All’estero si pensa che la criminalità organizzata italiana sia formata solo da bande che accumulano patrimoni grazie allo spaccio di droga, la prostituzione, le estorsioni e gli appalti truccati. Migliaia di ritratti cinematografici ci impongono una serie di stereotipi: i mafiosi sono inevitabilmente uomini sovrappeso e ossessionati dal cibo, che indossano cappelli fedora, impermeabili e vivono tra locali notturni e bagni di sangue.
La realtà però è più complessa. Il 13 gennaio è cominciato a Lamezia Terme, in Calabria, il più grande processo alla ’ndrangheta degli ultimi 35 anni. Più di novecento testimoni saranno ascoltati in una sala gigantesca trasformata in tribunale per ospitare mille persone tra giudici, avvocati e pubblico. L’elemento più interessante, però, è un altro: la maggioranza dei 355 imputati non rispecchia affatto lo stereotipo del criminale tarchiato e con la barba incolta. Molti sono professionisti che indossano abiti eleganti. Le foto segnaletiche di avvocati, ragionieri, dirigenti d’azienda, politici e perfino di un capo della polizia raccontano un’organizzazione con molti più colletti bianchi di quelli che immaginiamo.
Alla fine del 2019 ho passato due ore con Nicola Gratteri, il magistrato che ha guidato l’inchiesta Rinascita Scott, basata su 24mila intercettazioni e mesi d’indagine. Nel suo ufficio di Catanzaro, Gratteri mi ha ripetuto più volte quanto la mafia attuale sia lontana dai luoghi comuni. I guadagni dell’attività criminale, mi ha spiegato, sono investiti nei mercati internazionali. Lo stesso quadro è stato dipinto dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che a ottobre ha lanciato l’allarme sottolineando che “le mosse della mafia in questa fase si concentrano più che mai su finanziamenti, acquisizioni e infiltrazione nelle imprese”. Il motivo è semplice: le organizzazioni criminali italiane sono talmente ricche che guadagnano sia dagli investimenti sia dalle attività illecite. Quantificare questa ricchezza è complicato, ma secondo le stime la ’ndrangheta ha un giro d’affari fra i 36 e i 55 miliardi di euro all’anno, l’equivalente di circa il 3 per cento del pil italiano. I boss si sono trasformati da capi di bande rurali a investitori e amministratori di fondi. I loro figli si laureano in materie economiche o in chimica.
Pacchi di pasta
L’elemento che nell’ultimo anno ha cambiato il crimine organizzato è stato il covid-19. Le mafie sono multinazionali e come tutte le organizzazioni internazionali sono colpite dalle restrizioni alla circolazione e dai lockdown.
Le rotte della droga sono state bloccate e i canali per il traffico di esseri umani si sono ristretti. I ristoranti, fonte costante di piccoli guadagni ma anche strumento per il riciclaggio di denaro, hanno perso i loro clienti.
Un settore legato alle mafie è lo smaltimento di rifiuti speciali
Allo stesso tempo, però, le crisi nazionali creano sempre grandi opportunità. Ogni volta che lo stato italiano appare impreparato o assente le mafie riempiono il vuoto di potere grazie alla loro flessibilità operativa, spiega un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine. La pandemia ha offerto al crimine organizzato qualcosa di più importante del denaro: la possibilità di rafforzare il controllo sul territorio. Molte famiglie non riescono a far quadrare i conti e le mafie hanno cominciato a offrire provviste alimentari alla popolazione.
In primavera il fratello di un boss mafioso di Palermo ha distribuito pubblicamente pacchi di pasta, mentre la camorra ha sospeso la richiesta del pizzo e ha cominciato a regalare zucchero, caffè e pasta. È una strategia antica eppure solo di recente la ministra dell’interno italiana ha coniato un’espressione per questo processo: welfare mafioso. “Questi episodi ci ricordano che alcuni gruppi criminali sono alla ricerca di una merce preziosa e intangibile: la legittimità che si fonda sul consenso sociale”, ha scritto sulla rivista Il Regno Federico Varese, che insegna criminologia all’università di Oxford. La munificenza delle mafie serve a dire: siamo più generosi e più organizzati dello stato.
In un articolo pubblicato di recente sul sito Insight Crime, intitolato “Covid-19, gang e conflitto”, Steven Dudley, esperto di criminalità organizzata, ha sottolineato che la situazione attuale si adatta perfettamente a questo desiderio di controllo sul territorio. “La vita durante e subito dopo la pandemia è molto locale, così come lo è il potere criminale”. Questo concede alle mafie “una presenza sia fisica sia metafisica”, anche online, dove alcuni boss usano i social network per consolidare la propria reputazione.
Il crimine organizzato tende a usare il bastone, ma la pandemia ha offerto alle cosche la rara opportunità di usare anche la carota. Se accetti un favore dalla mafia prima o poi ti verrà chiesto di ricambiare: votando per un candidato alle elezioni, nascondendo un pacco o una persona, ospitando una riunione o semplicemente prestando un telefono. Gesti per dimostrare da che parte stai a persone che si sono mostrate generose con te.
Rivolgersi agli usurai
Con la pandemia l’attività della mafia non si limita alle consegne di provviste alimentari, anche perché ora le aziende e le famiglie in difficoltà hanno bisogno soprattutto di denaro contante, che il crimine organizzato ha in quantità. I dati sulla povertà in Italia sono allarmanti. Le ultime cifre ufficiali indicano che il 7,7 per cento degli italiani vive in condizioni di povertà assoluta (non ha le risorse necessarie al sostentamento), mentre un altro 14,7 per cento si trova in una situazione di povertà relativa (in difficoltà rispetto al livello economico medio della nazione). L’economia sommersa, non ufficiale, rappresenta una parte consistente del pil italiano (circa il 12 per cento): significa che molti lavoratori non potranno contare su una rete di sicurezza sociale. In questa grave crisi economica, molti sono costretti a rivolgersi agli usurai. Nel 2020 c’è stato un aumento delle denunce, che va dal 6,5 al 10 per cento, a seconda delle fonti.
I dati non ufficiali sono impressionanti: il fondatore dell’associazione contro l’usura Sos Italia libera mi ha raccontato che in base alle telefonate ricevute dagli operatori la percentuale di aumento degli episodi di usura potrebbe essere intorno al 60 per cento, e si sta sviluppando molto in zone poco associate con l’attività mafiosa, come l’Emilia-Romagna. In questa regione, ricca e industrializzata, l’imprenditore Stefano Maioli ha preso di recente in prestito 7.200 euro in contanti da alcuni criminali. Pochi mesi dopo è riuscito a restituire diecimila euro, ma ammette che più che di un prestito si è trattato di una scommessa. “Mi sono giocato tutto”, ha raccontato.
L’obiettivo degli “strozzini” non è solo fare grandi guadagni (il tasso d’intesse annuale è intorno al 200-250 per cento), ma anche quello di prendere il controllo di un’azienda quando il debitore non può pagare. Gli imprenditori diventano così dei burattini nelle mani degli usurai: assunzioni forzate, falsificazione dei registri e merci sospette nei magazzini.
L’efficacia di questa strategia è dimostrata da una ricerca secondo cui 43.688 aziende italiane hanno cambiato proprietà tra aprile e settembre del 2020. Non tutte sono finite nelle mani della criminalità organizzata, ma il numero di nuovi proprietari che ha scelto l’anonimato attraverso soluzioni offshore e fondi poco trasparenti è aumentato di dieci volte rispetto alla media nazionale. Questo lascia pensare che molte imprese siano state cedute ai criminali.
Un altro indicatore delle infiltrazioni mafiose nelle aziende italiane è l’aumento di provvedimenti d’interdizione, come quelli che escludono la partecipazione ad appalti pubblici. Nei primi nove mesi del 2020 in Emilia-Romagna c’è stato un aumento dell’89 per cento di queste misure. In Toscana l’aumento è stato del 150 per cento. Il governo italiano si trova di fronte a un paradosso: non offrire aiuti e prestiti significa spingere le persone e le aziende verso le organizzazioni criminali, ma se invece si offrono degli aiuti, c’è il rischio che questi siano intercettati dalle mafie. La spesa pubblica è aumentata enormemente durante la pandemia, soprattutto nella sanità, un settore dove la criminalità è molto attiva. A volte la presenza è di basso livello, come nel caso del camorrista proprietario di un autolavaggio che è entrato nel mercato della sanificazione guadagnando 1,5 euro per metro quadro di superficie sanificata. Un altro settore storicamente legato al crimine organizzato è lo smaltimento di rifiuti speciali, e la richiesta di questi servizi sta aumentando a causa della necessità di smaltire o sterilizzare mascherine, guanti e altri sistemi di protezione. E sul fronte dei contratti per la fornitura di prodotti farmaceutici i dati non sono più rassicuranti: l’emergenza sanitaria ha prodotto più di 61mila gare d’appalto a livello locale, regionale e nazionale. L’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) ne ha esaminato un campione di 311. Per un valore totale di 301 milioni di euro, e in un caso su cinque ha riscontrato delle anomalie.
In tutto questo siamo alla vigilia della più grande iniezione di denaro a memoria d’uomo. L’Italia, tra i paesi più indebitati dell’Unione europea, dovrebbe ricevere 209 miliardi dal Fondo per la ripresa. In passato la ’ndrangheta ha dimostrato di saper coltivare le amicizie giuste ai vertici delle istituzioni nazionali e internazionali, riuscendo a intercettare questo tipo di fondi. Il processo cominciato a Lamezia Terme dimostra non solo che le mafie italiane continuano a prosperare, ma anche che gli sforzi internazionali fuori dai confini italiani per fermarle sono minimi. L’Italia ha un grave problema con le mafie, ma almeno possiede leggi rigorose e agenzie dedicate. Gratteri ripete spesso che il Regno Unito e altri paesi europei sono diventati le destinazioni principali per gli investimenti delle organizzazioni criminali italiane, ma questa minaccia non è riconosciuta nonostante molte delle persone sotto processo a Lamezia Terme siano state arrestate in Germania, Bulgaria e Svizzera.
È nel riciclaggio e negli investimenti che oggi il crimine organizzato è più attivo, in un momento in cui i rubinetti dell’intervento pubblico stanno per essere aperti al massimo. È quella che un magistrato ha definito “mafia trasparente”: talmente pulita che, se non si guarda molto da vicino, non si vede neanche. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati