A Mosca la manifestazione del 23 gennaio a sostegno di Aleksej Navalnyj è cominciata con due ore d’anticipo sull’orario previsto. Già a mezzogiorno a piazza Puškin gli agenti hanno cominciato a fermare persone che si limitavano a tenere sollevati dei cartelli.

Verso le 14, quando la folla rendeva impossibile il passaggio, la polizia e la guardia nazionale hanno attaccato i manifestanti con i manganelli, provocando una calca impressionante. Secondo l’agenzia britannica Reuters in piazza c’erano almeno 40mila persone; per il ministero dell’interno russo non più di quattromila.

Piazza Puškin, ore 13

C’è solo una parola adatta a descrivere come hanno agito le forze dell’ordine: brutalità. Un agente trascina per i capelli una ragazza verso un furgone della polizia, un ragazzo con la testa insanguinata viene gettato sul marciapiede dopo essere stato arrestato, giornalisti con il gilet con la scritta “stampa” calpestati e picchiati.

Verso le tre del pomeriggio la piazza non contiene più la folla, che tracima nell’area adiacente alla sede del quotidiano Izvestija. Anche il lato opposto di via Tverskaja è pieno di gente. I manifestanti continuano ad arrivare dalla fermata della metropolitana Majakovskaja. Un momento di pausa: le forze di sicurezza si fermano e osservano. La connessione internet va e viene.

Le macchine che passano si fanno sentire. Una cosa simile non si vedeva da tempo, e ricorda le proteste del 2019 a Chabarovsk, nell’estremo oriente del paese. La gente si sporge dai finestrini, fa gesti di approvazione, rallenta per salutare. Dalla finestra di un palazzo un uomo anziano grida: “Sono con voi! Libertà!”.

La calma dura piuttosto a lungo. Si parla, s’incontrano amici, gli insegnanti ritrovano vecchi studenti. “Anna Nikolaevna, ci sei anche tu!”, esclama una ragazza a braccetto con un’amica. Due ragazze si precipitano ad abbracciare la loro anziana professoressa. “È un’ingiustizia! Un abominio. Verso la gente, la povera gente. A qualcuno tocca un palazzo, a qualcun altro la galera”, dice Anna Nikolaevna ai suoi allievi. Due donne sollevano in aria degli spazzoloni per il wc, diventati simboli della protesta: nel palazzo del presidente Vladimir Putin sul mar Nero, oggetto di un recente video di denuncia realizzato dai collaboratori di Navalnyj, gli spazzoloni per il bagno e i porta carta igienica sono stati pagati centinaia di euro.

I poliziotti si dispongono lentamente in colonne. Quando cominciano a spostare le barriere, si capisce cosa sta per succedere

Una donna e il figlio adulto attraversano la strada. “Però senza Navalnyj è tutto inutile”, dice lui.

“E allora? La storia è fatta anche di azioni inutili”, risponde lei.

Piazza Puškin, ore 14.30

“Oh mamma…”, sento improvvisamente sussurrare dietro di me. Alcuni ragazzi fanno passare sulle teste dei manifestanti le barriere posizionate intorno alla statua di Puškin. Già bersagliata dal lancio di palle di neve, la polizia reagisce e se la prende con i manifestanti in prima fila. Tra loro ci sono dei giornalisti. Le scritte “stampa” non li proteggono dalle cariche.

Anche io sono davanti agli agenti. La prima cosa che vedo sono gli enormi caschi neri, che nascondono anche gli occhi di chi li indossa. Poi una mano che si alza e mi colpisce con un manganello, sulla testa e sulla schiena. La cosa peggiore non sono le botte, ma rendermi conto che sotto di me c’è una persona. Hai paura di schiacciarla, e allo stesso tempo non puoi muoverti. Mi ritrovo praticamente sotto un poliziotto, che cerca di disperdere le persone dietro di me. Qui arriva la sensazione più terribile: essere schiacciata dalla folla. Quando la pressione è così forte, si sente un tremendo senso di nausea. Due operatori tv mi tirano su e mi chiedono se sono viva.

La pressione è il risultato di una precisa strategia. La polizia ha spinto la folla verso la stazione della metropolitana. E la gente si è ritrovata tra due cordoni di agenti che la stringono in una morsa. “Che fate? Ci schiacciate! Per favore, fermatevi!”, grida una ragazza premuta contro il parapetto all’uscita della metropolitana. A un certo punto mi accorgo che anch’io sto chiedendo aiuto.

A rompere la morsa sono i manifestanti. Oggi le persone si aiutano l’una con l’altra. Si vedono scene come queste: un adolescente viene trascinato verso una camionetta per la giacca, quando all’improvviso due donne lo afferrano e lo nascondono tra la folla. Un uomo sdraiato a terra, picchiato a lungo, senza un motivo, forse per semplice sadismo, viene tratto in salvo da altri manifestanti.
Tatjana Vasilčuk

Vicolo Kamergerskij, ore 15.30

La protesta in piazza Puškin non è finita. Le strade sono costeggiate da agenti delle unità speciali antiterrorismo, l’Omon, e da barriere di ferro. Attraverso sulle strisce, un gruppo di persone viene verso di me. Incrocio lo sguardo di un uomo alto con un cappello di pelliccia con le corna. Somiglia a uno dei sostenitori di Donald Trump che il 6 gennaio hanno assalito il Campidoglio. Accanto c’è un uomo con in mano uno spazzolone per il wc dorato.

“Ma quanta gente a passeggio oggi!”, dice ad alta voce un ragazzo. Via Tverskaja è stracolma. Centinaia di persone si sono piazzate davanti al Museo di storia contemporanea della Russia. Qui quasi non ci sono poliziotti. La gente srotola con calma i manifesti e scandisce slogan: “Fatelo uscire!”, “Libertà per Navalnyj!”, “Uno per tutti e tutti per uno! “. Le auto che passano suonano il clacson. Si scherza sulla “dacia” di Putin a Gelendžik. Due donne elencano gli obiettivi della mobilitazione: il rilascio di Navalnyj e le dimissioni del governo.

Molti arrivano ora. Qualcuno chiede perché tutti se ne stiano andando, visto che la manifestazione è appena cominciata. “Ci sono le camionette della polizia, ti fermano”, gli rispondono. Da un’auto si sente a tutto volume Vychodi guljat (Vieni a fare una passeggiata) del gruppo rap Kasta, una canzone dedicata alle proteste contro il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko. Molti la cantano.

Piazza Puškin si svuota, e la mobilitazione si sposta sull’altro lato di via Tverskaja. Qui ci sono più di mille persone. Qualcuno attacca su un pupazzo di neve un cartello con la scritta: “Libertà per Navalnyj!”.

Scontri tra agenti dei reparti speciali e manifestanti. Mosca, 23 gennaio 2021 (Sergey Ponom​arev, The New York Times/Contrasto)

Verso le quattro la folla si dirige verso il Cremlino. Ma la strada è bloccata dalla folla. E le vie adiacenti sono chiuse dalle forze dell’ordine. Per proseguire molti svoltano per il vicolo Kamergerskij, gremito di manifestanti. Il passaggio è impedito da recinzioni sorvegliate da decine di agenti di polizia e dell’Omon. Alcuni scandiscono slogan contro Putin e lanciano palle di neve agli agenti, che non reagiscono, ma invitano i manifestanti a liberare la strada. Nessuno si muove. Quando fa buio si accendono decine di luci.

A un certo punto gli agenti formano una catena. La gente è costretta a uscire dal vicolo. Poi i poliziotti si dispongono lentamente in colonne. Appena cominciano a spostare le barriere, si capisce cosa sta per succedere. “Via!”, si sente un grido tra la folla. Centinaia di persone scappano. La polizia in assetto antisommossa le insegue con i manganelli, ma non riesce a raggiungere nessuno.–Darja Kozlova

Viale Strastnoj, ore 16

I manifestanti sono stati spinti fuori da piazza Puškin verso viale Strastnoj. Le forze dell’ordine hanno chiuso tutte le stradine che portano in centro. E la gente si è resa conto che non avrebbe potuto raggiungere il Cremlino.

Le forze di sicurezza hanno bloccato il traffico e l’intera carreggiata è occupata dai manifestanti. Quando fa buio, la violenza aumenta. I poliziotti picchiano e prendono a calci le persone a terra prima di arrestarle. E scelgono quelle lontane dalla folla, non le più esagitate. Tutto davanti allo sguardo dei presenti, che gridano indignati.

La polizia non fa complimenti neanche con i giornalisti, a furia di botte e manganellate. In risposta alle violenze, i manifestanti lanciano palle di neve. Qualcuno è contrario e grida agli altri di smettere. Da viale Strastnoj la folla viene spinta verso piazza Trubnaja, dove ci sono già migliaia di persone. Qualcuno ha lanciato un fumogeno, nell’aria si sente odore di gas bruciato. Si accendono le luci dei telefonini, le macchine di passaggio suonano il clacson, si sente la canzone Eto proidët (Passerà) del gruppo Pornofilmy, che denuncia le brutalità del regime di Putin.

“La polizia è con la gente!”, grida qualcuno. Poi gli agenti fermano i manifestanti solitari e li caricano sulle camionette.

Si discute sul da farsi. “Potremmo andare verso Matrosskaya Tišina”, propone un uomo. È la prigione in cui è detenuto Aleksej Navalnyj. “Sì, andiamo”, rispondono le persone intorno. “Dobbiamo tirare fuori Aleksej!”.

Intorno alle sette di sera diversi manifestanti raggiungono il centro di detenzione di Matrosskaya Tišina. Gli arresti continuano anche lì. Secondo il sito indipendente Ovd-Info, alle 21.30 a Mosca le persone in stato di fermo sono più di novecento.–Fariza Dudarova. ◆ ab

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Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati