Il vincitore della corsa dei dieci chilometri ha tagliato il traguardo da diciassette minuti quando all’orizzonte si stagliano due figure. “Le ragazze!”, grida qualcuno, e la folla fuori dallo stadio si apre per farle passare. È ancora mattina in questo venerdì di fine febbraio e la città di Hargeisa scintilla nella polvere. Le due ragazze che corrono fianco a fianco sono una scena sorprendente. Gli uomini, circa una trentina, che hanno finito prima di loro indossano tutti la tenuta standard dei fondisti: pantaloncini aderenti e canotte in tessuto tecnico. Le ragazze, invece, sono vestite con leggings blu che arrivano alla caviglia, un abito leggero e sopra una maglietta sportiva. Sulle loro teste sventolano gli hijab. Fino a pochi anni fa le due giovani impegnate nello scatto finale per conquistare il podio non avrebbero neanche potuto immaginare questo momento. Non avrebbero potuto neanche concepire la folla, le grida di incoraggiamento o gli enormi assegni riservati ai vincitori che presto potrebbero finire nelle loro mani. Non avrebbero potuto immaginarlo perché non c’era niente da immaginare. Quattro anni fa le donne in Somaliland non partecipavano alle gare podistiche. Qualcosa però sta lentamente cambiando. Ad Hargeisa, la città principale del Somaliland, uno stato del Corno d’Africa che si è autoproclamato indipendente nel 1991, le donne rivendicano più spazio. Costruiscono palestre e organizzano campionati, vanno a correre prima dell’alba ai margini della città e la sera fanno lezioni di zumba. Vogliono dimostrare che si può essere somale, musulmane devote e atlete nello stesso tempo. “Oggi tutto questo può sembrare sconvolgente, ma presto sarà normale”, dice Hannah Mukhtaar Abdilahi, una delle due ragazze che hanno gareggiato per il primo posto nei dieci chilometri, precedendo le altre sessanta che si erano iscritte alla gara. “Quest’anno eravamo in tante, l’anno prossimo saremo ancora di più”. Non si torna indietro È difficile trovare il Somaliland su una cartina: per il resto del mondo il paese non esiste. Non esiste per le Nazioni Unite né per la Banca mondiale né per il Comitato olimpico internazionale né per la Fifa. Il Somaliland ha dichiarato l’indipendenza in mezzo al caos della guerra civile somala, e non sembra voler fare marcia indietro. Non ha il riconoscimento ufficiale di nessun altro stato del mondo, eppure il suo governo manda avanti un paese “fai da te”, riscuote le tasse e pattuglia i confini. Ha un esercito, una forza di polizia e una moneta (lo scellino del Somaliland). Girando per le strade della capitale, che si espande in una valle tra i monti, appare evidente che il Somaliland cerca di negare in ogni modo la sua “inesistenza”. Centri commerciali dai vetri azzurrati costeggiano le strade polverose e i cartelloni pubblicitari promuovono voli quotidiani per Dubai e Addis Abeba. C’è perfino una fabbrica della Coca-Cola. Per un paese che tecnicamente non esiste, però, il Somaliland è pieno di confini invisibili, che limitano in particolare la libertà delle donne. Non ci sono leggi che stabiliscono dove le donne possono andare, cosa possono indossare o chi possono sposare. Ci sono però delle regole. Copriti i capelli. Ascolta tuo padre. Non prenderti troppo spazio. Con queste regole le giovani del Somaliland ci sono cresciute, ma le loro madri conoscevano un mondo diverso. Khadra Mohamed Abdi era un’adolescente negli anni settanta e ottanta, e in città era un’atleta conosciuta: correva in pista e segnava molti punti con la squadra regionale di basket femminile. Suo padre, che la accompagnava con orgoglio agli allenamenti, le diceva sempre che “avere una figlia non era diverso dall’avere un figlio”. All’epoca la Somalia era governata da un dittatore brutale, Siad Barre, il cui regime era noto per le politiche progressiste – per esempio per i diritti delle donne, l’istruzione e l’abolizione dell’influenza dei clan sulla politica – imposte con la forza. Nel 1975 dieci notabili musulmani furono condannati a morte per essersi schierati contro una nuova legge che conferiva alle donne pari diritti ereditari. Il paradosso di quell’epoca non sfuggiva alle ragazze come Abdi: “Potevamo giocare a basket in pantaloncini e maglietta davanti a un pubblico di uomini e donne, ma non potevamo praticare liberamente la nostra religione”. Il nord fu a lungo sottorappresentato nel governo della Somalia e man mano che il regime di Barre diventava più brutale, cresceva anche la resistenza in questa parte del paese. Nel 1988 l’esercito somalo bombardò le principali città della regione, radendole al suolo. “Ci distrussero usando le bombe che avevano comprato con i soldi delle nostre tasse”, dice Jama Musse Jama, un matematico ed editore del Somaliland. “Pensate che paradosso”. Come la maggior parte degli abitanti della regione, Abdi e la sua famiglia scapparono, prima in Eritrea, poi in Etiopia, a Gibuti e nello Yemen, passando da un campo profughi all’altro. Quando nel 1995 lei tornò nella sua città distrutta non si allenava più da anni. Era una madre single di 25 anni che viveva in una città svuotata dove, racconta, i ragazzi potevano solo “stare a casa a guardare i film di Bollywood o andare a pregare”. I leader religiosi si erano imposti per riportare un po’ d’ordine nel caos del dopoguerra, e avevano stabilito nuove regole per le donne. Abdi è sempre stata una credente. Ed è sempre stata un’atleta. Per lei le due cose non sono in contraddizione. Inoltre aveva un disperato bisogno di lavorare. Perciò si rivolse al governo locale, che le concesse un piccolo stipendio per insegnare alle ragazze a giocare a basket in un campetto recintato all’interno del compound delle Nazioni Unite. Qualche anno dopo, stanca di dover elemosinare e chiedere in prestito gli spazi per giocare, comprò un pezzetto di terra, ci fece costruire intorno un muro abbastanza alto da impedire ai ragazzini del vicinato di arrampicarsi e realizzò un campo da basket. “Ho capito che non potevamo condividere lo stesso spazio con gli uomini perché in qualsiasi momento avrebbero potuto riprenderselo, affermando che non era mai stato nostro”, spiega. Oggi Abdi allena una cinquantina di donne e ragazze, organizza dei tornei quando ha i soldi o delle partite amichevoli quando non ne ha. Un pomeriggio di fine febbraio un gruppo di ragazze si presenta al suo cancello e bussa. Dietro di loro s’intravede un gruppo di ragazzini che sta giocando una partita di calcio in un campo delimitato da linee tracciate sulla terra. Anche le ragazze vogliono giocare. Appena il cancello del campo di Abdi si apre, s’infilano dentro e chiudono la serratura. Altre ragazze si stanno già riscaldando facendo dei tiri al canestro a un’estremità del campo. Sulle gradinate di cemento ci sono mucchi di foulard e i vestiti che le ragazze si sono tolte. Le urla delle giovani si mescolano a quelle dei maschi dall’altra parte del muro. Qui le femmine possono giocare senza preoccuparsi di chi le guarda. Allo stesso passo Il giorno della gara dei dieci chilometri le podiste non sembrano fare caso a chi le sta guardando. Decine di donne radunate ai nastri di partenza scherzano e sgomitano per avere una buona posizione, con i numeri stampati attaccati agli abiti e alle magliette larghe. Subito dopo il via, Hannah Mukhtaar Abdilahi e Hamda Abdi Daahir, che gioca a calcio con lei, s’inseriscono nel gruppetto di uomini che le precede. È una mattina presto di venerdì, l’inizio del fine settimana in Somaliland, e la città intorno è ancora mezza addormentata. Le capre sbucano dalle strade mentre gli spettatori si radunano in piccoli gruppi per assistere alla gara. Poco dopo Abdilahi e Daahir passano in testa. “Quando mi sono guardata alle spalle non ho visto nessuno dietro di noi”, dice Daahir. “Perciò ho detto ad Hannah, se resistiamo vinciamo”. Da piccola Daahir giocava così tanto a calcio con i bambini del vicinato che tutti la prendevano in giro dicendole che aveva un alter ego di nome Ahmed. Lei però non ci faceva caso. E neanche ora fa caso agli uomini a bordo pista che si chiedono cosa faccia lì. Lei sa perché è lì. Perché vuole vincere. Nemmeno Abdilahi è intimidita. La più piccola di nove fratelli e sorelle è abituata a cavarsela da sola. Nella squadra di calcio è famosa per la sua impertinenza, ma ne ha tutte le ragioni. Riesce sempre a fare gol. “Non faccio caso alla stanchezza”, dice. “Do retta solo alla fiducia che ho in me stessa”. Quando le due ragazze tornano nello stadio il cielo sopra di loro è di un blu spento, caldo e immobile, e i loro polmoni bruciano per la polvere che hanno respirato. Daahir è stanca. Si è allenata per questa corsa solo la settimana prima, compiendo per novanta minuti infiniti giri del campetto da calcio dove gioca con le amiche. A volte corre all’alba ai margini della città oppure una delle allenatrici le regala un ingresso giornaliero in palestra, dove corre per due ore su un traballante tapis roulant. Le due donne procedono allo stesso passo per tutta la gara, ma alla fine ognuna deve correre per conto suo. A cento metri dal traguardo è come se si scambiassero un segnale invisibile. All’improvviso si staccano l’una dall’altra e si lanciano in avanti tuffandosi verso il traguardo. Dopotutto è una gara. Il primo posto è uno solo. Creare nuovi spazi di libertà per le donne ad Hargeisa non significa solo attrezzare campi da basket e organizzare gare podistiche. In un altro quartiere della città un gruppo di donne ha creato un centro di taekwondo. Alcune mattine si ritrovano all’alba per andare a correre insieme appena fuori dall’abitato, dove la città si dissolve nella boscaglia e i cammelli le osservano da dietro i recinti di cespugli spinosi. Un altro gruppo s’incontra per giocare delle partite di calcio a cinque nel centro sportivo fondato da Amoun Aden, una giovane convinta che gli sport possano “dare alle donne la fiducia di arrivare ai livelli più alti della società”. Allo stesso tempo per Aden è importante mantenere un forte legame con la società. Secondo lei l’idea di incoraggiare le donne a fare attività fisica non si scontra in alcun modo con i valori della cultura somala. “Vogliamo che si sentano sicure”, dice. “Vogliamo che fioriscano”. Preghiere e zumba Anche Shukri Dahir è molto orgogliosa di essere somala. Tre anni fa lei e il marito hanno lasciato la loro casa in Canada e sono tornati a vivere ad Hargeisa con i due figli piccoli. Dahir ha vissuto in Canada per vent’anni: lei e i suoi familiari erano arrivati nel paese a metà degli anni novanta come profughi. Là stavano bene: avevano degli amici, un lavoro, buone scuole per i bambini. Ma gli mancava qualcosa. Dahir voleva che i suoi figli crescessero come aveva fatto lei, con il sole tutto l’anno e una grande famiglia estesa dall’altra parte della strada. Voleva che la loro vita fosse scandita dal ritmo delle cinque chiamate alla preghiera quotidiane che si alzano dai minareti di Hargeisa come un coro stonato. Voleva che conoscessero il sapore terroso del latte di cammella e che sapessero che aspetto ha la frutta quando non è piena di sostanze chimiche. Voleva che parlassero la loro lingua e ne andassero fieri. Però voleva anche seguire dei corsi di zumba. “Ho cercato ovunque ad Hargeisa ma non ne ho trovati”, spiega. Perciò ha deciso di lanciarne uno. Ha fatto venire delle insegnanti dal Kenya e ha affittato una casetta alla periferia della città circondata da un’alta recinzione sormontata da vetri rotti. “Tenetevi in forma: palestra per sole donne”, si legge su un cartello che ha piazzato all’esterno. Ha fatto mettere sul pavimento un rivestimento morbido, simile a un tappetino, e ha appeso dei grandi specchi alle pareti. Ha attaccato dappertutto slogan motivazionali. “L’età fa raggrinzire il corpo”, recita uno. “Non lasciare che ti raggrinzisca l’anima”. Come per molte altre persone che hanno avviato attività simili in Somaliland, anche per Dahir la palestra ha a che fare sia con lo sport e il sentirsi in forma sia con il senso di comunità. Ad Hargeisa gli uomini si radunano nei bar ai lati delle strade per bere tè al latte di cammella e masticare il qat. Le donne invece socializzano soprattutto nelle case. Le palestre sono uno dei rari spazi pubblici dove le donne possono incontrarsi. Ultimamente questo senso di cameratismo le ha rese più audaci. Dahir nota che le donne che s’incontrano in palestra e s’incoraggiano tra loro durante le faticose lezioni di aerobica o le monotone corse sui tapis roulant hanno formato dei gruppi per andare a passeggiare in compagnia. Quando finiscono gli esercizi in palestra s’infilano di nuovo gli hijab e i fluttuanti jilbab e vanno a spasso insieme nel quartiere. A volte gli uomini si mettono a fissarle e fanno dei commenti. Ma quando si è in gruppo è più facile ignorarli. È più facile fingere che quello che si sta facendo sia normale e magari, continuando a far finta che sia normale, un giorno lo sarà davvero. Alla fine è Hannah Mukhtaar Abdilahi a tagliare per prima il traguardo, staccando di poco l’amica. Si accascia su una barriera lì accanto, ansimando e facendo profondi respiri mentre la gente le si affolla intorno. Qualcuno le appende al collo una medaglia. Qualcun altro le mette in mano una bottiglietta d’acqua. Le macchine fotografiche dei giornalisti scattano senza sosta. Subito dopo le due ragazze, arriva a tagliare il traguardo anche il resto della squadra di calcio. A conquistare il terzo posto è una loro compagna, così come molte delle ragazze che finiscono la corsa poco dopo. Dopo aver formato un bel gruppo si mettono in posa spalla a spalla e tirano fuori i loro telefoni per scattarsi dei selfie. Qualcuno suggerisce di sollevare in alto le vincitrici e all’improvviso Abdilahi e Daahir non toccano più per terra con i piedi. Le altre però ridono troppo forte per poterle reggere a lungo. L’intero gruppo crolla sul prato, abbandonandosi in una fragorosa risata. Quella sera, mentre mangia una pizza in un albergo di Hargeisa, Daahir pensa a cosa potrà fare con i 600 dollari (circa 550 euro) che ha vinto. “Penso che darò una festa e inviterò tutte le amiche della squadra di calcio che mi hanno sostenuto”, dice. “Alla fine i soldi sono solo soldi: la cosa importante sono le persone che ti hanno permesso di arrivare fino a lì”. ◆ gim

Creare nuovi spazi di libertà per le donne non significa solo attrezzare campi da basket e organizzare gare podistiche

Hannah Mukhtaar Abdilahi viene festeggiata dalle compagne dopo che ha vinto la corsa dei dieci chilometri ad Hargeisa, 21 febbraio 2020 (Ryan Lenora Brown)

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Questo articolo è uscito sul numero 1362 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati