È passata un’ora da quando abbiamo imboccato la strada monotona che separa Lomé da Aného, in Togo, e la conversazione arranca. Il malessere generale è amplificato dal caldo umido di mezzogiorno, che sembra fondere le lancette dell’orologio come nel famoso dipinto di Salvador Dalí La persistenza della memoria. Quando la noia domina ormai incontrastata, una nuvola di zanzare ci ricorda che il tempo vola e porta consiglio: è arrivato il momento di fermarsi lungo la riva del fiume e trovare un posto ventilato dove pranzare.
Il fiume Mono nasce quattrocento chilometri più a nord. Scende costeggiando la frontiera tra Togo e Benin, e quando si avvicina all’oceano curva a est attraversando un vasto sistema lacustre prima di riversarsi in mare dall’altra parte del confine, a La Bouche du Roi, vicino al forte di São João Baptista de Ajudá.
Sul lato togolese, alla periferia di Aného, un braccio del fiume incide la costa per riversarsi nell’oceano Atlantico. Alla fine del seicento la popolazione degli ana, originaria della Costa d’oro (oggi Ghana), si spostò in quest’area per sfuggire agli attacchi delle bande armate del regno Denkyira, che andavano in cerca di persone da sequestrare e vendere, attraverso intermediari di etnia fanti, ai mercanti di schiavi europei. Originari del posto dove un secolo prima i portoghesi avevano costruito il castello di Elmina, gli ana diventarono così parte dei popoli chiamati mina.
Una volta stabilitisi ad Aného, invece di farsi catturare, gli ana si dedicarono a loro volta a comprare e fare prigionieri gli abitanti dell’entroterra per venderli agli europei. In quel periodo la città si trasformò in una delle principali piazze della cosiddetta Costa degli schiavi.
Nonostante la fuga, alcuni ana furono comunque catturati, spesso con la complicità di capi locali che così si arricchivano, e da Aného furono caricati sulle navi dirette in Brasile. Là furono molto apprezzati per le loro conoscenze in campo minerario e metallurgico.
Pesce capitano o tilapia
In questo posto sperduto sulla riva sinistra del fiume, la spossatezza ci rende poco sensibili al destino dei mina. Seduti sulla terrazza del ristorante di un piccolo albergo – che con raffinata ironia è chiamato Oasis – ordiniamo una birra per ingannare la fame. Scorrendo il menù, scopriamo che il nostro pregiudizio non fa onore al locale.
Nella nostra superficialità, il Togo è sinonimo di fufu, un impasto denso ed elastico a base di igname o manioca, solitamente servito con olio di palma, burro d’arachidi o pepe. Quindi ci sorprende il modo in cui il cuoco del ristorante ha modificato alcune ricette tradizionali. Ordino un pesce capitano affumicato, accompagnato da ali di razza in salsa di capperi.
Il mio collega David mi guarda stupito e mi chiede perché abbia scelto il pesce capitano se il menù offre anche la tilapia.
“Tilapia, David?”, gli chiedo.
“Sì, la tilapia. Il pesce capitano sa di mare e a me piacciono i sapori di fiume e di lago: sono quelli che tolgono la fame agli africani. Tutto il continente si sfama con la tilapia. Il pesce capitano è roba da colonizzatori”.
Mando giù la provocazione e decido che non vale la pena di reagire. Anche perché la tilapia non è cucinata in un modo qualsiasi. I filetti di pesce sono avvolti intorno a un ripieno cremoso a base di spinaci, poi cotti con erbe aromatiche e sfumati con vino bianco: è la famosa tilapia enroulé.
Ignorando il mio disinteresse, David continua a difendere la sua tesi, in castigliano. Parla freneticamente, come un uomo al galoppo, gesticolando in modo energico. Penso a quanto è diverso il portoghese, con le vocali ridotte e i suoni nasali. Lo scrittore Miguel de Cervantes lo definiva un “castigliano senza ossa”, mentre Miguel de Unamuno (autore spagnolo dell’ottocento) ne sottolineava la naturalezza, il carattere più dolce e flessibile, simile a un polpo, mentre il castigliano era rigido come un’aragosta.
Non riesco a fare a meno di associare questa immagine alla natura polimorfica e tentacolare che il sociologo brasiliano Gilberto Freyre attribuiva ai portoghesi, sottolineando la loro capacità di mescolarsi con altri popoli e culture creando società coloniali ibride. È l’idea chiave della sua tesi, il lusotropicalismo, oggi caduta in disgrazia.
Mi sgancio da questi pensieri e torno ad ascoltare David che sta ancora difendendo la sua idea: la tilapia è ricca di proteine magre di alta qualità. David ha un dottorato in astrofisica, ha insegnato all’università, ma la sete di avventura lo ha strappato agli osservatori astronomici. Ha lavorato in Africa e nei Caraibi. Il metodo scientifico non lo abbandona mai e s’intrufola anche nelle conversazioni più semplici. Per lui l’aragosta è un crostaceo e il polpo è un mollusco, e non hanno nulla a che vedere con le caratteristiche di una lingua o di un popolo.
Alla fine del pranzo ci rimettiamo in viaggio, diretti ad Agbodrafo. Prima, però, attraversiamo il ponte che ci porta sulla riva destra e ci dirigiamo verso il braccio del fiume Mono. Non lontano dalla costa, osserviamo tre surfisti che approfittano dell’onda lunga dell’oceano, che si fa più forte man mano che il canale si restringe, amplificando le onde.
A giudicare dall’aspetto, i tre sono _yovowo _(stranieri) e probabilmente sono solo di passaggio. Forse ignorano che alcuni schiavi, trasportati in catene fino a queste acque, preferivano lanciarsi in mare piuttosto che imbarcarsi. Molti sono morti proprio lì, sotto le onde che loro cavalcano con le tavole. E anche se lo sapessero, sono certo che non crederebbero mai alla leggenda secondo cui le anime degli schiavi annegati si liberavano del corpo e viaggiavano fino a Orun (il regno degli dei nella religione yoruba), dove si riunivano ai loro antenati. L’ignoranza e il disinteresse hanno dei vantaggi: la memoria a volte può essere un fardello che impedisce di essere pienamente liberi.
Charlie non fa il surf
Mi viene in mente una famosa scena del film Apocalypse now in cui il tenente colonnello Kilgore (Robert Duvall) ordina di attaccare un villaggio controllato dai vietcong (chiamati Charlie) solo per permettere a un gruppo di soldati di fare surf. Quando i suoi uomini gli fanno notare i rischi dell’operazione, Kilgore risponde laconicamente: “Charlie non fa il surf”. Forse era questa la mentalità dei commercianti di schiavi: il fine giustifica i mezzi. Se fossero ancora vivi, probabilmente direbbero che i mina non facevano il surf.
Arriviamo finalmente ad Agbodrafo, dove l’autista ci lascia su una strada polverosa, vicino a un muro con una porta di metallo arrugginita. Oltre la porta, c’è un patio di terra battuta dove una donna lava i panni in una piccola vasca, circondata da bambini. Un uomo ci viene incontro dalla scala d’accesso di una casa in rovina. Sarà la nostra guida.
Per David l’aragosta è un crostaceo e il polpo è un mollusco, e non hanno nulla a che vedere con le caratteristiche di una lingua o di un popolo
Ci racconta che nel 1835 John Henry Wood, un trafficante scozzese, decise di costruire questa struttura per rinchiudere lì centinaia di schiavi, anche se la tratta era stata ufficialmente vietata dal Regno Unito. Assiakoley, uno dei capi del clan Adjigo, di etnia mina, accettò di collaborare con Wood perché non voleva rinunciare ai guadagni. La casa, costruita in stile afrobrasiliano, era abbastanza distante dalla costa e protetta dalla vegetazione: non poteva essere vista dalle autorità e così garantiva un imbarco “sicuro” degli schiavi sulle navi.
L’edificio è formato da quattro stanze distribuite intorno a un salone principale, al centro del quale c’è una botola ritagliata nel pavimento di parquet. Senza dire una parola, la nostra guida ci invita a scendere di sotto, abbandonandoci alla nostra sorte. E agli spiriti. Il seminterrato, alto non più di un metro e mezzo, si estende su tutta l’area della casa. Era qui che Wood e i suoi uomini obbligavano gli schiavi incatenati a sedersi e a distendersi, a strisciare per muoversi. Malati e disperati, nella miseria più profonda e nell’oscurità totale, uomini, donne e bambini restavano nel seminterrato per settimane, a volte mesi, fino a quando qualcuno apriva le piccole finestre di ferro che li separavano dal mondo esterno.
In realtà quelle finestre erano anche la loro via d’accesso al sotterraneo, perché gli schiavi non erano considerati degni di passare dalla botola del salotto. Molti morirono prima di rivedere la luce del giorno, senza diritto al suono dei tamburi e senza che nessuno invocasse gli antenati per fare da guida alle loro anime o sacrificasse animali per onorare le divinità.
All’aperto
Quando torniamo all’esterno, attraverso passaggi che ci vengono gentilmente aperti, non nascondiamo il sollievo. Riprendiamo il percorso e lungo il cammino che porta al mare incontriamo un pozzo dove gli schiavi si lavavano per l’ultima volta e intorno al quale facevano il giro, sempre incatenati, sette volte prima di imbarcarsi. Si credeva che quel rituale di purificazione potesse fargli dimenticare le loro origini e le loro famiglie, facilitandone la sottomissione e scongiurando tentativi di rivolta.
Poco disposto alle spiegazioni sovrannaturali, David interviene: “Questo oblio ha un nome scientifico. Si chiama ‘amnesia dissociativa’ ed è quel fenomeno per cui la nostra mente spegne i ricordi di eventi dolorosi, per proteggersi. Tutto il resto sono superstizioni”.
Fantasia o meno, è noto che dall’altro lato della frontiera, in Benin, tra la città di Ouidah e la costa, c’era un baobab (poi ripiantato) che i mercanti di schiavi chiamavano “albero dell’oblio”. In quel caso, però, il rituale serviva gli interessi degli schiavi: riunendosi in cerchio intorno all’albero sacro, gli uomini e le donne assicuravano il ritorno dei propri spiriti al luogo d’origine.
In Benin, tra la città di Ouidah e la costa dell’oceano, c’era un baobab che i mercanti di schiavi chiamavano “albero dell’oblio”
David non ha una spiegazione razionale pronta, quindi lo anticipo: “Magari gli spiriti non sono tornati, ma i loro discendenti sì”.
Il sorprendente ritorno ha una spiegazione: nell’ottocento in Brasile c’erano state diverse rivolte degli schiavi, che avevano causato il panico tra le autorità locali. Molti furono considerati una minaccia e deportati, o spinti a lasciare il paese. Altri riuscirono a racimolare il denaro necessario per comprarsi la libertà e il viaggio per tornare nella loro terra. Ouidah, nell’attuale Benin, accolse un gran numero di schiavi liberati. Mosso dalla curiosità di conoscere la città, decido di attraversare la frontiera.
Il turismo svolge un ruolo centrale nell’economia di Ouidah, esattamente come in altri posti della memoria della tratta, dal castello di Elmina, in Ghana, all’isola di Gorée, in Senegal.
Il progetto dell’Unesco intitolato “Rotte dei popoli schiavizzati”, lanciato nel 1994 per promuovere lo studio delle “cause, conseguenze e forme di resistenza” delle persone ridotte in schiavitù, ha portato in queste località migliaia di turisti da tutto il mondo, attirati dagli sforzi per conservare questi luoghi della memoria.
Considerando l’eredità complessa per i discendenti, sia dei carnefici sia delle vittime, è fondamentale cercare un equilibrio nel contenuto e nella forma della narrazione storica. I fatti devono essere presentati in forma oggettiva e con tutte le sfumature, senza minimizzare il ruolo di chi ha beneficiato del traffico di esseri umani e le conseguenze tragiche del trasferimento forzato di dodici milioni di persone sull’altra sponda dell’Atlantico.
Allo stesso tempo, però, non bisogna dimenticare il contesto storico né invocare argomentazioni che spesso fanno parte della memoria ma non della storia. La mia guida locale, Boris Medatinsa, ha il dono raro di soddisfare tutti questi requisiti.
Il forte incendiato
Boris spiega che Ouidah nasce dall’insediamento in cui nel 1680 il re portoghese Pedro II decise di far costruire un forte per proteggere il commercio degli schiavi nella regione. L’edificio che visitiamo fu costruito nel 1721, con i capitali raccolti dai commercianti della capitaneria di Bahia, in Brasile, attraverso un’imposta sugli schiavi africani sbarcati nella città di Salvador.
Il forte circondato da bastioni si trova in cima a una piccola altura, sopra un sentiero che conduce alla spiaggia, a circa tre chilometri di distanza. Quando lo visito, mi sorprende l’eccellente stato di conservazione. Boris non mi dà il tempo di chiedere una spiegazione e attacca: “Dopo che il Dahomey, l’attuale Benin, dichiarò l’indipendenza dalla Francia nel 1960, le autorità diedero un ultimatum al governo portoghese intimandogli di abbandonare il forte entro il 1 agosto dell’anno successivo. Il primo ministro lo rispettò, ma a modo suo: il giorno prima della scadenza, ordinò agli ultimi due rappresentanti dell’impero di incendiare la costruzione prima di abbandonarla”. Ridendo, Boris dice che sa benissimo da chi hanno imparato le cattive maniere gli africani.
La fondazione Calouste Gulbenkian (un’organizzazione benefica portoghese che sostiene le arti e la scienza) ha finanziato il recupero e il restauro del forte nel 1987, mitigando il cattivo ricordo lasciato dalla partenza disonorevole dei portoghesi. Boris mi accompagna lungo un percorso che termina vicino alla spiaggia, alla Porta del non ritorno, un grande monumento a forma di portale che ricorda la partenza di due milioni di schiavi verso le Americhe.
Prima di arrivare a destinazione, però, visitiamo le antiche case degli schiavisti, gli alberi sacri, i templi voodoo e una fossa comune in cui venivano gettati i cadaveri degli schiavi che morivano prima dell’imbarco. Dopo un’ora passata ad ascoltare Boris, concludo che la storia di Ouidah – e più in generale del regno del Dahomey – è lunga e affascinante. Ma se dovessi riassumerla scegliendo un personaggio, avrebbe un nome e due cognomi: Francisco Félix de Souza.
Tinto di blu
Sulla terrazza del ristorante Citro Grill, Boris mi racconta la sua vita sbalorditiva, che ha ispirato opere come il romanzo Il viceré di Ouidah (Adelphi 1983) dello scrittore britannico Bruce Chatwin. Incoraggiato dal mio interesse, Boris mi invita a provare il sodabi, un distillato artigianale ottenuto dal vino di palma usato frequentemente nelle cerimonie religiose. Quando scopro che il tasso alcolico è paragonabile a quello della vodka, ripiego su una più innocua acqua di cocco.
“Francisco Félix de Souza nacque a Bahia, da un portoghese e da una donna indigena, nella seconda metà del settecento. Per ragioni sconosciute, nel 1800 si stabilì nel regno del Dahomey. Da adulto diventò il responsabile del forte portoghese di São João Baptista de Ajudá (in cui precedentemente aveva lavorato come scrivano), senza aver ricevuto l’autorizzazione del governo di Lisbona, che all’epoca trascurava la struttura. Con il passare degli anni Félix de Souza s’interessò al commercio degli schiavi. Con grande astuzia, ottenne la protezione del re del Dahomey, che diventò il suo maggiore alleato e fornitore”.
Boris fa una breve pausa e osserva la piazza davanti a noi, dove un tempo si svolgeva il mercato degli schiavi. Poi prosegue: “Quando era già molto ricco, Félix de Souza sfidò il re Adandozam accusandolo di non avergli dato gli schiavi per cui lui aveva già pagato con le sue merci. A quel punto cadde in disgrazia e fu arrestato mentre visitava Abomey, la capitale del regno. A salvarlo fu la tradizione della famiglia reale secondo cui il bianco era il colore della morte e di conseguenza uccidere un bianco, anche se mulatto, era un sacrilegio. Il re ordinò che Félix fosse immerso in un barile di indaco, in modo che la sua pelle diventasse blu e non potesse più usare il colore della sua carnagione come arma per sfidarlo”.
Interrompo il racconto scoppiando a ridere, ma mi ricompongo subito: a Ouidah schernire alcune figure in pubblico è un crimine. Boris va avanti, con la massima serietà: “Félix poi conobbe Gakpe, fratellastro del re, con cui fece amicizia. Grazie al suo aiuto, riuscì a farsi liberare, e i due decisero di cospirare contro Adandozam, con successo: Gakpe diventò re del Dahomey con il nome di Ghezo nel 1818 e un anno dopo decise di assegnare a Félix l’incarico di primo consigliere, oltre al controllo assoluto del commercio estero del regno e al titolo di Chacha”, forse perché quando lo cercavano lui rispondeva sempre: “Já, já!”, arrivo subito.
Osservando l’antico mercato immagino la voracità con cui Félix de Souza si arricchì, senza mai pensare che la sua agiatezza nasceva dal rapimento, dall’esilio e dalla morte di migliaia di esseri umani. Morì più che novantenne, lasciando 53 mogli, ottanta figli maschi e duemila schiavi. Ebbe diritto a un funerale da grande capo dahomiano. La tomba ancora oggi è venerata dai suoi discendenti e dalla comunità afrobrasiliana di Ouidah.
Boris termina la storia con un sorriso sulle labbra, intuendo l’effetto che le sue parole hanno avuto su di me. Probabilmente è un trucco che usa spesso per attirare l’attenzione dei visitatori.
Ai miei occhi, Francisco Félix de Souza è la versione dahomiana del signor Kurtz di Cuore di tenebra di Joseph Conrad, un commerciante geniale e folle perso da qualche parte in un sanguinario regno africano, venerato come un semidio dai suoi sudditi. Non a caso il libro di Conrad ha ispirato la sceneggiatura di Apocalypse now e il personaggio del colonnello Kurtz, interpretato da Marlon Brando.
Paradossalmente, o magari no, Chacha fu celebrato dalle prime comunità di schiavi liberati del Brasile. Anche se era stato il più grande trafficante di schiavi di cui si serbasse memoria nella regione e incarnava la perfidia più assoluta, Félix de Souza alla fine favorì l’integrazione degli schiavi ritornati dal Brasile nella sua rete commerciale e sociale, finanziando la costruzione di molti quartieri afrobrasiliani a Ouidah.
La chiave di questo enigma, forse, si può trovare nella tesi difesa in Portogallo dallo storico João Pedro Marques, secondo cui gli schiavi, con le loro rivolte, volevano ottenere semplicemente la liberazione o condizioni di lavoro migliori, non necessariamente la fine della schiavitù.
Inconsapevolmente molti africani originari della regione venerano gli esponenti della famiglia de Souza, soprattutto quelli con il titolo di Chacha, tramandato in via ereditaria dopo la morte di Francisco Félix.
**Il successo di **Radici
L’Africa occidentale è un laboratorio di luoghi oscuri, storie macabre e figure leggendarie, e spesso è difficile distinguere la realtà dall’immaginazione. È il caso di Kunta Kinte, un giovane schiavo, che nel settecento sarebbe stato catturato sulle rive del fiume Gambia e da lì trasportato dagli schiavisti britannici fino a Gorée, in Senegal, prima di essere imbarcato per gli Stati Uniti, venduto e torturato.
Lo scrittore statunitense Alex Haley, presunto discendente di Kunta Kinte, celebrò la figura dell’antenato attraverso il romanzo Radici, pubblicato nel 1976 come opera di “non fiction” basata sulle ricerche realizzate dall’autore. _Radici _vendette 1,5 milioni di copie in sette mesi e fu adattato per la televisione, trasformando la percezione della schiavitù tra i nordamericani: da evento storico distante e disonorevole diventò una narrazione personale di sopravvivenza e orgoglio del retaggio culturale africano. Nella speranza di comprendere meglio il personaggio che ha dato origine al mito, approfitto di un viaggio di lavoro per visitare Jufureh, città sulle sponde del fiume Gambia.
Alvise Da Mosto, navigatore veneziano al servizio della corona portoghese, 570 anni fa portò a termine una famosa spedizione esplorativa lungo il fiume da cui prende il nome anche il paese. Quando uno dei suoi ufficiali morì a bordo della nave, il suo corpo fu sepolto nella minuscola isola di Sant’André, di fronte a Jufureh. In seguito l’isola, oggi chiamata Kunta Kinte, si trasformò in un piccolo scalo per i trafficanti britannici, che sostavano lì con il preciso intento di indebolire gli schiavi obbligandoli a digiunare per due settimane, prima di portarli all’isola di Gorée, in Senegal, e da lì verso le Americhe.
Dalla costa dell’isola intravedo Jufureh, piccolo insediamento fluviale che un tempo faceva parte del regno di Niumi, la cui posizione strategica era ideale per controllare la navigazione lungo il Gambia. Dopo aver visitato le rovine dell’antica chiesa portoghese di São Domingos, faccio conoscenza con i discendenti della famiglia di Kunta Kinte. In una cerimonia assolutamente studiata, due donne di etnia mandingo mi raccontano in francese la storia eroica del loro illustre antenato, con la fredda precisione di una segreteria telefonica. Ho la sensazione che quell’esibizione racconti una storia dai piedi d’argilla, con l’unico scopo di alimentare un mito e nel frattempo attirare turisti per migliorare la difficile situazione economica del villaggio.
In seguito ho scoperto che la mia intuizione era corretta: diversi anni dopo la pubblicazione di Radici si seppe che Alex Haley, prima di trasferirsi in Gambia per fare le sue ricerche in vista della scrittura del libro, si era messo d’accordo con le autorità gambiane affinché rivelassero le avventure di Kunta Kinte a un falso _griot _(cantastorie). L’obiettivo era fare in modo che quel presunto depositario della tradizione orale africana raccontasse a Haley una storia che lo scrittore conosceva già. Lo scandalo che ne seguì non bastò a oscurare il successo del libro e della serie tv, né la fortuna professionale del suo autore.
Un’isola da cartolina
Anche la celebre isola di Gorée, in Senegal, è stata spesso al centro di eccessi e manipolazioni storiche. Patrimonio dell’umanità e tappa obbligata del turismo culturale in Africa, Gorée è un’isola-cartolina con un’affascinante architettura coloniale e un passato da centro della tratta amplificato ad arte.
La famosa Casa degli schiavi, appartenuta a una donna di origine senegalese che faceva parte di una minoranza meticcia legata al traffico degli schiavi, è il culmine della visita dell’isola. L’abitazione è stata trasformata in museo dal carismatico curatore Boubacar Joseph Ndiaye (morto nel 2009), che era famoso per fare visite guidate dall’alta carica emotiva in cui sosteneva di voler contrapporre la tradizione orale africana alla storia occidentale. Con le sue esibizioni spettacolari, Ndiaye è riuscito a trasformare Gorée e la Casa degli schiavi in una tappa obbligata per i capi di stato di tutto il mondo.
A un certo punto, Ndiaye sosteneva addirittura che dall’isola fossero passati venti milioni di africani ridotti in schiavitù diretti nelle Americhe, mentre altre stime parlano di circa 30mila persone. Gonfiava intenzionalmente i numeri per mantenere viva la memoria della tragedia, ma data l’importanza di Gorée come luogo simbolo della memoria, la verità storica ha finito per perdersi. Se però vogliamo attenerci ai fatti, possiamo dire che per dimensioni e impatto il castello di Elmina ha avuto un ruolo nettamente maggiore rispetto a Gorée.
Il castello, costruito nel 1482, fu progettato in Portogallo e costruito come una specie di Lego. I materiali (pietre tagliate e numerate, gesso e calce) furono trasportati da Lisbona e usati come zavorra nelle navi. In pochi mesi seicento uomini, aiutati da un centinaio di muratori e carpentieri, eressero un’enorme fortificazione con funzione di avamposto commerciale.
Inizialmente pensato per proteggere il commercio dell’oro nella regione, il castello diventò rapidamente uno snodo della tratta degli schiavi. Nel corso di cinque secoli la struttura fu occupata da portoghesi, olandesi e britannici. Dalle sue mura passarono molti dei circa 700mila schiavi imbarcati per le Americhe dalla Costa d’oro solo nel settecento.
I racconti delle atrocità commesse nel castello sono così terribili che alcuni visitatori non riescono ad arrivare alla fine del percorso, alla Porta del non ritorno. Immagino gli schiavi incatenati mentre attraversano uno alla volta la pesante porta di ferro, diretti verso le piroghe che li avrebbero condotti alle navi. Accecati dal sole dopo settimane o mesi trascorsi nelle segrete buie, sporche e sovraffollate del castello, probabilmente non sapevano che non sarebbero mai tornati indietro. Li aspettava un viaggio di due mesi verso le Americhe e i Caraibi. Un sesto degli schiavi moriva durante il tragitto. La maggior parte dei sopravvissuti lavorò nelle piantagioni di canna da zucchero di Bahia e del Pernambuco.
Più che una discesa nel cuore delle tenebre, il passato del castello di Elmina è un trattato sul lato più oscuro della condizione umana. Ma forse lo stesso si può dire dell’intera storia dell’umanità, una pelle piena di cicatrici. Per questo va riesaminata frequentemente, come chi va dallo psicanalista per superare i propri traumi. Come ha detto la scrittrice cilena Isabel Allende, “raccontare la nostra storia è l’unico modo per evitare di esserne divorati”. ◆ as
Tiago de Matos Fernandes è un avvocato e consulente per lo sviluppo che collabora con il settimanale portoghese Expresso.
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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati