Nei suoi primi dieci anni di vita è stata oggetto di innumerevoli prese in giro. Una delle più famose è quella della serie televisiva The office, in cui il protagonista Michael Scott dice: “È la cosa più bella del mondo. Chiunque può scrivere quello che gli pare su qualsia­si argomento. Quindi sai che ci troverai le migliori informazioni possibili”. Elogiare Wikipedia, dichiarando la sua missione, significava di fatto ammettere la propria idiozia. Era il 2007. Oggi Wikipedia è l’ottavo sito più visitato del mondo. La versione in lingua inglese ha da poco superato i sei milioni di articoli e i 3,5 miliardi di parole; le modifiche si materializzano a una velocità di 1,8 al secondo. Ancora più sorprendente del successo di Wikipedia, tuttavia, è quanto poco sia cambiata la sua reputazione. Continua a essere criticata, tacitamente. Confessare di aver preso un’informazione da Wikipedia è ancora una cosa di cui ci si vergogna un po’. È come se tutte quelle domande che riempivano gli articoli degli opinionisti a metà degli anni 2000 – funzionerà? Ci si può fidare? È meglio dell’Enciclopedia britannica? – fossero ancora domande retoriche, quando in realtà hanno già ampiamente avuto risposta, e sempre in senso affermativo.

Naturalmente le critiche tacite sono sempre meglio di quelle oggi riservate agli altri giganti di internet. Scegliete un punto di svolta qualsiasi negli ultimi anni – l’elezione di Donald Trump, la Brexit, una delle tante violazioni dei dati personali, i post a raffica della cosiddetta alt right (la destra reazionaria statunitense), le dichiarazioni sconcertanti al congresso degli Stati Uniti – e ci vedrete la lunga mano dei monopoli del web. Non molto tempo fa l’utopismo tecnologico era il rumore di fondo dell’industria culturale, oggi è diventato un’idea quasi inconfessabile. È praticamente impossibile parlare in astratto di libertà, connessione e collaborazione – le parole d’ordine della metà degli anni 2000 – senza fare un elenco mentale delle conseguenze negative più tangibili di internet.

Eppure, in un’epoca in cui le promesse della Silicon valley sembrano meno dorate di prima, Wikipedia si distingue in senso positivo. È l’unico sito senza fini di lucro tra i primi dieci del mondo, e uno dei pochi tra i primi cento. Non è tappezzato di pubblicità, non s’intromette nella privacy di nessuno e non è terreno fertile per i troll neonazisti. Come Instagram, Twitter e Facebook, pubblica contenuti generati dagli utenti, ma il suo prodotto è spersonalizzato, collaborativo e a beneficio della collettività. Più che un’enciclopedia, Wikipedia è diventata una comunità, una biblioteca, una costituzione, un esperimento, un manifesto politico: la cosa più vicina a una piazza pubblica on­line. È uno dei pochi luoghi rimasti a conservare la scintilla dell’utopia del world wide web delle origini. Un’enciclopedia libera, che racchiude tutta la conoscenza umana ed è alimentata quasi completamente da volontari non retribuiti: non è incredibile che tra tutti i modelli sia quello che ha funzionato meglio?

Wikipedia non è perfetta. I problemi che ha – e sono molti – sono discussi in modo molto dettagliato su Wikipedia stessa, spesso in forum autocritici come “Why Wikipedia is not so great” (Perché Wikipedia non è poi così eccezionale). Un collaboratore osserva che “molti articoli sono di scarsa qualità”. Un’altra preoccupazione è che “il consenso su Wikipedia potrebbe rappresentare una forma problematica di produzione della conoscenza”. Un terzo osserva che “chiunque può entrare in questa pagina e modificarla scrivendo ‘le penne sono solo per i gatti’”. Come il resto del mondo della tecnologia, il sito soffre di uno squilibrio di genere: secondo stime recenti, i suoi redattori volontari sono al 90 per cento maschi. Donne e persone di genere non binario segnalano frequenti molestie da parte dei loro compagni wikipediani: aggressioni verbali, diffusione di dati personali, intrusioni informatiche, minacce di morte. L’organizzazione che gestisce il sito ha più volte ammesso il problema e ha preso provvedimenti per risolverlo; diversi anni fa ha investito centinaia di migliaia di dollari in una “iniziativa per la salute della comunità”. Ma, in un certo senso, i mezzi per rimediare alle carenze di Wikipedia, in termini sia di cultura della partecipazione sia di copertura degli argomenti, ci sono già: lo testimoniano le tante editathon (da edit, editare, e marathon, maratona; incontri in cui si riscrivono le informazioni e i contenuti su un argomento) femministe organizzate negli ultimi tempi.

Le innovazioni del sito sono sempre state culturali più che informatiche. Wikipedia è stata creata usando una tecnologia esistente. L’aspetto più sottovalutato e incompreso del progetto è la sua architettura emotiva: si fonda sugli interessi personali e sulle peculiarità dei suoi collaboratori. A rischio di essere smielati, potremmo dire perfino che si fonda sull’amore. Spesso le passioni dei redattori sconfinano nella pura irrilevanza: descrizioni iperdettagliate di decine di tipi diversi di software per il ricamo, pagine dedicate ai giocatori di baseball con gli occhiali, una breve ma toccante nota biografica di Khanzir, l’unico maiale in Afghanistan. Nessuna conoscenza è davvero inutile, ma su Wikipedia questa ampiezza di interessi va di pari passo con un atteggiamento per cui il tormentone “Pretty, pretty good” di Larry David nella serie televisiva Curb your enthusiasm è citato come un esempio della figura retorica dell’epizeusi. In questi momenti Wikipedia sembra davvero una delle poche cose di internet che stanno migliorando.

Il cervello del mondo

A volte è difficile mettere a fuoco cos’è Wikipedia, anche perché nel 2020 il termine di paragone è ancora l’Enciclopedia britannica. E non l’Enciclopedia britannica online, che ancora resiste, ma la sua versione cartacea, che ha smesso di essere pubblicata nel 2012. Se negli ultimi tempi avete sentito parlare dell’Enciclopedia britannica, probabilmente è stato in una discussione su Wikipedia. Ma quand’è stata l’ultima volta che avete visto una copia cartacea dei suoi vecchi volumi? Dopo aver letto per mesi dell’Enciclopedia britannica su Wikipedia, finalmente un giorno l’ho vista con i miei occhi. Era accatastata su un marciapiede e la stavano buttando via. Impilati con cura, i 24 volumi bordeaux rilegati aspettavano con aria regale il camion della spazzatura per il loro funerale. Nel 1965 sarebbero costati 10,50 dollari ciascuno, pari a 85 dollari di oggi. Ora le librerie dell’usato non li vogliono neanche gratis.

Wikipedia e l’Enciclopedia britannica condividono quanto meno un certo lignaggio. L’idea di realizzare un compendio completo della conoscenza umana esiste da secoli, e da sempre si parla di trovare un supporto migliore della carta: H.G. Wells pensava che il microfilm potesse essere la chiave per costruire quello che chiamava il “cervello del mondo”; Thomas Edison scommetteva su lamine sottilissime di nichel. Ma per la maggior parte delle persone che erano in vita agli albori di internet, un’enciclopedia era un libro, punto e basta. A quel tempo mettere a confronto Wikipedia e l’Enciclopedia britannica aveva ancora un senso. Aveva un senso anche evidenziare i punti di forza dell’Enciclopedia britannica: le sue rigorose procedure di revisione e verifica dei fatti, il suo elenco di illustri collaboratori, tra cui tre presidenti degli Stati Uniti e una serie di premi Nobel, premi Oscar, romanzieri e inventori. Ed era più che ragionevole chiedersi se i dilettanti su internet sarebbero mai riusciti a fare qualcosa di lontanamente paragonabile. Wikipedia era un oggetto misterioso. La definizione dall’inglese di ciò che faceva, crowdsourcing (“sviluppo collettivo di un progetto”: da crowd, folla, e sourcing, approvvigionamento) fino al 2005 non esisteva nemmeno. Il termine è stato coniato da due giornalisti di Wired.

Sempre nel 2005 la rivista Nature pubblicò il primo importante studio comparativo tra le due fonti. Emerse che, almeno sugli articoli scientifici, le due risorse erano quasi paragonabili: l’Enciclopedia britannica commetteva una media di tre errori minori per voce, mentre Wikipedia aveva una media di quattro (l’Enciclopedia britannica puntualizzò che “quasi tutto ciò che si legge nello studio pubblicato dalla rivista è sbagliato e fuorviante”, ma Nature rimase ferma sulle sue posizioni). Nel 2014 uno studio della Harvard business school evidenziò che Wikipedia tendeva più a sinistra rispetto all’Enciclopedia britannica, principalmente perché gli articoli erano più lunghi e quindi era più probabile che contenessero “parole in codice” di parte: il pregiudizio, però, spariva dopo il lavaggio. Più un articolo di Wikipedia era sottoposto a revisioni, più diventava neutrale. Facendo una media “per parola”, scrivevano i ricercatori, l’orientamento politico era “praticamente indistinguibile” tra una fonte e l’altra.

Uno studio della Harvard business school evidenziò che Wikipedia tendeva più a sinistra rispetto all’Enciclopedia britannica

Alcune importanti differenze, tuttavia, non emergono dai confronti quantitativi. Per esempio, Wikipedia è consultata quotidianamente, mentre l’Enciclopedia britannica è sempre stata un po’ come le porcellane cinesi, un oggetto da mettere in mostra, non solo un testo di riferimento. I volumi che ho visto sul ciglio della strada erano tutti in ottime condizioni, forse fin troppo. Le copertine erano un po’ appassite, ma i dorsi erano integri e le pagine immacolate, a testimonianza di cinquant’anni di uso sporadico. E, come ho scoperto dopo essermene portato a casa un buon numero, i contenuti sono un antidoto per chiunque abbia voglia di abbandonarsi alla nostalgia. Le voci dell’Enciclopedia britannica del 1965 sono quasi tutte di alta qualità e di sani princìpi, ma a volte il tono spigliato e perspicace degli autori rischia di sconfinare nell’imprecisione. La sezione sul sistema scolastico del Brasile, per esempio, dice che è “buono o cattivo a seconda di quali statistiche si prendono e di come sono interpretate”. Quasi tutti gli articoli sono stati scritti da maschi bianchi, e alcuni erano obsoleti già da una trentina d’anni al momento della pubblicazione. Sottolineandone la scarsa longevità, nel 1974 il critico Peter Prescott scriveva che “le enciclopedie sono come le pagnotte: prima si consumano, meglio è, perché diventano stantie prima ancora di arrivare sullo scaffale”. I redattori dell’Enciclopedia britannica ci hanno messo mezzo secolo prima di prendere atto dell’esistenza del cinema: nell’edizione del 1965 non c’è una voce su Luis Buñuel, uno dei maestri della cinematografia moderna. Per non parlare della tv. Su lord Byron, invece, ci sono quattro pagine piene (questa tendenza conservatrice non è una caratteristica esclusiva dell’Enciclopedia britannica. Crescendo, ricordo che sull’enciclopedia World book alla voce “corteggiamento” si parlava di coppie che andavano insieme a bere un frullato).

Gli alti dignitari che compilavano queste voci, per altro, non erano per niente a buon mercato. Secondo un articolo sull’Atlantic del 1974, i collaboratori dell’Enciclopedia britannica guadagnavano in media 10 centesimi a parola, circa 50 centesimi di oggi. A volte ricevevano perfino un’intera enciclopedia in omaggio. A quanto pare, però, non erano particolarmente riconoscenti; i curatori si lamentavano di scadenze non rispettate, atteggiamenti petulanti, errori di sciatteria e faziosità. “Tutti gli artisti pensano di essere bravi scrittori e ci hanno messo in grandi difficoltà”, confessava un redattore all’Atlantic. Con gli stessi costi dell’Enciclopedia britannica, per produrre la versione di Wikipedia in lingua inglese oggi servirebbero 1,75 miliardi di dollari.

C’è un altro particolare ricordato raramente a proposito dei volumi dell’Enciclopedia britannica: in un certo senso si “restringevano” con il passare del tempo. Le dimensioni dell’enciclopedia cartacea erano relativamente limitate, mentre il numero dei fatti nell’universo continuava a crescere, costringendo i redattori a limature e abbreviazioni. Era un gioco a somma zero in cui l’aggiunta di nuovi articoli comportava necessariamente l’eliminazione o la compressione delle informazioni esistenti. Niente e nessuno era immune: tra il 1965 e il 1989 la voce su Bach si ridusse di due pagine.

Kevin Van Aelst

Una cerchia di esperti

Con l’arrivo di internet, l’idea di un’enciclopedia illimitata era non solo naturale, ma perfino ovvia. Eppure c’era ancora l’idea, anche tra i pionieri della rete, che, sebbene il supporto fosse nuovo, il modello dell’Enciclopedia britannica, cioè di una fonte di informazioni calate dall’alto da una cerchia di esperti, dovesse continuare a vivere.

Nel 2000, dieci mesi prima di fondare Wikipedia, Jimmy Wales e Larry Sanger crearono un sito chiamato Nupedia, con l’idea di raccogliere articoli di studiosi famosi per poi sottoporli a sette passaggi di revisione. Il sito non decollò mai. Dopo un anno c’erano una ventina scarsa di voci (Wales, che ne aveva scritta una, confessò al New Yorker che “era come fare i compiti”). Quando Sanger venne a conoscenza di un’applicazione web chiamata wiki – dall’hawaiano wikiwiki, che significa “presto” – lui e Wales decisero di usarla per raccogliere materiale per Nupedia. Erano convinti che non ne sarebbe venuto niente di buono, ma nel giro di un anno la nuova piattaforma (Wikipedia) aveva già accumulato ventimila articoli. Nel 2003, quando i server di Nupedia furono definitivamente spenti, il sito originale era diventato una buccia appassita, mentre il seme era cresciuto oltre ogni aspettativa.

Sanger lasciò Wikipedia all’inizio del 2003, spiegando al Financial Times che era stufo dei troll e degli “pseudo-anarchici contrari per principio all’idea che qualcuno possa avere un’autorità che ad altri è negata”. Tre anni dopo fondò un sito concorrente chiamato Citizendium, che nasceva come una partnership tra esperti e dilettanti. Lo stesso anno un altro influente redattore di Wikipedia, Eugene Izhikevich, lanciò Scholarpedia, un’enciclopedia online solo su invito, sottoposta a revisione paritaria, con un focus sulle discipline scientifiche. Citizendium ha faticato ad attirare finanziamenti e collaboratori, e oggi è in fin di vita. Scholarpedia, che aveva cominciato con minori ambizioni, ha meno di duemila articoli. Ma la cosa più interessante è capire perché questi siti languono. Entrambi si sono scontrati con un problema semplice e apparentemente insolubile, lo stesso che ha affossato Nupedia e che Wikipedia, invece, ha superato: la maggior parte degli esperti non vuole contribuire a un’enciclopedia online gratuita.

Questa barriera all’ingresso esiste anche in contesti in cui ci sono molti esperti e grandi quantità di materiale da cui attingere. A Napoleone Bonaparte, per esempio, sono stati dedicati migliaia di libri. Probabilmente ci sono più studiosi del generale corso che di qualsiasi altro personaggio storico. Finora, però, questi studiosi, anche quelli in pensione o i più entusiasti, non sono stati particolarmente inclini a condividere la loro grande conoscenza. L’articolo di Citizendium su Napoleone, lungo circa cinquemila parole e mai modificato negli ultimi sei anni, non cita eventi importanti come la decisiva battaglia di Borodino, che causò 70mila vittime, o la successione di Napoleone II. L’articolo di Wikipedia (in inglese) su Napoleone, invece, è lungo circa 18mila parole e cita più di 350 fonti.

Kevin Van Aelst

I surrogati di Wikipedia hanno un altro problema: con pochi collaboratori, la copertura è a macchia di leopardo e le lacune sono difficili da colmare. La voce di Scholarpedia sulla neuroscienza non cita la serotonina o i lobi frontali. Su Citizendium, Sanger non ha voluto riconoscere agli studi sulle donne lo status di categoria di primo livello, bollando la disciplina come “politicamente corretta” (oggi precisa che “non si trattava in particolare degli studi sulle donne” ma di “un’eccessiva sovrapposizione tra gruppi già esistenti”). Una wiki con una gerarchia più orizzontale, invece, è in grado di correggersi. Per quanto l’argomento sia politicamente sensibile o intellettualmente complesso, l’alto numero di contributi affina progressivamente il consenso. Sulla versione di Wikipedia in lingua inglese, voci particolarmente discusse come quelle su George W. Bush o Gesù Cristo hanno subìto migliaia di revisioni.

Wikipedia, in altre parole, non si riempie tutta in una volta, come un fienile; è assemblata granello dopo granello, come un termitaio. Le minuscole dimensioni dei singoli chicchi e degli operai che li trasportano sembrerebbero rendere l’impresa impossibile. Ma è proprio questo sistema che permette al sito di crescere smisuratamente.

Un lavoro ingrato

Gli eroi di Wikipedia non sono dei giganti nei loro rispettivi campi, ma dei wikignomi, come sono chiamati, un esercito di redattori che correggono gli errori di battitura, organizzano gli articoli in categorie ordinate e riparano i danni provocati dagli atti vandalici. È un lavoro spesso ingrato, ma non per questo privo di soddisfazioni. Per i wikipediani è un punto di partenza, e per molti è sufficiente. Secondo un articolo del 2016 pubblicato sulla rivista Management Science, la lunghezza mediana di una modifica su Wikipedia è di appena 37 caratteri, un intervento che si può fare in pochi secondi.

Kevin Van Aelst

Da lì, tuttavia, molti volontari si fanno coinvolgere sempre di più dalla cultura del sito. Discutono delle modifiche nelle pagine di discussione, mettono in mostra i loro interessi e le loro abilità sulle pagine utente, fanno a gara per arrivare in cima alla classifica del numero di modifiche. Solo pochi eletti diventano amministratori: circa 250mila persone modificano quotidianamente Wikipedia, ma solo 1.100 account hanno credenziali di amministratore. Il sito è così ampio e complesso (per dirne una, le direttive e i suggerimenti superano le 150mila parole) che i suoi collaboratori più attivi devono diventare un po’ come avvocati e appellarsi ai precedenti per sostenere la loro causa. Come nel diritto, esistono diverse scuole di interpretazione: le due principali sono i cancellazionisti e gli inclusionisti. I cancellazionisti privilegiano la qualità rispetto alla quantità, e la rilevanza rispetto all’utilità. Gli inclusionisti hanno un orientamento opposto.

Molti dei redattori più attivi, che siano cancellazionisti o inclusionisti, appartengono a una categoria di persone che si colloca tra l’esperto e il dilettante: l’entusiasta. Prendiamo per esempio i feramatori o trainspotter (i wikipediani hanno opinioni diverse su quale sia il termine migliore). La loro conoscenza dei treni è molto diversa da quella di un ingegnere o di uno storico delle ferrovie: non esiste una specializzazione in trainspotting o la carica ufficiale di feramatore. Ciò non toglie che siano comunque degli esperti. In passato le loro conoscenze folcloristiche erano discusse solo nei forum online, nei programmi radiofonici e sulle riviste specializzate. Wikipedia è stata la prima a sfruttarle. La voce sulla locomotiva Flying scotsman è lunga quattromila parole e comprende una serie di informazioni minuziose – sulla numerazione della locomotiva, sui suoi diversi proprietari, sui deflettori per il fumo, sul restauro – da cui traspare una conoscenza dettagliata e appassionata di come funzionano i treni (“Fu stabilito che la caldaia A4 si era deteriorata in misura maggiore rispetto a quella di ricambio a causa delle maggiori pressioni di esercizio dopo che la pressione era stata aumentata a 250 psi”).

La pedanteria è di per sé una specie di motore ed è alimentata da un entusiasmo che spesso diventa amore vero e proprio. Molte delle critiche della prima ora alle opere di consultazione informatiche denunciavano che si perdesse la vitalità tipica dell’elemento umano a favore di una fattualità sterile e blanda. L’articolo dell’Atlantic del 1974 esprimeva in modo eloquente questa preoccupazione: “L’esattezza, com’è ovvio, può essere ottenuta più facilmente da un comitato armato di computer che da una singola intelligenza. Ma se l’esattezza crea un rapporto di fiducia tra lettore e redattore, l’eccentricità, l’eleganza e la sorpresa sono le qualità peculiari che rendono invitante l’apprendimento. E non sono qualità che associamo ai comitati”. Eppure, su Wikipedia l’eccentricità, l’eleganza e la sorpresa abbondano, specialmente dove l’entusiasmo sfocia nell’eccesso e il dettaglio è reso in modo così fine (e superfluo) che diventa bellissimo.

Kevin Van Aelst

Nell’articolo sulla rivoluzione sessuale c’era una frase, poi eliminata, che diceva: “Per chi non c’era e non l’ha vissuto, è difficile immaginare quanto il sesso fosse privo di rischi negli anni sessanta e settanta”. Questa mini-autobiografia anonima non è solo un affascinante esempio di slancio editorialistico, ma è un piccolo retaggio della rivoluzione sessuale in sé, una riflessione malinconica su un momento di libertà che non è durato (e il redattore che ha aggiunto “citazione necessaria” va considerato suo complice). Nell’articolo sull’intellettuale anticomunista Frank Knopfelmacher, si legge che “i suoi prolungati monologhi telefonici a tarda notte, quasi sempre a ruota libera, invariabilmente calunniosi (verso i suoi compari e, più spesso, verso i suoi antagonisti) per decenni hanno goduto di uno status leggendario tra gli intellettuali australiani”. La scrittrice Lillian Lee, apprendiamo, cerca “la libertà e la felicità, non la notorietà”.

I pedanti hanno la fama di non avere il senso dell’umorismo, ma per i wikipediani il senso dell’umorismo è alla base dello spirito di collaborazione onesta e aperta che anima l’intero progetto. Forse non c’è bisogno di scrivere la storia completa di una gigantesca capra di paglia che ogni Natale viene portata nella piazza centrale di una cittadina minore della Svezia: invece, ogni anno l’articolo “Gävle goat” ne descrive le sorti nei minimi particolari. La capra è vittima di roghi e atti di vandalismo, e l’articolo è costruito intorno a una rigorosa cronologia che elenca la data e il metodo di distruzione e le nuove misure di sicurezza prese ogni anno dal 1966 (nel 2005 la capra è stata “data alle fiamme da vandali ignoti travestiti da Babbo Natale e uomo di pan di zenzero, che l’avrebbero trafitta con una freccia infuocata”).

Ma perché i wikipediani si caricano sulle spalle milioni di ore di lavoro, alcune delle quali per scrivere di una capra di paglia gigante, senza essere pagati? Perché non lo vivono come un lavoro. “Che le persone lavorino gratis è un equivoco”, ha detto Wales al sito Hacker Noon nel 2018. “È più corretto dire che si divertono gratis”. In un sondaggio del 2011 è stato chiesto a più di cinquemila collaboratori di Wikipedia cosa li spingesse a modificare il sito. Uno dei motivi più citati è stato: “È divertente”.

Non a caso, la parte “meta” di Wikipedia – le pagine di discussione, i commenti, le strategie – è piena di battute da nerd. Siamo così abituati a far coincidere l’importanza con la serietà che all’inizio si prova quasi un senso di fastidio: è difficile conciliare un compendio di tutta la conoscenza umana con una regola che si chiama “Non fare il coglione” (poi rivista in “Non fare l’idiota”). Ma tutto questo ha uno scopo. È lo stesso che spinge i wikipediani a ricordare e celebrare “le guerre redazionali più sfigate” del sito, tra cui le annose schermaglie sugli antenati di Freddie Mercury, le origini della Caesar salad, la pronuncia corretta del cognome di J.K. Rowling (“forse fa rima con ‘trolling?’”), i testi di alcune didascalie (“il gatto sta davvero sorridendo?”) e il grado di notorietà richiesto per entrare nella lista dei tassi più famosi della storia della letteratura.

Le licenze sui contenuti e il bacino di informazioni di Wikipedia hanno permesso di addestrare le reti neurali

A pochi, in passato, sarebbe venuto in mente di affiancare un forum umoristico a un’enciclopedia mondiale; e anche in un’eventualità del genere, nessuno gli avrebbe dato tanta importanza. Su Wikipedia, invece, le battute sono importantissime. Disinnescano le tensioni, favoriscono una cooperazione giocosa, incoraggiano l’umiltà, promuovono nuove letture e ulteriori interventi di revisione. In questo somigliano sorprendentemente ai testi di riferimento dell’illuminismo. Il dizionario di Samuel Johnson, pubblicato nel 1755, alla voce dull, noioso, recita: “Non esaltante; non incantevole – ad es. ‘fare dizionari è un lavoro noioso’”. L’enciclopedia forse più importante dell’era tardomoderna, l’Encyclopédie, è infarcita di battute satiriche e anticlericali: la voce “cannibali” rinvia a “comunione” (e viceversa).

Errore di categoria

Se è sbagliato continuare a paragonare Wikipedia all’Enciclopedia britannica, un errore simile è valutarla con lo stesso metro usato per gli altri dieci siti più importanti del web. Wikipedia può essere un modello per molte forme di attività sociali su internet, ma i suoi insegnamenti non si applicano automaticamente alla sfera commerciale. Wikipedia è un’impresa non commerciale, senza investitori o azionisti da tenere buoni, senza l’imperativo finanziario di “crescere o morire”, senza posizioni da mantenere nella corsa agli armamenti per l’accumulo dei dati o per il primato nell’intelligenza artificiale. Al matrimonio di Jimmy Wales, una delle damigelle d’onore ha brindato “all’unico magnate di internet che non è un miliardario”.

Ciò non toglie che il sito abbia aiutato molto gli altri colossi tecnologici, soprattutto nel campo dell’intelligenza artificiale. L’accesso praticamente libero ai contenuti e l’ampio bacino di informazioni di Wikipedia hanno permesso agli sviluppatori di addestrare le reti neurali in modo notevolmente più veloce, economico ed esaustivo di quanto non sarebbero mai riusciti a fare con dati di loro proprietà. Quando un utente chiede qualcosa a Siri della Apple o ad Alexa di Amazon, spesso è Wikipedia che fornisce la risposta. Quando si cerca su Google una persona o luogo famoso, è quasi sempre Wikipedia che fornisce il pannello laterale visualizzato accanto ai risultati della ricerca.

Kevin Van Aelst

A rendere possibili questi strumenti è un progetto chiamato Wikidata, il prossimo ambizioso passo verso la realizzazione del sogno plurisecolare di creare un “cervello mondiale”. Il progetto è nato grazie a Denny Vrandečić, uno scienziato informatico croato e redattore di Wikipedia. Anche se entusiasta dei contenuti dell’enciclopedia, Vrandečić si lamentava del fatto che gli utenti non potessero interrogare il sistema in modo da attingere contemporaneamente a più voci del sito. In parole povere, voleva che Wikipedia fosse in grado di rispondere a domande come: “Quali sono le venti più grandi città del mondo che hanno una sindaca?”. “L’informazione ovviamente su Wikipedia c’è, ma è nascosta”, spiega Vrandečić. Per tirarla fuori “serve un lavoro enorme”.

Partendo dal vecchio concetto internettiano del “web semantico”, Vrandečić ha deciso di strutturare e arricchire i dati del sito in modo da renderlo effettivamente capace di sintetizzare le proprie conoscenze. Se si trova un modo per catalogare donne, sindaci e città più popolose, una ricerca nei dati correttamente codificata dovrebbe restituire automaticamente le venti città più grandi con una sindaca. Avendo già fatto il redattore per la versione croata, inglese e tedesca di Wikipedia, Vrandečić conosceva i limiti dell’uso della semplice codifica semantica in inglese. Perciò ha scelto di usare codici numerici. Per esempio, ogni riferimento al libro L’isola del tesoro può essere catalogato con il codice Q185118, il colore marrone con il codice Q47071 eccetera.

Enigmisti e perfezionisti

Per Vrandečić era scontato che questo lavoro di codifica e catalogazione dovesse essere svolto dai bot. E invece, sugli ottanta milioni di articoli finora caricati su Wikidata, circa la metà sono stati inseriti da volontari in carne e ossa, un livello di crowdsourcing che ha sorpreso perfino i creatori di Wikidata. Le modifiche su Wikidata e su Wikipedia, a quanto pare, sono abbastanza diverse da non cannibalizzare il lavoro degli stessi collaboratori. Wikipedia attira chi ama scrivere in prosa, mentre Wikidata si addice di più agli enigmisti e ai perfezionisti (Lydia Pintscher, una responsabile del progetto, ancora oggi quando torna a casa dopo aver visto un film al cinema ricopia a mano dal sito di cinema Imdb il cast e lo mette su Wikidata inserendo i relativi tag).

Dal momento che piattaforme come Google e Alexa lavorano per dare risposte immediate a domande casuali, Wikidata sarà una delle architetture chiave che collegano le informazioni del mondo. Il sistema è ancora soggetto a errori – Siri a un certo punto ha pensato che l’inno nazionale bulgaro fosse Despacito – ma la sua scala in prospettiva è già più ambiziosa di quella di Wikipedia. Ci sono sottoprogetti che si propongono di catalogare ogni politico in carica, ogni dipinto in ogni collezione pubblica al mondo e ogni singolo gene del genoma umano in una forma ricercabile, adattabile e leggibile da una macchina.

Le battute e gli scherzi non spariranno. Prendiamo per esempio il tag di Wikidata per identificare lo scrittore Douglas Adams, Q42. Nel suo libro Guida galattica per gli autostoppisti, un gruppo di esseri superintelligenti costruisce un computer potentissimo chiamato Deep thought e gli chiede di rispondere alla “domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto”. Il responso della macchina è “42”. Questa consapevolezza – la consapevolezza della follia e della gioia di creare una cosa assurda e potente come un cervello mondiale – è il motivo per cui, su Wikipedia, potete essere sicuri di trovare le migliori informazioni possibili. ◆ _ fas_

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Questo articolo è uscito sul numero 1352 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati