Il 6 gennaio del 2021, quando ha incitato i suoi sostenitori a marciare sul congresso, Donald Trump si stava comportando come ha sempre fatto. Da quando è presidente degli Stati Uniti non ha mai preso sul serio la democrazia in generale, e non ha mai accettato la legittimità della sua versione statunitense. Anche quando ha vinto le elezioni, nel 2016, ha denunciato brogli, sostenendo che milioni di voti falsi erano stati conteggiati in favore della sua avversaria. Nel 2020, davanti ai sondaggi che lo davano in svantaggio rispetto a Joe Biden, ha ripetuto per mesi che le elezioni presidenziali sarebbero state truccate e che, in caso di sconfitta, non avrebbe accettato il risultato. Poco dopo la chiusura delle urne, il 3 novembre 2020, Trump ha dichiarato di aver vinto anche se non era vero, e poi ha inasprito progressivamente i toni. Con il passare dei giorni la sua “vittoria” è diventata un “trionfo”, e le sue teorie del complotto si sono fatte sempre più sofisticate e inverosimili.

Molti gli hanno creduto, e in fondo non c’è da stupirsi. Serve uno sforzo enorme per educare i cittadini a mettere in dubbio quello di cui sono già convinti o quello in cui credono le persone che li circondano. La tentazione di credere a tutto ciò che conferma le nostre idee è molto forte. Secondo Platone, il rischio principale per i tiranni è che finiscono per circondarsi di persone che dicono sempre di sì. Aristotele temeva che in un sistema democratico un politico ricco e scaltro potesse facilmente manipolare la mente dei cittadini. Consapevoli di questi e altri pericoli, gli autori della costituzione statunitense crearono un sistema di pesi e contrappesi: l’obiettivo non era solo assicurarsi che nessun ramo del governo prevalesse sugli altri, ma anche di garantire che nelle istituzioni ci fossero punti di vista diversi.

In questo senso, molti parlamentari repubblicani sono in parte responsabili dei tentativi di Trump di ribaltare il risultato delle elezioni. Invece di contraddirlo, hanno legittimato la sua bugia sui brogli elettorali. Lo hanno fatto per ragioni diverse. Alcuni si preoccupavano soprattutto di sfruttare il sistema per conservare il potere, approfittando dei punti più ambigui della costituzione statunitense, alterando la composizione dei distretti elettorali in modo da favorire i loro candidati e usando fondi di provenienza sconosciuta per vincere le elezioni grazie a una minoranza di elettori molto motivati. Queste persone non hanno nessun interesse a far crollare un sistema che permette al loro partito di conservare un controllo sproporzionato sul governo. Il principale esponente di questo gruppo, il senatore Mitch McConnell, ha chiuso un occhio sulle bugie di Trump senza preoccuparsi delle conseguenze.

Altri repubblicani vedevano la situazione in modo diverso: erano convinti di poter distruggere il sistema e arrivare al potere in un contesto non democratico. La separazione tra questi due gruppi, che possiamo chiamare i “manipolatori” e i “demolitori”, è stata evidente il 30 dicembre del 2020, quando il senatore repubblicano Josh Hawley ha annunciato che avrebbe contestato il risultato delle elezioni presidenziali durante la cerimonia di ratifica al congresso, il 6 gennaio 2021. Poco dopo Ted Cruz, senatore del Texas, ha annunciato che avrebbe fatto lo stesso, seguito da altri dieci senatori. Nel frattempo alla camera più di cento repubblicani si preparavano a contestare la vittoria di Biden. Per molti era solo una sceneggiata: pensavano che le loro obiezioni avrebbero provocato una serie di rinvii in aula, senza alterare il risultato del voto.

Il problema è che quando il congresso attacca le sue funzioni basilari, rischia di pagare un prezzo molto alto. Un’istituzione eletta che si rifiuta di accettare il risultato di un’elezione si presta a essere rovesciata. I parlamentari che hanno sostenuto la bugia del presidente hanno tradito il loro mandato costituzionale. Mettere in atto una manovra politica sulla base della bugia di Trump ha dato forza a questa bugia. A quel punto Trump poteva pretendere che i senatori e i deputati si piegassero al suo volere. E così ha puntato il dito contro il vicepresidente Mike Pence – incaricato dalla costituzione di gestire il procedimento formale di conteggio dei voti dei grandi elettori – chiedendogli di non ratificare la vittoria di Biden. Il 6 gennaio Trump ha invitato i suoi sostenitori a fare pressione sui parlamentari, ed è esattamente quello che hanno fatto, assaltando il congresso, cercando persone da “punire” e saccheggiando l’edificio.

In fondo tutto questo aveva un senso. Se, come sostenevano gli stessi deputati e senatori, le elezioni erano state veramente truccate, come si poteva permettere al congresso di confermare la vittoria di Biden? Per alcuni repubblicani l’invasione del Campidoglio dev’essere stata un trauma o perfino una lezione. Ma forse per i demolitori è stato un assaggio del futuro. Dopo che la situazione è tornata sotto controllo e il congresso si è riunito per concludere il procedimento, otto senatori e più di cento deputati hanno votato per la stessa menzogna che li aveva costretti a mettersi in salvo poche ore prima.

I rivoltosi nel congresso il 6 gennaio 2021 (Saul Loeb, Afp/Getty)

La fonte della verità

La post-verità corrisponde al pre-fascismo, e Trump è stato il presidente della post-verità. Quando rinunciamo alla verità, lasciamo il potere nelle mani di persone ricche e carismatiche che la sostituiscono con lo spettacolo. Senza un consenso su alcuni fatti di fondo non può esistere quella società civile che permette ai cittadini di difendersi. Se perdiamo le istituzioni che diffondono i fatti, ci ritroviamo impantanati in una realtà in cui prevalgono l’astrazione e la finzione. La verità non può affermarsi quando in giro ce n’è così poca. E l’epoca di Trump (come quella di Vladimir Putin in Russia) è segnata dal declino dei giornali locali e delle notizie. I social network non sono un valido sostituto, perché alimentano all’estremo i processi mentali con cui cerchiamo uno stimolo emotivo e un conforto, un processo che alla lunga cancella la differenza tra quello che è vero e quello che ha solo l’apparenza del vero.

La post-verità erode lo stato di diritto e apre la strada a un regime del mito. Negli ultimi quattro anni gli studiosi si sono chiesti se fosse legittimo e sensato accostare la propaganda trumpiana al fascismo. Alcuni hanno provato a fare un confronto diretto per poi sostenere che il paragone era improponibile. Una posizione piuttosto comoda. Un atteggiamento più sensato è quello del filosofo Jason Stanley, secondo cui il fascismo è un fenomeno composto da una serie di tendenze osservabili non solo nelle società europee tra la prima e la seconda guerra mondiale ma anche in altri contesti.

La mia opinione personale è che conoscere i sistemi politici del passato (non solo quello fascista) ci permette di individuare e concettualizzare elementi del presente che altrimenti ignoreremmo, e di pensare in modo più ampio alle possibilità future. A ottobre del 2020 mi è sembrato evidente che il comportamento di Trump lasciava presagire un tentativo di colpo di stato, e l’ho scritto. La mia previsione non nasceva tanto dalla convinzione che il presente ripeta il passato, ma dall’idea che il passato illumini il presente.

Come i leader dei regimi fascisti, anche Trump si è presentato ai cittadini dicendo di essere l’unica fonte della verità. Il modo in cui parla di fake news ricorda un’espressione usata dai nazisti: Lügenpresse, stampa bugiarda. Come i nazisti, anche Trump ha definito i giornalisti “nemici del popolo”. Come Adolf Hitler, anche lui ha conquistato il potere in un momento in cui i giornali erano in crisi. Negli anni venti i nazisti pensarono di poter usare la radio per sostituire il sistema pluralistico nato con i giornali. Trump ha cercato di fare lo stesso con Twitter.

Grazie alla tecnologia e al suo talento personale, Donald Trump ha potuto mentire a un ritmo che probabilmente non ha precedenti. Nella maggior parte dei casi si è trattato di piccole bugie, che si sono accumulate l’una sull’altra. Credere a tutte le bugie di Trump ha significato credere nell’autorità di un solo uomo, perché imponeva di non credere a tutto il resto. Una volta stabilita questa autorità personale, il presidente ha potuto accusare tutti gli altri di essere dei bugiardi. Eppure, fino a quando non è stato in grado di imporre una grande bugia – una fantasia che creasse una realtà alternativa in cui la gente potesse vivere e morire – il pre-fascismo di Trump è rimasto lontano dal vero fascismo.

I poliziotti puntano le pistole contro i rivoltosi. Washington, 6 gennaio 2021 (Drew Angerer, Getty)

Le grandi bugie sono quelle che, secondo Hannah Arendt, lacerano “il tessuto della fattualità”. Una grande bugia storica presa in esame dalla studiosa è quella con cui Iosif Stalin spiegò la carestia nell’Ucraina sovietica all’inizio degli anni trenta. In precedenza lo stato aveva collettivizzato l’agricoltura e imposto una serie di misure punitive all’Ucraina, portando milioni di persone a morire di fame. Ma la versione ufficiale dei fatti era che quelle persone erano solo provocatori, agenti dell’occidente che odiavano il socialismo al punto di lasciarsi morire. Nell’analisi di Arendt una finzione ancora più colossale è l’antisemitismo di Hitler, la tesi secondo cui gli ebrei governavano il mondo e avevano accoltellato alla schiena la Germania durante la prima guerra mondiale. È interessante notare che secondo Arendt le grandi bugie fanno presa solo sulle “menti solitarie”, perché la loro coerenza sostituisce l’esperienza e la compagnia.

Nel novembre del 2020 Trump, rivolgendosi a milioni di menti solitarie, ha raccontato una bugia pericolosamente ambiziosa: era lui il vincitore delle elezioni. Era una grande bugia sotto ogni aspetto, non colossale come quelle dei nazisti sugli ebrei ma comunque abbastanza grande. E chiamava in causa una questione fondamentale: il diritto a governare il paese più potente al mondo e l’affidabilità della transizione del potere. La tesi di Trump non si limitava a negare l’evidenza, era anche contro la logica: com’era possibile che un’elezione fosse stata truccata per danneggiare un presidente repubblicano ma non i candidati repubblicani al senato e alla camera? Raggiungendo il massimo dell’assurdità, Trump è stato costretto a parlare di “elezioni (presidenziali) truccate”.

La forza di una grande bugia sta nel fatto che impone di credere o non credere a molto altro. Per trovare un senso in un mondo in cui le elezioni presidenziali vengono truccate, bisogna diffidare non solo dei giornalisti e degli esperti ma anche delle istituzioni locali, statali e federali, dagli scrutatori nei seggi ai funzionari eletti, dal dipartimento per la sicurezza nazionale alla corte suprema. La grande bugia, per necessità, porta con sé una teoria del complotto: pensate a quante persone devono essere coinvolte in un progetto del genere e a quanto hanno dovuto darsi da fare per tenerlo segreto.

La bugia elettorale di Trump galleggia libera dalla realtà verificabile, sostenuta non dai fatti ma da rivendicazioni che si rafforzano a vicenda: c’è qualcosa sotto, perché io ho la sensazione che sia così e perché so che altri hanno la stessa sensazione. Quando i politici repubblicani come Ted Cruz hanno espresso questo concetto, il loro messaggio reale era questo: voi credete alle mie bugie, e questo mi spinge a ripeterle. I social network, dal canto loro, forniscono un’infinità di prove apparenti per qualsiasi teoria, specialmente se sostenuta da un presidente.

Precedente doloroso

In superficie una teoria del complotto fa sembrare forte la vittima della cospirazione: Trump si oppone ai democratici, ai repubblicani, al deep state, ai pedofili, ai satanisti. Ma a un livello più profondo inverte la posizione del forte con quella del debole. Le presunte irregolarità su cui Trump ha tanto insistito riguardano le città dove vivono e votano molti afroamericani. In fin dei conti la fantasia della frode elettorale è la fantasia di un crimine commesso dai neri contro i bianchi. In realtà negli Stati Uniti succede esattamente il contrario, da sempre. Il 3 novembre del 2020 i neri hanno dovuto aspettare più di chiunque altro per votare. I loro voti sono stati contestati per irregolarità formali più di quelli di chiunque altro. Inoltre si sono ammalati o sono morti di covid-19 più frequentemente di altri e hanno avuto meno possibilità di chiedere un permesso lavorativo. La tesi secondo cui Trump è stato privato della vittoria in modo illegale è una grande bugia non solo perché sfida ogni logica e descrive in modo falso il presente, ma soprattutto perché capovolge il campo morale della politica statunitense e la storia del paese.

Un sostenitore di Trump nell’ufficio della presidente della camera Nancy Pelosi. Washington, 6 gennaio 2021 (Saul Loeb, Afp/Getty)

Quando il senatore Ted Cruz ha annunciato di voler contestare il risultato del voto al congresso, ha invocato il compromesso del 1877, che mise fine alla disputa sulle elezioni presidenziali del 1876. Molti commentatori hanno sottolineato che quel precedente non era pertinente, perché in quel periodo le elezioni erano effettivamente condizionate da gravi irregolarità e perché il congresso si trovava in uno stallo. Ma per gli afroamericani quel riferimento aveva un significato diverso. Il compromesso del 1877 – con cui Rutherford B. Hayes ottenne la presidenza a patto di ritirare le truppe federali dal sud – sancì la fine della ricostruzione, il periodo cominciato dopo la guerra civile, e l’inizio del regime di segregazione. Quel compromesso è il peccato originale degli Stati Uniti dell’era post schiavista, oltre che il momento in cui il paese si è avvicinato di più al fascismo. Se questo riferimento poteva sembrare lontano il 2 gennaio, quando Ted Cruz ha fatto quella dichiarazione, di sicuro è sembrato molto più vicino quattro giorni dopo, mentre le bandiere confederate sventolavano nel congresso.

Naturalmente dal 1877 alcune cose sono cambiate. All’epoca erano i repubblicani (o comunque molti di loro) a scagliarsi contro la discriminazione razziale, ed erano i democratici, il partito del sud, a volere l’apartheid. A partire dagli anni sessanta i repubblicani sono diventati un partito prevalentemente bianco, determinato (come Trump ha ammesso candidamente) a ridurre il più possibile l’affluenza alle urne, soprattutto dei neri. Ma il filo conduttore rimane lo stesso. Osservando i suprematisti bianchi che hanno preso d’assalto il congresso, qualcuno può aver avuto la sensazione che qualcosa di puro fosse stato profanato. Ma sarebbe più corretto considerare l’episodio come il capitolo di una lunga disputa su chi meriti di essere rappresentato politicamente.

Nessuna ideologia

Nei quarant’anni successivi all’elezione di Ronald Reagan i repubblicani hanno superato le tensioni interne tra chi vuole manipolare il sistema e chi vuole demolirlo in modi diversi: attaccando il governo mentre erano al governo, definendo le elezioni “una rivoluzione” (il Tea party) e presentandosi come nemici delle élite. I distruttori, in questo contesto, hanno fornito una copertura ai manipolatori, portando avanti un’ideologia capace di distrarre l’opinione pubblica da una semplice verità: quando sono al potere, i repubblicani non ridimensionano il governo ma semplicemente lo piegano per favorire determinati interessi.

Inizialmente Trump è sembrato una minaccia per questo equilibrio. La sua mancanza di esperienza in politica e il suo razzismo ostentato lo rendevano una figura molto scomoda nel partito. In un primo momento i dirigenti repubblicani lo hanno criticato per la sua tendenza a raccontare bugie, ma dopo le presidenziali del 2016 la sua abilità come demolitore ha creato grandi opportunità per i manipolatori. Guidata dal manipolatore in capo, il senatore Mitch McConnell, questa fazione è riuscita a ottenere la nomina di centinaia di giudici federali conservatori e tagli alle tasse per i più ricchi.

Diversamente dai demolitori tradizionali, Trump non aveva nessuna ideologia. La sua ostilità nei confronti delle istituzioni dipendeva dal fatto che per lui erano un limite ai suoi obiettivi. Trump voleva distruggere il sistema per ottenere un vantaggio personale, ed è anche per questo che ha fallito come presidente. È completamente sprovvisto di una visione politica che vada oltre i suoi interessi o quelli dei suoi alleati. In questo senso il suo pre-fascismo resta lontano dal vero fascismo. La visione del mondo di Trump non è mai andata oltre uno specchio. La sua grande bugia sulle elezioni non era il frutto di una concezione del mondo, ma del rischio concreto di poter perdere qualcosa.

Tuttavia, Trump non ha mai sferrato il colpo decisivo. Gli è mancato il sostegno dell’esercito, i cui vertici hanno in gran parte preso le distanze da lui. La polizia segreta di Trump, gli uomini che la scorsa estate hanno prelevato con la forza alcuni manifestanti antirazzisti a Portland, era violenta ma anche poco numerosa e piuttosto ridicola. I social network si sono rivelati un’arma spuntata. Il presidente, nonostante tutte le denunce e le minacce contro i funzionari pubblici, non è mai riuscito a mettere in campo un piano che portasse le persone giuste a fare la cosa sbagliata. Trump ha convinto alcuni elettori del fatto che era lui il vincitore delle elezioni ma non ha saputo coinvolgere le istituzioni nella sua grande bugia. Ha portato i suoi sostenitori a Washington e li ha spinti a scatenarsi sul congresso, ma nessuno di loro sembrava avere la più vaga idea di cosa stesse facendo e di cosa volesse ottenere. Faccio fatica a pensare a un’altra insurrezione come questa, in cui un edificio così importante viene preso d’assalto da persone che alla fine si limitano a passeggiarci dentro.

Da sapere
Verso l’impeachment

◆ Dopo che migliaia di sostenitori di Donald Trump hanno preso d’assalto il congresso degli Stati Uniti il 6 gennaio 2021, il Partito democratico ha chiesto di aprire una procedura d’impeachment contro il presidente uscente. È accusato di aver incoraggiato comportamenti violenti e illegali sia quel giorno, in cui ha invitato la folla a marciare verso il congresso, sia nelle settimane precedenti, in cui aveva minacciato funzionari eletti per spingerli a ribaltare l’esito delle presidenziali, vinte da Joe Biden. Inoltre i democratici temono che Trump possa compiere altre azioni illegali prima del 20 gennaio, quando dovrà lasciare la Casa Bianca. È difficile che la procedura di _impeachment _possa essere completata entro quella data. I democratici sostengono di poterla portare a termine anche quando Trump non sarà più presidente, ma non tutti i costituzionalisti sono d’accordo. Se condannato, Trump non potrebbe più candidarsi per incarichi pubblici. Nell’assalto al congresso sono morte cinque persone, quattro sostenitori di Trump e un poliziotto. Cnn


La bugia tende a sopravvivere al bugiardo. L’idea che nel 1918 la Germania avesse perso la prima guerra mondiale a causa della “coltellata alle spalle” degli ebrei era vecchia di quindici anni quando Hitler conquistò il potere. Che ruolo avrà il mito vittimista di Trump nella vita americana tra quindici anni? E chi ne trarrà beneficio?

Il 7 gennaio del 2021 Trump ha detto che lascerà pacificamente il potere, ammettendo implicitamente che il suo tentativo di colpo di stato era fallito. Eppure, anche in quel momento ha ripetuto e amplificato la sua bugia sulle elezioni. A quel punto la sua era diventata una causa sacra per cui alcune persone si erano sacrificate. Se l’immaginaria coltellata alle spalle di Trump sopravvivrà, sarà soprattutto grazie al sostegno dei politici repubblicani, che hanno ripetuto la bugia dandole una forza che altrimenti non avrebbe avuto.

Per il momento Trump è il martire in capo, l’alto prelato della grande bugia. È il leader dei demolitori, almeno nella testa dei suoi sostenitori. A questo punto i manipolatori vogliono liberarsi di lui. Il presidente è ormai inutile, e una volta fuori dalla Casa Bianca tornerà a essere un individuo imbarazzante. I demolitori, da parte loro, hanno un motivo ancora più solido per voler vedere sparire Trump: è impossibile raccogliere il testimone da qualcuno che è ancora sulla scena. Spostare il centro del mito da Trump alla nazione sarà più facile quando Trump sarà fuori dai giochi.

Alcuni politici repubblicani come Ted Cruz e Josh Hawley potrebbero scoprire che quando si racconta una grande bugia si finisce per diventarne schiavi. La storia di Hawley rivela un’ipocrisia enorme: figlio di un banchiere e laureato in legge a Yale e Stanford, si scaglia contro le élite. Per quanto riguarda Cruz, finora si era presentato come un paladino dei diritti degli stati, ma quei diritti sono stati violati clamorosamente dall’azione sovversiva di Trump. Entrambi sembrano pronti a candidarsi alla presidenza. Ma come è possibile candidarsi e allo stesso tempo sostenere che le elezioni sono truccate? Se accusi l’avversario di aver barato e i tuoi sostenitori ti credono, si aspetteranno che in futuro sarai tu a barare. Difendendo la grande bugia di Trump, Hawley e Cruz hanno creato un precedente: un candidato repubblicano alla presidenza che perde le elezioni dovrebbe comunque essere nominato presidente dal congresso. In futuro i repubblicani, o almeno i candidati del gruppo dei demolitori, avranno presumibilmente un piano a, vincere in modo regolare, e un piano b, perdere ma vincere comunque. Non serve nessuna frode elettorale. Bastano le accuse di frode. La verità viene sostituita da uno spettacolo, e la fede prende il posto dei fatti.

Gennaio 2025

Il pre-fascismo che abbiamo visto all’opera nei giorni scorsi ha rivelato una possibilità per la politica americana. Per riuscire in un ipotetico colpo di stato nel 2024, i demolitori avranno bisogno di qualcosa che Trump non ha mai avuto: una minoranza infuriata e organizzata che possa scatenare la violenza in tutto il paese durante le elezioni. Amplificare una grande bugia per quattro anni potrebbe portare a questo. Se sostieni che i tuoi avversari hanno vinto le elezioni in modo illegittimo, di fatto stai promettendo che farai lo stesso, e nel frattempo stai invitando i tuoi sostenitori a punire gli avversari. Molti osservatori, sia dentro sia fuori il governo, concordano sul fatto che i suprematisti bianchi rappresentano la più seria minaccia terroristica per gli Stati Uniti. Nel 2020 le vendite di armi hanno raggiunto livelli senza precedenti. La storia mostra che quando i leader di un grande partito sposano apertamente la paranoia di solito si scivola verso la violenza politica. La grande bugia di Trump è tipicamente statunitense, avvolta nel bizzarro sistema elettorale del paese e vincolata alle sue tradizioni razziste. Ma allo stesso tempo è strutturalmente fascista, con il suo approccio eversivo, la sua inversione di ruoli tra aggressore e vittima e la sua divisione del mondo in “noi” contro “loro”. Portarla avanti per quattro anni significa corteggiare il terrorismo e l’omicidio.

Quando questa violenza arriverà, i demolitori dovranno reagire. Se l’accetteranno, diventeranno una fazione fascista. Il Partito repubblicano sarà diviso, almeno per un periodo. Naturalmente possiamo immaginare anche una penosa riunificazione: nel 2024 un candidato demolitore potrebbe perdere un’elezione presidenziale incerta e denunciare brogli, mentre i repubblicani potrebbero conquistare entrambe le camere del congresso. A quel punto i rivoltosi, fomentati da quattro anni in cui avranno creduto alla grande bugia, potrebbero scendere in piazza e chiedere giustizia. I manipolatori difenderebbero i princìpi della democrazia se la situazione attuale si verificasse anche il 6 gennaio del 2025?

Autoanalisi

Ma il momento attuale rappresenta anche un’opportunità. Forse un Partito repubblicano diviso sarà più utile alla democrazia statunitense. Forse i manipolatori, separati dai distruttori, potranno cominciare a pensare alla politica come a uno strumento per vincere le elezioni. È molto probabile che i primi mesi dell’amministrazione di Joe Biden e Kamala Harris saranno più sereni di quanto previsto. Forse l’ostruzionismo lascerà il posto, almeno per un manipolo ridotto di repubblicani e per un breve periodo di tempo, a una fase di autoanalisi. I politici che vogliono mettere fine al trumpismo hanno una strada semplice davanti a loro: raccontare la verità sulle elezioni presidenziali.

Il fatto che il bugiardo sia stato allontanato dal potere non basterà per sopravvivere alla grande bugia. Servirà un nuovo pluralismo dei mezzi d’informazione e bisognerà difendere i fatti considerandoli un bene comune. Il razzismo che impregna ogni aspetto dell’insurrezione fallita è un invito a prestare la massima attenzione alla storia statunitense. Analizzare con cura il passato ci aiuta ad accorgerci dei rischi ma anche a individuare opportunità future. Gli Stati Uniti non potranno mai essere una repubblica democratica se continueranno a raccontare bugie sul razzismo, piccole o grandi che siano. La democrazia non consiste nell’ostacolare, o nell’ignorare, il voto. E non è una questione di manipolare o demolire un sistema. La democrazia significa accettare l’uguaglianza degli altri, ascoltare la loro opinione e conteggiare i loro voti. ◆ as

**Timothy Snyder ** è uno storico statunitense specializzato nella storia dell’Europa orientale e dell’olocausto. Insegna a Yale. Ha scritto _Venti lezioni. Per salvare la democrazia dalle malattie della politica _(Rizzoli 2017) e _La paura e la ragione _(Rizzoli 2018).

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Questo articolo è uscito sul numero 1392 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati