La Cina si conforma sempre più al suo nuovo ruolo di superpotenza globale, e la sua ascesa costringe il resto del mondo a valutarne le credenziali come paese egemone e fornitore di beni indispensabili a tutti. C’è però un aspetto significativo in cui la forza della Cina potrebbe rivelarsi una debolezza: molti paesi poveri temono che la sua ascesa economica non lasci spazio alla loro industrializzazione. A differenza di quanto hanno fatto gli Stati Uniti e i paesi europei, che in passato hanno contribuito ad agevolare l’industrializzazione dei paesi più poveri (compresa la Cina), Pechino è sulla buona strada per ottenere l’effetto opposto. Non si limita a scalare le gerarchie dell’alta tecnologia: ora che è arrivata in cima, lascia indietro gli altri. Insomma, domina i nuovi settori chiave del settore manifatturiero – veicoli elettrici, pannelli solari, batterie, droni – ma non ha abbandonato i settori più vecchi e ad alta intensità di manodopera grazie ai quali la stessa Cina e altri paesi a reddito alto e medio sono usciti dalla povertà. Sta cercando di fare ciò che, secondo la teoria economica, sarebbe meglio che nessun paese facesse: mantenere un vantaggio comparato praticamente in ogni settore.

Questo comportamento è ancora più sorprendente in un’epoca in cui gli squilibri globali tornano ad aumentare. Il surplus commerciale della Cina, misurato in percentuale sul pil mondiale, ha raggiunto un massimo storico. Il Fondo monetario internazionale ha avvertito che gli squilibri esterni e le conseguenti ripercussioni commerciali stanno generando effetti negativi per gli altri paesi. Come hanno scritto di recente gli economisti Brad Setser e Shahin Vallée su Foreign Affairs, la manipolazione valutaria effettuata da Pechino sta pregiudicando il sistema commerciale globale.

L’ultima grande epoca di surplus cinesi – più o meno nel primo decennio di questo secolo – ha generato quella che vari studiosi hanno definito “il primo shock cinese”, cioè un’ondata di esportazioni verso gli Stati Uniti che ha svuotato interi settori della loro industria manifatturiera e ha trasformato la politica statunitense, contribuendo a creare un inedito consenso bipartisan contro il libero scambio e contro la Cina.

Il nuovo shock è diverso. Colpisce in misura minore gli Stati Uniti, perché lì le autorità hanno imposto dazi, divieti e restrizioni per motivi di sicurezza nazionale, spuntando le unghie alla concorrenza cinese. È più visibile in Europa, e in particolare in Germania, che ha costruito il suo modello industriale intorno al motore a combustione interna e al relativo ecosistema ingegneristico di alto livello. L’ascesa della Cina nel settore dei veicoli elettrici e delle tecnologie verdi ha trasformato una sfida commerciale in una sfida esistenziale per molte industrie europee.

Tuttavia, l’attenzione agli effetti della strategia economica cinese su Stati Uniti ed Europa lascia in ombra un problema più ampio. Lo shock attuale colpisce duramente non solo i lavoratori di Detroit o Stoccarda, ma i futuri lavoratori di città come Addis Abeba, Dakha, Lagos, Nairobi, Phnom Penh, Surat e Tirupur. Le perdite che subiscono non si possono misurare in termini di tagli di posti di lavoro o in numero di fabbriche che chiudono, ma in termini di fabbriche mai costruite, mercati d’esportazione mai conquistati, competenze mai acquisite e percorsi di sviluppo mai intrapresi. Ecco il vero prezzo di quella che oggi chiamiamo “morsa cinese”. La posta in gioco è immensa. In ballo non ci sono solo le centinaia di miliardi di dollari di esportazioni perse: si tratta di capire se i paesi in via di sviluppo avranno ancora accesso al percorso di trasformazione strutturale più solido che il mondo abbia mai conosciuto.

Suqian, Cina, 21 ottobre 2025 (CN-STR/Afp/Getty)

Storicamente, infatti, quasi tutti i paesi che sono passati dalla povertà al benessere l’hanno fatto affidandosi alle esportazioni manifatturiere: abbigliamento, giocattoli, calzature, mobili, assemblaggio di componenti elettroniche e altri settori che stanno costruendo imprese, logistica, know how e competenze statali, assorbendo un gran numero di lavoratori meno qualificati. La Cina ha tratto benefici enormi da un sistema commerciale aperto, che le ha permesso di far uscire dalla povertà centinaia di milioni di persone attraverso la produzione manifatturiera destinata al mercato globale. Ma ora la sua ascesa rischia di precludere quello stesso percorso ai paesi più poveri.

Gran parte del surplus commerciale manifatturiero della Cina, cioè la differenza tra le esportazioni e le importazioni, è dovuta proprio a settori in cui i paesi più poveri dovrebbero avere maggiori opportunità. Sul totale del surplus manifatturiero cinese (circa 2.200 miliardi di dollari), tra i settecento e i 1.400 miliardi sono concentrati in settori ad alta intensità di manodopera poco qualificata, come abbigliamento, calzature, giocattoli, mobili e assemblaggio di dispositivi elettronici. Insomma, proprio nei settori in cui i paesi a basso e medio reddito, dotati di abbondanti riserve di manodopera, competono più direttamente con la Cina.

Camicie e scarpe

Il modo più semplice per misurare questa dinamica è calcolare la quota delle esportazioni globali di prodotti a bassa specializzazione. Ebbene, la quota delle esportazioni rispetto al pil spettante alla Cina, compresi beni come camicie o scarpe, è schizzata in alto nei primi anni novanta, ha raggiunto un picco di più del 60 per cento nel 2014, e da allora è scesa. Tale andamento suggerisce che la pressione potrebbe essersi allentata.

Ma le esportazioni in rapporto al pil non bastano a capire come stanno le cose. Una camicia non è solo una camicia: è tessuto, filato, cerniere e bottoni, ma anche imballaggio, logistica e design. Se si considera un indicatore più attendibile dei posti di lavoro e delle competenze create lungo la catena di approvvigionamento, e cioè il valore totale incorporato nelle esportazioni (gli economisti parlano di “esportazioni a valore aggiunto”), si vede che la quota cinese dei prodotti a bassa specializzazione non è diminuita significativamente: a parte un breve calo, ha continuato a crescere. E la Cina non ha dominato solo nell’assemblaggio finale, ma anche, e sempre più, nella produzione dei fattori a valle che entrano in gioco in questa fase: meno camicie ma più filati, più cerniere, più bottoni e tutte le altre componenti dell’abbigliamento.

Quando i paesi sviluppati erano ricchi quanto lo è oggi la Cina, avevano già ceduto ad altri uno spazio più ampio nel settore manifatturiero

Gli economisti sono in grado di stabilire se questo predominio sia eccessivo, per esempio calcolando se la quota cinese di esportazioni a bassa specializzazione sia commisurata alla sua quota di manodopera mondiale poco qualificata. Possono anche confrontare la posizione attuale della Cina rispetto a quella occupata dalle odierne economie avanzate quando avevano lo stesso livello di reddito. Questi indicatori, nel loro insieme, possono essere utili per valutare in che misura Pechino stia distorcendo l’economia globale.

Nel settore manifatturiero ad alta intensità di manodopera, la quota delle esportazioni mondiali di un dato paese dovrebbe grosso modo corrispondere alla sua quota nella manodopera mondiale poco specializzata; o almeno, i due dati non dovrebbero divergere eccessivamente, anche quando le tecnologie e la produttività dei vari paesi sono simili. All’inizio del nuovo millennio, tra tutti i paesi a reddito basso e medio, la quota di manodopera poco specializzata della Cina e la sua quota di esportazioni a valore aggiunto erano sostanzialmente allineate. Ma da allora la forbice si è allargata: tra il 2013 e il 2023 la quota delle esportazioni a valore aggiunto della Cina è arrivata al 64 per cento, nonostante la sua quota di manodopera fosse scesa di tre punti percentuali. Secondo questo parametro di riferimento, l’“eccesso” di esportazioni della Cina è passato dal 33 al 36 per cento del totale delle esportazioni globali provenienti da paesi a basso e medio reddito.

Si tratta di cifre ingenti. Per l’abbigliamento, i tessili, la pelletteria e le calzature, nel 2022 l’eccesso ha raggiunto circa 110 miliardi di dollari di esportazioni a valore aggiunto e si stima che l’eccesso di esportazioni a valore aggiunto in tutti i settori a bassa specializzazione abbia superato i 355 miliardi di dollari. Nelle economie più povere un simile volume di esportazioni avrebbe potuto sostenere decine di milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero. Per gli anni successivi al 2022 i dati delle esportazioni a valore aggiunto non sono ancora disponibili, ma quelli relativi alle esportazioni lorde fino al 2024 mostrano un andamento simile.

La Cina riversa i sussidi sull’alta tecnologia più che sulle industrie tradizionali ad alta intensità di manodopera

Un’analoga misura della distorsione attuale si ricava da un confronto con il passato. Quando i paesi sviluppati erano ricchi quanto la Cina di oggi, avevano già ceduto ad altri uno spazio molto più ampio nel settore manifatturiero a bassa specializzazione. Dopo aver introdotto un aggiustamento per i livelli di reddito e per il fatto che oggi i beni sono più commerciabili grazie ai minori costi di trasporto e alle minori barriere commerciali, abbiamo calcolato che, in settori comparabili, le economie avanzate, al livello di pil pro capite attuale della Cina, detenevano all’epoca una quota globale delle esportazioni pari circa all’8 per cento. La quota della Cina oggi è del 27 per cento, quindi molto più alta. Se si moltiplica questo differenziale per le attuali esportazioni lorde globali, si ottiene un eccesso di esportazioni cinesi pari a circa 140 miliardi di dollari nei quattro settori ad alta intensità di manodopera: abbigliamento, tessili, pelletteria e calzature. Siamo vicini alla stima ottenuta concentrandoci sulla quota di manodopera poco qualificata, che era di 110 miliardi di dollari.

Due confronti molto diversi arrivano quindi alla stessa conclusione: il predominio costante della Cina nel settore manifatturiero a bassa qualificazione è storicamente insolito ed economicamente rilevante. In termini percentuali, i maggiori benefici derivanti da un allentamento di questa pressione andrebbero probabilmente all’Africa subsahariana, le cui esportazioni a bassa specializzazione attualmente ammontano ad appena dodici miliardi di dollari. Se i paesi della regione avessero più spazio sui mercati globali (e se adottassero politiche interne più efficaci, come deregolamentare le loro economie e ridurre costi e rischi dell’attività imprenditoriale), potrebbero moltiplicare drasticamente le esportazioni. Anche le economie dell’Asia orientale e dell’Asia meridionale potrebbero registrare notevoli guadagni: le loro esportazioni di prodotti a bassa qualificazione potrebbero aumentare tra il 75 e il 175 per cento.

Vincoli interni

Chiaramente la Cina da sola non basta a spiegare tutte le opportunità mancate per i paesi più poveri: i loro vincoli interni continuano ad avere un peso enorme. Ma il predominio del paese asiatico restringe le loro possibilità e rende più difficile tracciare un percorso affidabile per il futuro.

L’effetto della “morsa cinese” sui paesi a basso e medio reddito è innegabile, ma sono importanti anche le sue cause. Se la dominazione cinese rispecchia risultati concreti nel potenziamento della sua produttività – attraverso economie di scala, logistica, automazione e qualità gestionale, nonché grazie a una concorrenza interna feroce – allora i paesi più poveri dovrebbero reagire sforzandosi di migliorare la propria competitività. Se invece tale predominio è conseguenza di sussidi, repressione finanziaria o distorsioni del tasso di cambio, siamo di fronte a un difetto intrinseco del sistema commerciale globale.

Il predominio della Cina ha resistito nonostante il notevole aumento dei suoi salari. I dati dell’agenzia dell’Onu per lo sviluppo industriale mostrano che nel settore manifatturiero cinese i salari attuali sono di gran lunga superiori a quelli della maggior parte dei paesi concorrenti e continuano a crescere. Nel settore dell’abbigliamento si aggirano in media intorno ai diecimila dollari all’anno, circa cinque volte quelli del Bangladesh e quattro volte quelli dell’India. Secondo le teorie convenzionali sul commercio, simili divari salariali dovrebbero consentire alle economie più deboli di ritagliarsi una fetta maggiore della torta delle esportazioni globali. Ma così non è: la Cina resta temibile anche in settori in cui il suo vantaggio in termini di costo del lavoro è scomparso da tempo.

Il gigante dell’export
Numero di categorie di prodotti in cui la Cina controlla il 50, il 70 o il 90 per cento delle esportazioni mondiali (rhodium group)

Una possibile spiegazione è che il vantaggio cinese in termini di produttività sia semplicemente sufficiente a compensare lo svantaggio salariale. Sarà anche vero che gli operai cinesi lavorano per quindici ore al giorno e le imprese si avvalgono dei benefici dell’automazione, di reti capillari di fornitori, di grandi poli industriali, di sistemi logistici di livello mondiale e di un sistema in grado di scalare la produzione con straordinaria rapidità. Sono tutti vantaggi reali. Ma per distinguere la vera competitività dalle distorsioni politiche occorrono dati disaggregati per azienda relativi a produttività, salari, sussidi, credito, proprietà e andamento delle esportazioni. E questi dati sono in gran parte inaccessibili agli studiosi non cinesi da più di dieci anni, il che rende assai difficile una diagnosi approfondita che includa la valutazione degli effetti dell’automazione.

Un’altra possibile spiegazione è la politica industriale. Per molto tempo la Cina ha rafforzato il suo settore manifatturiero ricorrendo a sussidi, credito mirato, pratiche di appalto pubblico e sostegno fornito dalle amministrazioni locali. Tuttavia, da ricerche condotte dal Fondo monetario internazionale e dalla Federal reserve (la banca centrale statunitense) emerge che la Cina riversa i sussidi prevalentemente sull’alta tecnologia più che sulle industrie tradizionali ad alta intensità di manodopera. Questo contribuisce forse a spiegare la superiorità di Pechino in settori come i veicoli elettrici, le batterie, i pannelli solari e i droni, mentre spiega meno il suo perdurante predominio nei settori dell’abbigliamento, delle calzature, dei giocattoli e dell’assemblaggio.

Beni a basso valore
Quota cinese delle esportazioni mondiali di beni prodotti da manodopera poco qualificata, % (ocse)

Resta il tasso di cambio. Secondo vari analisti, lo yuan è sottovalutato tra il 15 e il 25 per cento. L’intervento della Cina sul mercato dei cambi segue l’andamento della sua quota di mercato globale nei beni a bassa specializzazione: tra il 2013 e il 2018 la sua quota globale delle esportazioni è diminuita parallelamente alla frequenza dei suoi interventi volti a mantenere lo yuan relativamente debole. Da allora in poi la sua quota globale di esportazioni è aumentata di pari passo con la sua propensione a intervenire per manipolare lo yuan. Se la valuta cinese è stata mantenuta artificialmente bassa, l’effetto equivale a sovvenzionare generosamente gli esportatori e a tassare le aziende straniere, perché rende i prodotti cinesi più economici sui mercati globali e quelli stranieri più costosi in Cina. È esattamente la combinazione che alimenterebbe la “morsa cinese”.

Accordi di libero scambio

Come si fa a contrastare la pressione di Pechino? I paesi poveri potrebbero chiedere aiuto ad altri partner commerciali. Per esempio, l’Unione europea e il Giappone potrebbero negoziare e rafforzare accordi di libero scambio con i paesi più poveri, in modo che questi ultimi possano ottenere condizioni di accesso più favorevoli che compensino in parte il vantaggio della Cina. I paesi più grandi e il Fondo monetario internazionale potrebbero esercitare pressioni su Pechino affinché affronti la questione della sottovalutazione dello yuan. Ma i paesi a basso e medio reddito purtroppo dispongono solo di un potere negoziale limitato nei confronti della Cina che, d’altra parte, si è dimostrata relativamente impermeabile alle richieste di aprire i suoi mercati, anche quando provenivano da Washing­ton. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato dazi elevati alla Cina, ma ha fatto marcia indietro quando questa ha minacciato di limitare le sue esportazioni di minerali strategici. Quindi un’eventuale azione correttiva dovrebbe venire dalla Cina stessa. Se Pechino concludesse – correttamente – che gli Stati Uniti sono diventati una potenza inaffidabile e instabile, potrebbe ritenere vantaggioso offrirsi come alternativa per contribuire a impedire il crollo dell’ordine commerciale internazionale. Tuttavia, ciò richiederebbe l’abbandono di comportamenti che danneggiano gli stati più poveri. Alcuni dei passi simbolici fatti da Pechino hanno avuto effetti positivi. Ha rinunciato allo status di paese in via di sviluppo in seno all’Organizzazione mondiale del commercio, il che, in linea di principio, le rende più difficile elargire sussidi alle sue aziende; inoltre ha abbassato i dazi nei confronti di alcuni paesi più poveri.

Ma Pechino può e deve fare di più. Potrebbe per esempio esentare dai dazi tutte le importazioni ad alta intensità di manodopera provenienti dai paesi in via di sviluppo. Un’opzione radicale, coerente con il tentativo di stimolare i consumi all’interno della Cina, sarebbe quella di fare un passo ulteriore sovvenzionando queste importazioni: gli importatori incasserebbero i pagamenti dal governo cinese e li trasferirebbero a loro volta ai consumatori cinesi sotto forma di prezzi più bassi. Però dovrebbe astenersi dall’ostacolare il trasferimento ad altri paesi di competenze preziose, come ha fatto nel 2025 esercitando pressioni sulla Foxconn affinché rimpatriasse dall’India trecento suoi dirigenti e ingegneri.

Ma, a prescindere dal commercio, la Cina potrebbe incoraggiare i suoi imprenditori ad aprire impianti manifatturieri nei paesi poveri con maggiore potenziale. Sarebbe una sorta di integrazione della Belt and road initiative, il vasto programma cinese di investimenti incentrato sulle infrastrutture e sulle materie prime. E potrebbe esserci un’apertura anche sul fronte dei tassi di cambio: il predominio finanziario del dollaro, di cui la Cina ha sofferto a lungo al pari di altri, si sta erodendo in conseguenza dei comportamenti degli Stati Uniti e dei dubbi crescenti sull’affidabilità delle sue istituzioni. Pertanto, sarebbe logico che Pechino premesse adesso sull’acceleratore per internazionalizzare lo yuan. È vero che ciò comporterebbe un costo reale in termini di rafforzamento della sua valuta, con potenziale danno alle sue esportazioni. Ma potrebbe offrire un vantaggio di gran lunga maggiore: una possibilità reale di contendere il dominio al dollaro. Inoltre, una correzione della sottovalutazione dello yuan avrebbe molte ricadute positive per i paesi poveri.

Nel loro insieme, queste misure possono effettivamente avere alcune conseguenze negative, specie per le esportazioni cinesi di prodotti a bassa specializzazione. Ma sotto un altro aspetto sarebbe una manna per Pechino.

Se il governo cinese intende assumere un ruolo di leadership globale, deve capire che la leadership non passa solo per il dominio: funziona anche agevolando l’ascesa di altri. Per trarre davvero vantaggio dal declino dell’egemonia statunitense, non basta che la Cina prenda le distanze dall’attuale versione del protezionismo e dell’erraticità americana: deve anche rompere con la propria tradizione mercantilista. ◆ ma

**Shoumitro Chatterjee ** insegna economia internazionale alla School of advanced international studies della Johns Hopkins university.

Arvind Subramanian è un ricercatore del Peterson institute for international economics. Dal 2014 al 2018 è stato consigliere economico del governo indiano.

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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati