Natasha è stata la prima delle nostre figlie a essere morsa da un roditore. Probabilmente è successo mentre dormiva, ma era troppo piccola per dircelo. Come la sua gemella Ariel, Natasha si esprimeva soprattutto in inglese, ma per certe cose come i colori, gli animali e gli alimenti essenziali le bambine usavano l’arabo. Aish per il pane, maya per l’acqua. Se prendevo una delle due in braccio e la facevo girare in aria, gridava: “Tani!”, ancora! Poi lo ripeteva anche la sorella, perché qualsiasi cosa facessi con una dovevo farla pure con l’altra. Tani, tani, tani. Non avevano ancora compiuto due anni.

Ho notato il segno mentre stavo cambiando Natasha. A destra dell’ombelico c’erano due paia di brutti fori rossi: incisivi. Forse l’animale aveva fiutato qualcosa nel pannolino. Se Natasha aveva gridato né io né mia moglie Leslie l’avevamo sentita.

C’eravamo trasferiti al Cairo a ottobre del 2011, durante il primo anno della primavera araba. Abitavamo a Zamalek, un quartiere su un’isola lunga e stretta in mezzo al Nilo. Zamalek è tradizionalmente il quartiere della media e alta borghesia. Avevamo preso in affitto un appartamento al piano terra di un vecchio edificio che, come molti palazzi della strada, era bellissimo ma cadente. All’esterno, sulla facciata art déco, c’era una cancellata in ferro battuto con le sbarre che disegnavano una ragnatela.

Lo stesso motivo si ripeteva in tutto il palazzo. Piccole tele nere decoravano la nostra porta d’ingresso, e i balconi e le verande avevano le ringhiere a forma di ragnatela. Per entrare in ascensore si apriva un cancello con il motivo a ragnatela. L’antica cabina ascensore di legno intagliato, simile a un sarcofago bizantino, saliva e scendeva nell’oscurità di un pozzo all’aperto. Le maglie della tela sul cancello dell’ascensore erano larghe come una testa umana e quando passava la cabina si poteva toccare. Poco dopo il nostro arrivo, un bambino di un piano alto rimase incastrato con la gamba procurandosi una brutta frattura, e dovette andare in Europa a curarsi.

Vaccino antirabbico

Nei vecchi quartieri del Cairo la sicurezza non è mai stata una priorità, ma durante la rivoluzione la città era ancora più trascurata. C’erano continui blackout e ogni tanto mancava l’acqua per intere giornate. Cumuli di spazzatura attiravano topi e ratti. Una volta ho visto delle donnole infilarsi in un buco nelle fondamenta del palazzo sotto le finestre della camera delle bambine.

In clinica una pediatra ha esaminato i segni sulla pancia di Natasha. “Insetto”, ha sentenziato. Ero incredulo: “Quello sarebbe il morso di un insetto?”.

“Forse una pulce”, ha detto.

Ho mandato una fotografia a un’amica di famiglia che lavorava in una clinica dermatologica negli Stati Uniti. La risposta mi ha fatto provare nostalgia per la capacità degli americani di usare un linguaggio allegro e spensierato in qualsiasi situazione: “Ciao! Abbiamo discusso il caso tutti insieme oggi, siamo tutti d’accordo. Il morso potrebbe essere di un serpente/roditore. Spero di essere stata utile. Spero che stiate bene tutti e due. Un abbraccio, Susie”.

Io e Leslie siamo andati in taxi sulla riva sinistra del Nilo e abbiamo comprato un vaccino antirabbico in un centro per le vaccinazioni chiamato Vacsera. Poi abbiamo cercato un altro pediatra. Ho comprato anche una decina di trappole adesive.

Il Cairo, 10 luglio 2013. Un manifesto dell’ex presidente Mohamed Morsi (Moises Saman, Magnum/Contrasto)

La notte sistemavo le trappole sotto i lettini. Spesso mi svegliavano le voci delle gemelle: “Papà, topo! Papà, topo!”. Una volta ho sentito un rumore nella loro cucina giocattolo, ho aperto la porticina del mini frigorifero ed è spuntato fuori un topo. Come diavolo c’era finito? Tutti i topi che riuscivo a catturare erano troppo piccoli per aver fatto i segni sulla pancia di Natasha, ma non finivano mai: tani, tani, tani. Li ho affogati uno per uno in un secchio d’acqua.

Quando è stata morsa anche Ariel, abbiamo trovato il segno sulla schiena invece che sulla pancia. Per il resto era identico a quello di Natasha: quattro incisivi. Abbiamo fatto un’altra spedizione in taxi al Vacsera.

Ne avevo abbastanza di trappole. Io e Leslie siamo andati a trovare uno straniero che viveva al Cairo e stava dando via due gatti, un maschio e una femmina. La scelta è stata facile: il maschio era più grosso, aveva un’espressione feroce e si muoveva agilmente tra i mobili. Le striature del pelo formavano una “M” sulla fronte, il segno della razza conosciuta come mau egiziano.

L’abbiamo chiamato Morsi. In Egitto c’erano appena state le prime elezioni presidenziali democratiche della storia e le aveva vinte Mohamed Morsi, un leader dei Fratelli musulmani. Poco dopo il suo arrivo, il gatto Morsi ha dato un morso sul braccio a Leslie lasciandole il segno. Tani: un altro viaggio al Vacsera. Dopo un anno al Cairo, ero l’unico componente della famiglia a non aver fatto un’iniezione antirabbica.

Leslie e io ci siamo conosciuti a Pechino, dove lavoravamo entrambi come giornalisti. Veniamo da contesti diversi: lei è nata a New York da una coppia di immigrati cinesi, mentre io sono cresciuto nel Missouri. Ma la stessa irrequietezza ci ha spinti a trasferirci all’estero, prima in Europa e poi in Asia. Nel 2007, quando abbiamo lasciato la Cina insieme, avevamo passato quasi tutta la nostra vita adulta all’estero.

Avevamo un piano: ci saremmo trasferiti nella campagna del Colorado, per prenderci una pausa dalla vita cittadina e provare ad avere un bambino. Poi saremmo andati a vivere in Medio Oriente. Ci piaceva l’idea di scrivere di un altro paese con una vasta storia e una lingua ricca, e volevamo che quella fosse la nostra prima esperienza familiare.

Era tutto un po’ vago, il figlio e il paese. Forse in Egitto, forse in Siria. Forse un maschio, forse una femmina. Che differenza faceva? Un collega a New York mi aveva avvertito che l’Egitto, dove Hosni Mubarak era al potere da quasi trent’anni, poteva risultare un paese immobile rispetto alla Cina. “Al Cairo non cambia mai niente”, mi aveva detto. Ma l’idea non mi dispiaceva affatto. Non vedevo l’ora di studiare l’arabo in un paese dove non succedeva niente. Il primo sconvolgimento del nostro piano è avvenuto quando invece di un figlio ne abbiamo avuti due. A maggio del 2010 Ariel e Natasha sono nate premature, perciò abbiamo deciso di aspettare dodici mesi prima di trasferirci. La data non ci sembrava importante: un anno nella vita di un neonato è un attimo rispetto all’immutabile Cairo. Quando invece a piazza Tahrir sono cominciate le proteste, le bambine avevano otto mesi, ed esattamente diciotto giorni in più quando Mubarak è stato deposto.

Il Cairo, 25 gennaio 2013 (Moises Saman, Magnum/Contrasto)

Abbiamo rimandato e ci abbiamo pensato su, ma alla fine abbiamo deciso di partire. Abbiamo fatto domanda per l’assicurazione sulla vita, ma la compagnia assicurativa ci ha scartati con la motivazione di “un viaggio troppo lungo”. Siamo andati da un avvocato per fare testamento. Abbiamo disdetto il contratto d’affitto della casa e abbiamo lasciato tutte le nostre cose in un magazzino. Abbiamo venduto l’auto. Non volevamo spedire niente: tutto quello che ci serviva ce lo saremmo portato in aereo.

Il giorno prima della partenza io e Leslie ci siamo sposati. Non c’era mai importato nulla delle formalità e non avevamo voglia di organizzare un matrimonio. Però avevamo letto che se una coppia non aveva lo stesso cognome le autorità egiziane facevano storie per rilasciare il permesso di soggiorno congiunto. Abbiamo lasciato le bambine con una babysitter e ci siamo presentati al tribunale della contea di Ouray.

Appena il funzionario della contea ha dato inizio alla cerimonia, Leslie l’ha interrotto per chiedergli quando chiudeva l’ufficio per le infrazioni al codice stradale. “Alle quattro”, ha detto il funzionario. Leslie ha guardato l’orologio. “Può aspettare un minuto?”. È corsa al piano di sopra per pagare l’ultima multa per eccesso di velocità.

Sul certificato di nozze c’è scritto che abbiamo “contratto il sacro vincolo di matrimonio” alle 16.08 e 44 secondi. Ho infilato il certificato nei bagagli. Il giorno dopo siamo saliti sull’aereo insieme alle nostre gemelle di diciassette mesi. Né io né Leslie eravamo mai stati in Egitto.

A spasso per Zamalek

Con l’arrivo di Morsi i topi sono spariti. Il gatto ne ha decapitati un paio lasciando in giro i corpi mutilati e dopo un po’ non abbiamo avuto più visite indesiderate. La pelliccia di un mau egiziano è simile a quella dei felini raffigurati sulle pareti delle tombe antiche, e anche il nome è antico: ai tempi dei faraoni, mau significava “gatto”. I mau sono agilissimi, e si distinguono per un lembo di pelle che va dai fianchi alle zampe posteriori, permettendogli un’estensione maggiore. Pur essendo gatti domestici riescono a raggiungere una velocità di quasi cinquanta chilometri all’ora.

Le bambine, come i topi, hanno imparato a stare alla larga da Morsi. L’animale aveva poca pazienza per le loro chiacchiere e le loro tirate di coda e le ha graffiate entrambe con abbastanza forza da fargli uscire il sangue. Era molto bravo: graffiava una volta Ariel e una volta Natasha. Io e Leslie abbiamo pensato di fargli togliere le unghie, ma questo gli avrebbe dato uno svantaggio nei confronti dei roditori e dei gatti randagi nel quartiere.

Tenerlo dentro casa era impossibile. Apriva da solo porte e finestre e si nascondeva sempre vicino all’ingresso aspettando l’occasione per scappare fuori. Spesso pochi minuti dopo che era uscito si sentivano grida di gatto. Avevamo un piccolo giardino dove si radunavano i randagi del quartiere, ma Morsi non tollerava intrusioni. Più volte l’ho visto inseguire una povera bestia spelacchiata fino alle inferriate con il motivo a ragnatela.

Sayyid, il netturbino di zona, diceva che qualcuno prima o poi se lo sarebbe rubato. “È un bellissimo gatto”, diceva. “Qot beladi”, un gatto del paese: la gente usava spesso questa espressione vedendo le strisce di Morsi. Si dice che gli egiziani siano stati il primo popolo nella storia ad allevare i gatti e che li amassero al punto da vietarne l’esportazione già più di trentasette secoli fa. Chiamavano i fenici “ladri di gatti” perché i marinai li prendevano per portarli a bordo delle loro navi.

Il Cairo, 19 agosto 2013. Il punto in cui sorgeva l’accampamento dei sostenitori dei Fratelli musulmani (Moises Saman, Magnum/Contrasto)

Nel nostro palazzo, una signora anziana che abitava al quarto piano si era proclamata curatrice dei gatti del quartiere e gli lasciava sempre delle ciotole con il cibo. Tutte le volte che uscivo per portare fuori le gemelle con il doppio passeggino mi salutava sorridendo. Gli egiziani impazziscono per i bambini ancora più che per i gatti, quindi attiravamo l’attenzione a Zamalek. Mi ricordo in particolare alcune facce: un portiere con un occhio solo, un fattorino con il naso rotto che consegnava il tè, un negoziante che parlava alle bambine in arabo.

Crescendo, le bambine hanno cominciato a fare i capricci se non le vestivamo uguali. Io e Leslie non volevamo, ma eravamo talmente presi dalla nuova vita in Egitto che abbiamo ceduto subito. Compravamo tutto doppio, e quando le gemelle erano una a fianco all’altra sul passeggino con i vestitini coordinati era una specie di spettacolo.

Gli stranieri a volte mi chiedevano se avevo mai visto “gli altri gemelli di Zamalek”. Erano due leggendari fratelli egiziani, ormai anziani, che tutti i giorni passeggiavano per l’isola insieme. Erano sempre vestiti in modo identico, con la giacca e la camicia abbottonata. Un paio di volte ho provato ad attaccare discorso, ma mi hanno ignorato e non hanno degnato le bambine neanche di uno sguardo. Ogni volta che ci incrociavamo – gemelli anziani, gemelle bambine, gemelli a piedi, gemelle su ruote – mi domandavo come sarebbero venute su le mie figlie dopo questa strana infanzia passata sul Nilo.

Era come se la conformazione geografica di Zamalek e i suoi ricchi residenti di lungo corso tirassero fuori una predisposizione tutta egiziana per l’eccentrico. L’isola si trova nel cuore della città, ma il fiume crea un forte senso di separazione. Anche quando c’erano le manifestazioni più grandi, era facile dimenticare che piazza Tahrir è a meno di due chilometri di distanza. Spesso vedevo gli abitanti di Zamalek guardare la rivoluzione in tv come se le immagini provenissero da una terra lontana.

La maggior parte delle persone non voleva essere coinvolta. Sayyid mi ha messo in guardia raccontandomi la storia del portiere con un occhio solo. Durante una manifestazione il portiere si trovava nei pressi di piazza Tahrir e aveva deciso di andare a guardare la scena da un cavalcavia. Era stato un errore, perché per disperdere la folla spesso la polizia egiziana sparava in aria. Il portiere era stato colpito da una cartuccia a pallini e aveva perso un occhio. Quella era stata l’ultima volta che aveva partecipato a una manifestazione.

“Il tuo gatto dei Fratelli musulmani è un pessimo presidente”, diceva Sayyid. Il veterinario era un cristiano copto, come circa il dieci per cento della popolazione del paese, e la prima volta che Leslie gli ha portato Morsi ha fatto finta di arrabbiarsi. “Odio questo nome”, ha detto, afferrando il gatto. Quando il veterinario copto gli tagliava le unghie, Morsi si dimenava furiosamente.

Zona grigia

Presto le gemelle hanno cominciato a distinguere il “Morsi buono” dal “Morsi cattivo”. Glielo aveva insegnato la loro tata, Atiyat, anche lei copta. Il giudizio di Atiyat sul presidente non deve sorprendere: anni prima Morsi aveva dichiarato che né una donna né un cristiano avrebbero mai potuto governare l’Egitto, e adesso sotto la sua guida il paese era precipitato nel caos.

All’inizio del 2013, a sei mesi dall’insediamento di Morsi alla presidenza, abbiamo ricevuto una comunicazione dall’asilo delle bambine: “A causa del forte odore di gas lacrimogeno a Zamalek, riteniamo più sicuro che oggi i bambini non vengano a scuola. Siamo terribilmente spiacenti per il breve preavviso, ma è del tutto indipendente dalla nostra volontà”.

Ho cominciato a nascondere soldi in contanti in tutto l’appartamento. Avevo organizzato una fuga d’emergenza se le cose si fossero messe male: cosa mettere in valigia, come raggiungere l’aeroporto. Le manifestazioni erano diventate costanti, e l’elettricità mancava varie volte al giorno. Un giorno il governo ha annunciato che avrebbe abbassato le luci all’aeroporto; i turisti erano praticamente scomparsi. Tutte le volte che tornavo da un viaggio entravo nella zona grigia dell’era Morsi: corridoi bui, scale mobili bloccate. “È del tutto indipendente dalla nostra volontà”.

Una mattina sono andato a rinnovare i nostri visti al Mogamma, l’ufficio pubblico accanto a piazza Tahrir. Ho scelto una giornata in cui non c’erano manifestazioni, ma tutta la zona puzzava ancora di gas lacrimogeno. Era come se il manto stradale si fosse così impregnato di quella roba da spanderne l’odore nell’aria bollente. Ho passato i moduli a un impiegato.

“Dov’è il certificato di matrimonio?”, ha chiesto.

Era questa la cosa importante in un momento del genere? La cosa ancora più assurda, però, è che mi sono sentito sollevato: ero così contento che ci fossimo sposati! Sono tornato a Zamalek e ho preso il certificato della contea di Ouray. L’impiegato sembrava ancora più contento di me. Ha emesso i visti senza battere ciglio.

A luglio del 2013, quando c’è stato il colpo di stato, i miei piani ormai erano saltati. Il generale Abdel Fattah al Sisi, il ministro della difesa, ha emesso un comunicato in cui dava a Morsi quarantott’ore per rispondere alle richieste dei manifestanti. Morsi era famoso per la sua testardaggine, ed era impossibile che scendesse a patti.

Il giorno che tutti sapevano sarebbe stato l’ultimo della presidenza di Morsi, Atiyat è arrivata con le unghie dipinte con i colori della bandiera egiziana. Ha tirato fuori dei pastelli e ha insegnato alle gemelle a disegnare delle bandierine. Era giusto che le mie figlie di tre anni festeggiassero in anticipo un colpo di stato militare? Ero troppo distratto per pensarci; dovevo uscire presto per raccontare gli avvenimenti del giorno.

Io e Leslie immaginavamo diversi scenari: “E se stasera non riusciamo a tornare a casa o la linea telefonica s’interrompe? E se dovessero scoppiare delle violenze?”. Abbiamo deciso che in caso di sparatoria il posto più sicuro dell’appartamento era il corridoio interno. Il piano era chiudere le porte e accucciarsi sul pavimento.

Il Cairo, novembre 2011. Una strada vicino a piazza Tahrir (Moises Saman, Magnum/Contrasto)

C’era sempre un piano. I vecchi piani diventavano irrilevanti, ma farne di nuovi era facile e io e Leslie ne discutevamo continuamente. Una volta l’asilo è rimasto chiuso perché la polizia aveva trovato una bomba finta a un isolato di distanza. Un’altra volta un gruppo affiliato ai jihadisti dello Stato islamico ha rapito uno straniero alla periferia del Cairo e l’ha decapitato.

Prima di trasferirmi in Egitto mi ero immaginato che avremmo stabilito dei protocolli chiari: se succede x, faremo y. È così che funzionano le ambasciate. Durante l’estate del golpe l’ambasciata statunitense al Cairo ha mandato a casa il personale non strettamente necessario. Ma ora che abitavamo al Cairo, senza legami con le istituzioni, mi accorgevo che probabilmente avremmo reagito come gli altri abitanti della città, con flessibilità e raziocinio. Le persone parlavano degli avvenimenti con tranquillità, mantenendo le distanze, “è del tutto indipendente dalla nostra volontà”. Facevano battute e si concentravano sulle piccole cose che potevano controllare. Anche i nuovi arrivati imparavano a normalizzare ogni situazione. Era una bomba finta, non una vera bomba. Lo straniero rapito lavorava in una società petrolifera, non era un giornalista. È successo una volta sola. Se succede di nuovo, allora ci preoccuperemo.

Le difficoltà della vita quotidiana tenevano la gente occupata. Un sacco di cose andavano male e spesso la politica non c’entrava niente. Il nostro insegnante di arabo era morto improvvisamente perché era stato curato male. Il negoziante che chiacchierava sempre con le bambine era stato ucciso a colpi di pistola vicino a casa sua, forse dopo aver tentato di sedare una lite. Qualche giorno dopo il colpo di stato, la signora anziana del quarto piano che si prendeva cura dei gatti ha messo fuori le ciotole e ha chiamato un gatto al piano di sotto. Siccome l’animale non rispondeva ha infilato la testa tra le maglie della ragnatela del cancello per controllare nella tromba dell’ascensore. Sopra di lei, a uno dei piani superiori, la scatola bizantina era ferma.

Proprio in quel momento, al piano terra qualcuno ha chiamato l’ascensore.

In seguito, la polizia ha interrogato il portiere, che se n’è andato o è stato licenziato. Probabilmente non era colpa sua, ma era un facile capro espiatorio. La padrona di casa ha fatto installare una grata dietro al cancello dell’ascensore. Per mesi hanno risuonato le registrazioni dei canti coranici con cui i familiari della signora cercavano di dare pace alla sua anima. Io e Leslie abbiamo detto ad Atiyat e alle altre babysitter di non far mai uscire le gemelle da sole sul pianerottolo. In quei tempi di violenza quotidiana, una delle cose che mi terrorizzava di più era l’ascensore davanti alla porta di casa.

La teoria del nome

A un certo punto, un inverno, Morsi se n’è andato. La mattina dopo sul nostro balcone c’erano cinque brutti gatti randagi stravaccati al sole. Ho pensato che forse Morsi aveva avuto la peggio in uno scontro e ho annaffiato i randagi con l’acqua finché non se ne sono andati. Ma Morsi non è tornato. Ho pensato a quando Sayyid mi aveva avvertito che qualcuno se lo sarebbe rubato.

Le bambine erano turbate. Ormai erano diventate abbastanza grandi perché Morsi tollerasse la loro presenza; di tanto in tanto mostrava addirittura affetto nei loro confronti. Di sera camminavo per strada chiamando: “Morsi! Morsi! Morsi!”. La gente mi guardava in modo strano. Ero diventato l’ennesimo tipo eccentrico di Zamalek, lo straniero che si aggirava per l’isola di notte chiamando il presidente deposto.

Le difficoltà della vita quotidiana tenevano la gente occupata. Un sacco di cose andavano male e spesso la politica non c’entrava niente

In quel periodo io e Leslie avevamo capito che dovevamo smettere di parlare di politica davanti alle bambine. Durante uno dei nostri viaggi per andare a trovare la famiglia negli Stati Uniti, uno zio aveva chiesto ad Ariel come stava il gatto. “C’è un altro Morsi che è un uomo, non un gatto”, aveva risposto Ariel. “Era il presidente”.

Lo zio le aveva chiesto che fine avesse fatto Morsi.

“È in prigione”.

“Perché?”.

“Ha mandato delle persone a uccidere altre persone”, aveva detto Ariel senza giri di parole. “Adesso c’è un altro presidente. Non lo so se è buono o cattivo. Però si chiama Sisi”.

Morsi, Sisi. Avevo una teoria: è un brutto segno quando il nome di un leader egiziano somiglia a quello di un gatto. Dopo la fine dell’epoca gloriosa delle piramidi, nel venticinquesimo secolo aC, i faraoni cominciarono ad avere nomi che alle nostre orecchie suonano “infantili”, come ha osservato l’egittologo Toby Wilkinson. In questa fase di declino dell’autorità, molti re avevano nomi da gatto: Pepi, Teti, Nebi, Izi, Ini, Iti. Ibi fece costruire una minuscola piramide, alta appena diciotto metri, senza nemmeno porre l’ultima pietra in cima. Pepi II portò il paese alla rovina. Quando una spedizione a sud riferì di aver trovato un pigmeo, questo faraone incapace reagì come se avesse scoperto qualcosa di incredibile: “La Mia Maestà desidera vedere questo pigmeo ancor più dei doni dal Sinai e da Punt”.

Un giorno, pensavo, gli storici racconteranno la nostra epoca come un altro esempio di una fase politica simile a una zuffa tra gatti, a una favola un po’ cruenta. C’era una volta Morsi, che era al potere, e Sisi lo cacciò come si caccia un gatto randagio da un giardino. Ci fu una brutale repressione e più di mille manifestanti furono massacrati. Poi Morsi fu messo dentro una gabbia in un tribunale e fu processato per omicidio e tradimento. Possiamo meravigliarci se un bambino scambia questi politici per animali?

A cinque giorni dalla scomparsa di Morsi, ho sentito un miagolio lontano. Dal giardino ho guardato in alto e mi sono accorto che il gatto era rimasto bloccato su un balcone a uno dei piani superiori. C’era arrivato dal ramo di un albero. Leslie è andata a suonare all’appartamento. L’inquilina si è rifiutata di aprire ed è rimasta in silenzio dietro la porta mentre Leslie si presentava. Poi ha minacciato di chiamare la polizia. “Non le piace vedere gente”, mi ha detto il portiere. Ha aggiunto che probabilmente la donna aveva paura del gatto. Ha fatto un tipico gesto egiziano, toccandosi la testa, roteando gli occhi e fischiando: è pazza.

A un certo punto, un inverno, Morsi se n’è andato. La mattina dopo sul balcone c’erano cinque brutti gatti randagi stravaccati al sole

Anche la padrona di casa non voleva avere niente a che fare con la reclusa. “Parliamone domani”, ha detto. Per un’ora io e Leslie abbiamo portato avanti un’intensa trattativa con la padrona di casa, sua figlia e i due portieri. Alla fine, tutti e sei ci siamo presentati a casa della reclusa. Erano le 9 di sera passate quando finalmente la donna ha aperto uno spiraglio della porta. Ha indicato me. “Tu puoi entrare”, ha detto. Poi ha lanciato un’occhiataccia a Leslie: “Ma tu no!”. La casa era più pulita di quanto mi aspettassi. La donna era di bell’aspetto e indossava un’elaborata vestaglia che mi ha fatto pensare a miss Havisham di Grandi speranze. Appena ho aperto la finestra del balcone, Morsi è sfrecciato attraverso l’appartamento ed è saltato in braccio a Leslie. Ho ringraziato la donna, che mi ha ignorato. Continuava a fissare Leslie con occhi di fuoco. Ha sbattuto la porta.

“Hai un’idea di perché fa così?”, ho chiesto. “No”, ha risposto Leslie.

A casa Morsi ha dormito per tre giorni di fila. Di tanto in tanto andava al lavandino e si attaccava al rubinetto per dissetarsi. La reclusa ha chiamato gli operai per far tagliare tutti i rami in prossimità del suo balcone. Per non sbagliare, gli operai hanno lasciato tutti i rami sparpagliati nel nostro giardino.

Illusioni ottiche

Abbiamo comprato una macchina nuova, una Honda berlina. Abbiamo preso un appuntamento con un agente dell’Allianz per fare l’assicurazione, ma all’ultimo minuto ci ha chiamato per dirci che non ce la faceva: aveva appena sfasciato l’auto. È subentrata un’altra agente. Mentre sbrigava la pratica ci ha raccontato che l’Allianz non le faceva più l’assicurazione dell’auto perché aveva avuto incidenti per tre anni consecutivi. Ci ha passato una brochure su cui c’era scritto: “I nostri dati indicano che sei automobili su dieci comprate in Egitto subiscono incidenti, danni o furti”. Abbiamo pagato l’assicurazione. Era una strategia di vendita molto più efficace di quella dei venditori di assicurazioni sulla vita del Colorado.

Abbiamo organizzato gite nel Mar Rosso, nel Mediterraneo, nell’Alto Egitto. La prima volta che abbiamo visitato gli antichi siti dell’Alto Egitto, nel sud del paese, le bambine sono rimaste entusiaste. Si sono appassionate ad Akhenaton e Nefertiti, il re e la regina che regnarono nel quattordicesimo secolo aC. Forse perché avevano le stesse iniziali dei loro nomi, “A” e “N”, ma anche per l’iconografia, che li rappresentava sempre in coppia. Akhenaton e Nefertiti avevano uno status insolitamente paritario e venivano spesso raffigurati insieme.

I binomi ricorrono in tutta l’arte, la teologia e la politica dell’antico Egitto: Osiride e Iside, Horus e Seth, re e regina, maschio e femmina, Alto e Basso, vita e morte, Antonio e Cleopatra (e i loro figli gemelli). Ray Johnson, egittologo e direttore del centro di ricerca della University of Chicago a Luxor, riconduce l’ispirazione originaria alla divisione del paesaggio: la rigogliosa valle del Nilo accanto al deserto brullo. Qualunque sia l’origine, è un tema che tocca nel profondo l’immaginazione umana, tanto che dopo aver visitato i siti antichi le gemelle hanno chiesto improvvisamente di indossare abiti diversi. Ariel, come Akhenaton, metteva i pantaloni; Natasha i vestiti. Non abbiamo più dovuto preoccuparci di comprare gli abiti coordinati: la diciottesima dinastia era riuscita dove noi avevamo fallito.

Le lunghe traversate in macchina sono state la cosa più rilassante che ho fatto in Egitto. Una volta usciti dal Cairo, la politica scompariva; le violenze della primavera araba avevano risparmiato quasi tutto il resto del paese. I siti turistici erano in gran parte abbandonati.

Il Cairo, 22 agosto 2013. Nel quartiere di Zamalek (Moises Saman, Magnum/Contrasto)

Una volta siamo arrivati fino ad Abu Simbel, vicino al confine con il Sudan. Nell’ultimo tratto di strada la polizia ci ha imposto di accodarci a un convoglio armato. Ma nel giro di dieci minuti la scorta ci ha seminati, accelerando a più di centosessanta chilometri orari. Probabilmente gli agenti si erano stufati, non c’erano rischi reali in quei luoghi sperduti. Abbiamo guidato per quasi tre ore nella solitudine del deserto. A est ho visto delle chiazze azzurre e ho immaginato fossero affluenti del lago Nasser. Poi ho capito che erano miraggi, non avevo mai visto illusioni naturali tanto realistiche. Alcune avevano delle rocce che spuntavano al centro come isolotti in un lago.

Quando siamo arrivati ad Abu Simbel eravamo gli unici visitatori. Le bambine sono corse verso le statue di Ramses il grande e hanno giocato nei corridoi bui del tempio. Ormai avevano cinque anni e le avevo fotografate in tutti i siti archeologici del paese. In quasi tutte le foto erano da sole. Un giorno, ho pensato, anche queste immagini sembreranno dei miraggi: gemelle ad Abido, gemelle a Esna, gemelle nella Valle dei re. Due piccole macchie rosa su una spianata che contemplano i Colossi di Memnone.

Gli anni più lunghi

Nella concezione duale del mondo tipica dell’antico Egitto ci sono due parole che esprimono il concetto di tempo: neheh e djet. Gli studiosi sostengono che le persone della nostra epoca non sono in grado di afferrare pienamente i due concetti. Noi siamo legati a un’idea lineare del tempo, in cui un evento conduce a un altro: una rivoluzione, poi un colpo di stato. Sono l’accumularsi di questi eventi e le gesta dei grandi personaggi a fare la storia.

Gli antichi egizi concepivano la storia in modo diverso da noi. Gli eventi – kheperut – erano sospetti, perché interrompevano l’ordine naturale. Gli egizi vivevano nel neheh, il tempo ciclico. Il neheh è associato al Sole, alle stagioni e all’inondazione annuale del Nilo. Si ripete, ricorre, si rinnova. Il djet, invece, è il tempo privo di moto. Quando un faraone muore passa al djet, il tempo degli dèi, dei templi e delle piramidi. La mummificazione è una risposta umana al djet, così come l’arte. Una cosa nel djet è finita ma non passata; esiste in un eterno presente.

Gli anni trascorsi in Egitto sono stati i più lunghi della mia vita. Fuori, in città, i governi andavano e venivano; dentro, tra le mura di casa, le mie figlie diventavano irriconoscibili rispetto alle lattanti che avevamo portato al Cairo. Vedendole crescere mi rendevo conto che i bambini piccoli vivono il tempo in un modo più simile a quello degli antichi. Le cose si ripetono come nel neheh: i giochi, le parole, le favole prima di addormentarsi. Tani, tani, tani. Poi c’è il djet, l’eterno presente. Per le mie figlie non esisteva una vita prima dell’Egitto e non avevano motivo di pensare che sarebbe finita. Non mettevano in dubbio il fatto che l’Egitto fosse casa loro. Sentivo spesso lo stress di doverle proteggere, ma il loro senso di normalità era rassicurante. Nel diario della prima elementare di Natasha i blackout facevano semplicemente parte del neheh:

15 dicembre 2015. Stavo leggendo un libro di sera quando è andata via la corrente.

20 dicembre 2015. Sono andata alle piramidi e siamo entrati dentro. Era buio.

27 dicembre 2015. Avevo finito di fare colazione quando è andata via la luce.

L’ultimo mese le bambine hanno pianto ogni giorno. Hanno pianto quando è stato il momento di dire addio ad Atiyat, alla scuola, alla stanza

Le gemelle dicevano spesso di essere egiziane. Avevano il linguaggio del corpo di due piccole cairote: quando dovevano dire un “no” perentorio dicevano “la’a”, scuotendo velocemente la testa e accompagnando il gesto con la mano. Come quasi tutti gli egiziani temevano il freddo, la pioggia e il silenzio. Parlavano continuamente e non avevano mai troppo caldo. Una volta ci è venuto a trovare un amico dalla Germania e ha trovato spassosissimo che quelle due piccole sino-americane continuassero a ripetere “Adoriamo il Cairo!”. Per loro l’Egitto era umm al dunya, la madre del mondo.

Durante il nostro ultimo anno siamo andati a Gerusalemme e abbiamo fatto un giro dei tunnel sotterranei del Muro occidentale. Davanti ad alcune antiche cisterne la guida ha chiesto alle bambine: “Da dove viene l’acqua?”. “Dal Nilo”, ha risposto Natasha. La guida ha provato a suggerirgli la risposta corretta, ma ha ottenuto solo sguardi perplessi. Secondo l’egittologo Toby Wilkinson, nell’intero corpus letterario dell’antico Egitto la parola “nuvola” compare due volte.

Abbiamo lasciato il Cairo nell’estate del 2016. Abbiamo vissuto lì per cinque anni e, nell’anno delle elezioni, ci sembrava giusto tornare negli Stati Uniti. Dopo Morsi e Al Sisi non vedevo l’ora di vivere in un paese dove il presidente si comportava in modo responsabile. L’ultimo mese le bambine hanno pianto ogni giorno. Hanno pianto quando è stato il momento di dire addio ad Atiyat, alla scuola, alla stanza. Avevano paura che il gatto sarebbe rimasto da solo. Per loro, portarle via dall’Egitto era la cosa peggiore che io e Leslie gli avessimo fatto.

Di solida fattura

Tornati a Ridgway, in Colorado, abbiamo affittato una roulotte in mezzo alle montagne, circondata da una foresta di cedri. Con l’arrivo del freddo siamo stati invasi dai topi. Ho cominciato a ricomprare le trappole adesive.

Quell’autunno gli insegnanti della scuola elementare di Ridgway hanno chiesto agli alunni della seconda di scrivere un tema in cui dovevano immaginare di avere un nuovo nome. Ariel ha scritto: “Vorrei che il mio nome fosse Akhenaton perché è un antico faraone e mi ricorda l’Egitto”. A una riunione dei genitori, un papà con l’accento campagnolo mi ha chiesto da dove ci eravamo trasferiti. Quando gli ho risposto è scoppiato a ridere: “Mio figlio mi ha detto che nella sua classe ci sono due bambine egiziane. Pensavo che se lo fosse inventato”.

Morsi è stato estradato dall’Egitto alle 2.20 del mattino del 13 novembre 2016 a bordo del volo 581 della Lufthansa. Prima dell’imbarco gli sono stati iniettati tre milligrammi di diazepam ed è stato rinchiuso in un trasportino. Il veterinario ha detto che sarebbe rimasto incosciente per dieci ore. Sul foglio delle istruzioni del trasportino c’era scritto che era “di solida fattura”.

Il volo su cui io, Leslie e le bambine eravamo partiti dall’Egitto faceva scalo nel Regno Unito, dove ci sono regole severe sul trasporto degli animali negli aeroporti. Perciò avevamo deciso che Morsi sarebbe rimasto con un’amica al Cairo fin quando Leslie non fosse tornata a prenderlo. Periodicamente l’amica ci mandava degli aggiornamenti. Il primo diceva: “Ho scoperto che è una specie di mago della fuga, quindi ho fatto delle modifiche al mio appartamento”. Poi: “Riesce ad aprire le finestre e le porte anche quando ci sono i pannelli scorrevoli con la serratura”. Infine: “Ogni tanto sta in compagnia di altri gatti adulti vaccinati, ma non mi pare che li gradisca. Morsi è molto aggressivo con gli altri gatti”.

Dopo la somministrazione del sedativo, Leslie ha preso un taxi. Morsi si è svegliato prima dell’arrivo all’aeroporto del Cairo. Hanno superato senza problemi i controlli di sicurezza, ma ora il gatto faceva rumore.

Il volo è partito in orario. Leslie ha sistemato il trasportino sotto il sedile e si è addormentata. Più o meno alle tre del mattino è stata svegliata di soprassalto dalle grida dei passeggeri: “Prendete quel gatto! Qualcuno acchiappi quel gatto!”. Non è chiaro quanti passeggeri si fossero svegliati. Ma chi era sveglio ha visto una piccola donna cinese che inseguiva un grosso gatto egiziano gridando il nome di un fratello musulmano che era in carcere da più di tre anni.

L’ha acchiappato vicino ai bagni. Un’assistente di volo tedesca si è arrabbiata come solo le assistenti di volo tedesche sanno fare. Ripeteva in continuazione: “E se qualcuno fosse allergico ai gatti?”. Ma Leslie era più preoccupata per il trasportino. Morsi l’aveva completamente distrutto.

Si è seduta con il gatto che le si contorceva in grembo. Dopo l’atterraggio l’aspettava uno scalo di sette ore e mezza, poi un volo di dieci ore e venti, quindi un altro scalo di sei ore e mezza, poi un volo di un’ora e cinque minuti e infine una corsa in pulmino.

Il signore del posto accanto era un amante dei gatti. Ha tenuto Morsi per un po’. Qualche tempo dopo ci ha mandato un’email per chiederci delle foto di Morsi da mostrare ai suoi figli. All’aeroporto di Francoforte Leslie ha girato con il gatto in braccio finché non ha trovato un negozio che vendeva trasportini rigidi. Per l’ultimo volo ha dovuto comprarne uno morbido. Alla fine ci sono voluti tre trasportini per portare Morsi dal Cairo a Ridgway.

Il suo primo giorno in Colorado, Morsi si è accoccolato con le bambine sul divano. Presto sono ricominciati a spuntare topi decapitati. Alla prima nevicata ho spalancato la porta di casa e ho detto a Morsi di correre libero nel bosco. Si è avvicinato alla neve, ha dato un’annusata in giro e se n’è tornato sul divano. ◆ fas

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Questo articolo è uscito sul numero 1267 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati