro, pezzi di tela e canne di bambù. Non c’è acqua corrente né elettricità. L’unico elettrodomestico è una cucina con un solo fornello in funzione.

Il governo salvadoregno è assente dalla vita di Quintanilla. A marzo, quando il presidente Nayib Bukele ha annunciato le misure di isolamento, ha assicurat0 che le famiglie più in difficoltà avrebbero ricevuto trecento dollari dallo stato. Quintanilla ha inserito il numero del suo documento di identità nella banca dati del governo su internet, ma ha scoperto che né lei né i suoi figli hanno diritto al sussidio. “Non ho ricevuto nulla. Dovrebbero censire le persone bisognose”, dice.

L’albero di mango

Nelle ultime due settimane di aprile El Faro ha parlato con cinque donne contattate attraverso due sindacati delle collaboratrici domestiche. Le organizzazioni, che hanno sede a San Salvador e a Tacuba, nel dipartimento di Ahuachapán, hanno rispettivamente trecento e sessanta iscritte. Quattro di queste donne hanno trascorso la quarantena in casa, senza essere pagate e senza avere la certezza di quando potranno avere di nuovo un’entrata. Solo una ha continuato a lavorare, ma alle condizioni imposte dal datore di lavoro: non ha avuto giorni di riposo né il permesso di far visita ai familiari. Nessuna collaboratrice domestica iscritta a un sindacato ha un contratto e nessuno dei più di sessanta decreti emessi dal governo ha preso in considerazione questa categoria di lavoratrici.

Secondo le statistiche ufficiali, il 47 per cento delle donne che lavorano nelle aree urbane del paese non ha un impiego in regola. Quindi non ha la certezza di uno stipendio né i contributi pensionistici né un salario minimo. Anche prima dell’emergenza sanitaria, le lavoratrici domestiche avevano i salari più bassi di tutto il paese.

Quintanilla ha costruito la sua baracca su un terreno con molti alberi di mango. Grazie all’aiuto dei figli, raccoglie i frutti maturi per provare a venderli agli abitanti di un quartiere vicino. L’ultima domenica di aprile è stata una buona giornata per gli affari: ha guadagnato tre dollari e li ha spesi subito per comprare sei uova e le _tortillas _per i figli e la nipote.

Nel Salvador il salario minimo per il settore commerciale e dei servizi è di 300 dollari al mese. Ma lo stipendio di una lavoratrice domestica può essere più basso. Il ministero dell’economia calcola che in media una persona che fa questo mestiere guadagna meno di 160 dollari al mese. Secondo la Dirección general de estadísti­cas y censos, fino al marzo del 2020 il paniere alimentare di base per una famiglia nelle aree urbane era di 199 dollari. Questa cifra non comprende l’affitto, i prodotti per l’igiene personale e i vestiti. In una zona urbana, quindi, il guadagno di una collaboratrice domestica non basta neanche a sfamare la famiglia.

Con la pandemia molte donne hanno perso anche questa fonte minima di reddito.

Gesselle Mariona vive alla periferia di San Salvador e ha 22 anni. Nel 2019 ha finito la scuola a distanza, ma non ha trovato un impiego regolare. Prima della pandemia puliva due appartamenti due o tre volte alla settimana e guadagnava tra gli otto e i dodici dollari al giorno. Vive con i due figli, di uno e cinque anni. A volte, dice, mangiano solo i manghi di un albero vicino alla casa. Ma capita che non ci sia neanche la frutta per calmare la fame. La giornata peggiore per lei è stata il 17 aprile, perché non aveva niente da dare ai suoi figli. Per fortuna il più piccolo prende ancora il latte materno, mentre il fratello quel giorno è rimasto quasi a digiuno. Mariona è riuscita a comprare dieci centesimi di mais e l’ha mescolato con l’unica cosa che aveva: l’acqua. Così i bambini hanno messo una tortilla di mais sotto i denti.

Secondo una ricerca dell’università centroamericana José Simeón Cañas, le collaboratrici domestiche lavorano “in condizioni precarie e i loro diritti non sono rispettati. Il lavoro si svolge lontano dallo sguardo del mondo esterno e nessuno fa controlli”.

Dieci centesimi

Il 18 marzo il presidente Bukele ha annunciato su Twitter il pacchetto di aiuti economici per chi affrontava la quarantena senza uno stipendio. Il piano prevedeva la sospensione del pagamento delle bollette di acqua, luce e gas e dell’affitto. Tre giorni dopo, ha aggiunto che il governo avrebbe dato un sussidio di trecento dollari per i generi alimentari.

Mariona, però, non lo ha ricevuto. “È molto difficile”, ammette. Ecco perché dieci centesimi possono fare la differenza: ci puoi pagare la metà di un biglietto dell’autobus o comprare due tortillas.

Aracely Coto ha 48 anni, vive a Cuscatancingo e prima della pandemia faceva le pulizie in due appartamenti. Ha due figli. Il maggiore ha vent’anni ed è disoccupato, il più piccolo frequenta la scuola elementare. Da quando il paese è entrato in quarantena Coto non ha soldi per fare la spesa.

Dopo un mese senza lavoro né risposte dal governo, ha chiesto aiuto a un’amica che le ha portato del pane, un po’ di riso e fagioli e un avocado. “Queste cose mi bastano fino a domani”, dice. Poi fa una pausa e scoppia a piangere: “Mio figlio mi chiede da mangiare. Cosa gli devo rispondere?”. Da un po’ di tempo soffre di forti mal di testa.

In base alla legge, tra il datore di lavoro e il collaboratore domestico basta un accordo verbale, non serve alcun contratto scritto

“Non ho più niente e mi sento male”, si lamenta. Coto ha speso gli ultimi centesimi che aveva per comprare una pasticca di paracetamolo.

“Queste donne sanno che i loro diritti vengono violati”, afferma Aída Rosales, segretaria generale del sindacato delle lavoratrici domestiche. L’organizzazione riunisce circa trecento donne, tra cui Daysi Quintanilla, Aracely Coto e Gesselle Mariona, e a volte organizza degli incontri per discutere dei diritti delle lavoratrici.

“Le cose vanno malissimo. Alcune donne sono disperate perché non sanno come fare per mangiare”, dice Rosales. Il sindacato è composto in parti uguali da donne che lavorano a giornata e altre che vivono nelle case dei datori di lavoro.

A Tacuba c’è un altro sindacato per le collaboratrici domestiche. La maggioranza delle iscritte viene dalle zone rurali, quindi lavora e dorme nelle case in cui presta servizio. La responsabile dell’organizzazione è Guadalupe Díaz. “Le iscritte sono quasi sessanta”, dice. “Alcune sono state licenziate appena il governo ha decretato la quarantena. Ad altre non è stato più consentito di uscire. La crisi economica si sta già facendo sentire, è meglio non pensare al futuro”.

Le sindacaliste temono che con la scusa del covid-19 siano calpestati i diritti dei lavoratori: “A rimetterci saranno sempre i più poveri”, sostiene Rosales.

Carne riscaldata

Il codice del lavoro in vigore nel Salvador dedica otto articoli al lavoro domestico. In base alla legge, tra il datore di lavoro e il collaboratore domestico basta un accordo verbale, non c’è bisogno di alcun documento scritto. Il salario non è regolato dallo stato. I sindacati hanno notizia di alcune lavoratrici che ricevono appena 2,5 dollari al giorno. Una giornata di lavoro in una casa può essere di sei, otto o anche quindici ore, a discrezione del proprietario. Il codice stabilisce anche che, se il datore di lavoro lo richiede, le collaboratrici domestiche sono obbligate a prestare servizio nei giorni di riposo. E anche se la responsabilità della gestione di una casa è affidata a loro, non hanno nessuna tutela giuridica. All’articolo 83 del codice del lavoro sono elencate le ragioni per cui una collaboratrice domestica può essere licenziata senza nessuna responsabilità per il datore di lavoro. Una è l’insubordinazione “contro il datore di lavoro, il suo coniuge, i congiunti o altre persone che vivono stabilmente in casa”.

Molte lavoratrici non conoscono bene la legge, ma sanno che la possibilità di lavorare dipende dalla loro sottomissione. “Il lavoro è rispettare gli ordini”, dice Quintanilla. “Dico di sì a tutto, perché devo pensare ai miei figli”, afferma Mariona.

El Salvador, 4 aprile 2020. Nella casa di Aracely Coto (Victor Peña, el faro)

Quando chiediamo ad Aracely Coto se i suoi diritti sono mai stati violati, ha diverse storie da raccontare. Alcuni mesi fa, per esempio, stava pulendo la cucina di un avvocato e ha rovesciato una pentola con degli avanzi di carne in umido. “Quella carne riscaldata doveva essere il mio pranzo, e quel giorno non ho mangiato. L’avvocato mi ha tolto dieci dollari dal compenso della giornata, anche se è stato un incidente. Sono uscita dal suo appartamento con appena due dollari”, dice.

“Queste donne lavorano per necessità perché la maggior parte di loro ha al massimo la quinta elementare”, spiega Díaz, del sindacato di Tacuba.

Durante la quarantena i datori di lavoro di Lucía – preferisce non dire il suo vero nome – l’hanno obbligata a lavorare per trentacinque giorni consecutivi. Per cinque settimane si è occupata di loro e dei due figli, senza mai riposare. Usando la pandemia come scusa, la famiglia non le ha mai dato un giorno di pausa e non le ha permesso di tornare a casa.

“Non ce la facevo più. Mi alzavo alle sei di mattina e andavo a dormire alle nove di sera. Preparavo da mangiare, pulivo, mettevo in ordine. Non mi sono mai fermata”, dice. Parla sempre sottovoce quando ci sentiamo al telefono per non farsi sentire dai datori di lavoro: è ancora chiusa in casa loro.

Il suo unico momento di libertà è quando esce a fare la spesa. Per strada parla a voce alta e a lungo: “C’è stato un giorno in cui per lo stress e i nervi mi sono strappata i capelli”, racconta. A proposito dei suoi datori di lavoro, dice: “In fondo sono brave persone, non mi hanno mai maltrattato. Anche se quando volevo tornare a casa mia per fare la spesa per mia madre non mi hanno lasciato uscire”.

La madre di Lucía ha 77 anni. Un paio di anni fa ha contratto la chikungunya (una malattia virale trasmessa dalle zanzare infette) e da allora non riesce più a camminare da sola. È Lucía a prendersi cura di lei: di solito ha il permesso di staccare dal lavoro ogni quindici giorni, spesso nel fine settimana.

“Questo fine settimana non può uscire, facciamo il prossimo”, le ha detto il suo datore di lavoro. La settimana successiva le ha ripetuto la stessa cosa. “Alla fine mi ha detto che non potevo tornare a casa prima del 30 aprile. Mi sono arrabbiata, mi è venuto un nodo alla gola e gli ho confessato che non ce la facevo più”, racconta.

Durante la quarta settimana di quarantena, Lucía ha ricevuto una telefonata. La madre non si sentiva bene. La notizia l’ha spinta a ribellarsi contro il datore di lavoro. “Gli ho detto: ‘Questa settimana esco. Mia madre sta per morire e io non resterò qui a lavorare’”. Quando è arrivata a casa – mancava da trentacinque giorni – la madre è scoppiata a piangere.

Da sapere
Emergenza prolungata

◆ Il 19 maggio 2020 il governo del Salvador, guidato dal presidente Nayib Bukele, ha prolungato fino al 6 giugno le misure d’isolamento della popolazione per limitare la diffusione del covid-19. I cittadini possono solo uscire per fare la spesa o andare in banca. Il 25 maggio i casi confermati di covid-19 nel paese centroamericano erano 1.983, e i morti 35. Dalla fine di aprile nella capitale San Salvador e in altre città si vedono molte bandiere bianche: le espongono le famiglie che non hanno da mangiare. Afp


“Perché piangi?”, ha chiesto Lucía.

“Perché non ti avevo visto”.

“Ma sono qui, non sono mica morta”.

“È vero, ma guarda quanto ci hai messo a venire”, le ha detto la madre anziana.

Prima di questo incontro, alla fine di marzo, il tribunale costituzionale aveva ordinato al parlamento di regolare il salario minimo delle lavoratrici domestiche. Quando finalmente è arrivata a casa sua, Lucía ha ricevuto 200 dollari per i 35 giorni di lavoro svolto. Ha guadagnato 5,71 dollari al giorno: 0,38 dollari all’ora.

Il tribunale ha dato al parlamento dodici mesi di tempo per regolare gli stipendi delle collaboratrici domestiche, ma il conto alla rovescia comincerà dopo la fine dell’emergenza del covid-19. Nel frattempo Lucía è tornata a lavoro. Continua a cucinare, spazzare, ordinare, pulire e prendersi cura dei bambini. Vale la pena di ripeterlo: per ogni ora di lavoro guadagna 0,38 dollari.

Nessuna certezza

I datori di lavoro di Marta Castañeda l’hanno lasciata a casa senza pagarla. Lavorava per loro da diciassette anni. Non le hanno chiesto se avesse abbastanza risparmi da parte o come avrebbe fatto per mangiare durante la quarantena. Era in casa loro da quando aveva 21 anni. La pandemia ha complicato la sua situazione: oggi non sa se è stata licenziata o meno. La sua unica certezza è che da più di un mese non riceve uno stipendio. Vale la pena di ripeterlo: diciassette anni di servizio nella stessa famiglia. “Devo mantenere mia madre, una cugina con disabilità, una nipote di tredici anni e mia figlia che ne ha cinque”, racconta nella sua casa in un quartiere vicino a Tacuba. Quando il presidente ha annunciato le misure di isolamento per rallentare il contagio, il suo datore di lavoro l’ha chiamata: “Mi ha detto di non presentarmi a lavorare a causa della quarantena. Gli ho chiesto: ‘Mi avviserà quando dovrò tornare?’. ‘Sì’, mi ha risposto”. Quasi quaranta giorni dopo, i suoi risparmi stanno finendo.

“Non hanno rispettato i miei diritti, la famiglia avrebbe dovuto darmi qualche documento”, dice. Al telefono il datore di lavoro le ha detto che, se fosse tornata, non sarebbe più potuta uscire: “Ti mando a prendere con Uber, però dopo non potrai più allontanarti per tornare a casa tua”, gli ha detto. Così Castañeda ha dovuto scegliere tra la sua famiglia e lo stipendio: “Ho deciso di non lavorare, perché non avrei saputo se mia figlia mangiava, se stava bene o no. Qui almeno siamo tutti vicini e nella stessa situazione”.

Il governo ha stabilito che durante la quarantena possono muoversi alcune categorie di lavoratori, come medici, infermieri, fattorini, autisti, poliziotti, giornalisti. Come sempre, le collaboratrici domestiche non sono entrate nel dibattito pubblico. L’invisibilità di questo mestiere ha consentito ad alcune famiglie di comportarsi in modo arbitrario.

È la fine di aprile e Daysi Quintanilla, che ora per sopravvivere vende i manghi del suo albero, indica la strada per raggiungere la casa di Aracely Coto, la donna che ha speso i suoi ultimi dieci centesimi per comprare una pasticca di paracetamolo. Cammina tra la polvere e poi per le strade di un quartiere vigilato da adolescenti assoldati da qualche gang criminale. Dopo dieci minuti arriva a casa di Coto, una piccola costruzione di cemento lungo una stradina. La sistemazione è migliore della sua, ma negli ultimi tre giorni Coto e tutto il quartiere sono rimasti senz’acqua corrente.

Le due donne si raccontano i loro problemi. Coto si lamenta della mancanza di viveri e dei suoi guai di salute. Soffre di ipertensione e le è stata diagnosticata una forma di depressione. La quarantena, la disoccupazione e la fame la rendono più ansiosa e triste di prima. Gli occhi le si riempiono di lacrime: “Finirai per stare male, devi stare su”, la incoraggia l’amica. Entrambe speran0 che presto si torni alla normalità, anche se la vita normale di cui sentono la mancanza sono le lunghe giornate di lavoro per uno stipendio che non basta neanche per lo stretto indispensabile.

Quintanilla e Coto offrono dei manghi e un succo di frutta a chi va a trovarle. Sopravvivono così, condividendo il poco che hanno.La settimana scorsa, per esempio, Coto ha portato all’amica un pacco di pasta, che piace molto alla nipote. Dopo venti minuti le due donne si salutano. Per ora nessuna ha uno stipendio, né la certezza che domani la sua famiglia mangerà. ◆ fr

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Questo articolo è uscito sul numero 1360 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati