Ah Fan non avrebbe mai immaginato di poter passare tanto velocemente dalla preoccupazione per la sua famiglia in Cina al timore per la propria salute. Residente a Milano, per gran parte del mese di febbraio è stato in ansia per i suoi cari a Wenzhou, la città della provincia dello Zhejiang, nella Cina orientale, da dove arriva la maggior parte degli imprenditori e dei commercianti cinesi emigrati in tutto il mondo, compresa l’Italia. Ma alla fine di febbraio si è ritrovato nella regione più colpita dal nuovo coronavirus in Europa. In Cina Wenzhou è stata una delle città con più contagiati fuori dalla provincia dell’Hubei, epicentro dell’epidemia di Covid-19, in parte perché 180mila persone originarie di Wenzhou, nello Hubei, vivono e lavorano a Wuhan, e molte durante le vacanze per il capodanno a fine gennaio hanno portato il virus nella città natale. Ma le misure drastiche messe in campo dalla Cina per contenere il virus sembrano aver portato la situazione sotto controllo e gran parte dei nuovi casi registrati negli ultimi giorni è importata.
Prima del 21 febbraio l’Italia aveva solo tre casi confermati, mentre oggi ha il maggior numero di contagiati fuori dalla Cina. A Milano le mascherine sanitarie sono terminate e gli scaffali dei supermercati sono stati saccheggiati dalla gente in preda al panico. “I cinesi si affrettano a comprare il riso, gli italiani la pasta”, racconta Ah Fan. Prima che la crisi esplodesse in Lombardia, molti cinesi residenti in Italia, e più in generale in Europa, avevano fatto scorta di mascherine e di altri dispositivi di protezione per mandarli in Cina. Solo a Milano più di una decina di gruppi organizzati da immigrati cinesi ha spedito in Cina, in particolare a Wenzhou, 800mila mascherine e seimila tute protettive. Verso la fine di febbraio però si è capito che non era più necessario. Il 19 febbraio per la prima volta dopo settimane Wenzhou non ha registrato alcun caso di Covid-19. Più o meno nello stesso periodo in Italia l’epidemia cominciava ad andare fuori controllo.
La comunità di Wenzhou in Italia è di fronte a un dilemma: molti, temendo il contagio, vorrebbero andarsene; ma la città non muore dalla voglia di accogliere i suoi emigrati, che potrebbero provocare nuove infezioni proprio ora che l’epidemia in Cina sembra sotto controllo .
Inversione di rotta
Zhou Shuai dirige la squadra logistica dei volontari di Wenzhou che insieme all’amministrazione cittadina e a più di mille volontari in Europa e negli Stati Uniti ha procurato alla città più di 300 lotti di dispositivi di protezione. Quando ha visto che i casi in Italia aumentavano, ha deciso di reindirizzare il flusso di donazioni ai 200mila concittadini in Italia. Inoltre ha chiesto alle aziende di Wenzhou di riaprire le fabbriche per aiutarli. “Nei primi giorni gran parte degli aiuti arrivati a Wenzhou dall’estero proveniva dall’Italia”, dice Zhou. “Ora bisogna restituire il favore”. Ai primi di marzo un gruppo di immigrati cinesi a Milano ha ricevuto 18.500 mascherine dagli imprenditori cinesi in Francia e 42mila mascherine da Dubai. Il 1 marzo Zhou e la sua squadra hanno mandato 2.600 paia di occhialini di protezione al governo italiano. Ma il giorno dopo vicino alla città è stato confermato un caso importato dall’Italia che ha contagiato sette persone, riportando il virus nello Zhejiang dopo due settimane senza nuovi contagi. Il 4 marzo Wenzhou ha chiesto ai suoi cittadini all’estero di non tornare, pena l’obbligo di stare 14 giorni in quarantena.
Oltre ai rischi per la salute, la comunità cinese sta subendo pesanti conseguenze economiche a causa dell’epidemia. Le sue principali attività in Italia sono nel settore della ristorazione e nel tessile. Dato che l’epidemia ha azzerato la domanda e interrotto le filiere produttive, diversi imprenditori lamentano la paralisi. “Dovrebbe essere il periodo più attivo dell’anno. Quando finirà tutto questo?”, si chiede Xu Jinping, un imprenditore di Milano che vende abbigliamento importato dallo Zhejiang. Gli stabilimenti tessili gestiti da cinesi importano in Italia le materie prime, ma dalla fine di gennaio in Cina è tutto fermo. “Siamo qui per lavorare, ma ora abbiamo paura, molti vogliono tornare a casa”, dice Xu. La sua comunità invita alla razionalità: un lungo volo potrebbe aumentare il rischio di contrarre il virus. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1350 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati