Audrey (tutti i nomi sono di fantasia) ha cominciato a guardare il porno a 16 anni su una grande piattaforma di streaming gratuito. All’inizio non pensava alle condizioni di produzione dei video, ma da un anno ha cominciato a farsi qualche domanda: gli attori e le attrici sono davvero consenzienti? Quello che guarda contribuisce a perpetuare un sistema di dominio degli uomini sulle donne? Oggi, a vent’anni, la studente che vive nel Canton Vallese, in Svizzera, prova una forma di ambivalenza tra le sue convinzioni e questa abitudine.
“Sono femminista, ma mi sono abituata a guardare contenuti piuttosto violenti o comunque non teneri né rispettosi, con una forte componente di sottomissione femminile. E mi sono accorta di essere sempre più eccitata da questa dinamica anche nella mia vita sessuale. Se non c’è, mi annoio. Preciso che mi accade solo con gli uomini. Sono attratta anche dalle donne, ma con loro cerco altro”, dice. Queste fantasie le provocano un senso di colpa. “A volte mi dico che è una questione di gusti. Altre mi rimprovero perché sto legittimando un sistema in cui gli uomini sono violenti con le donne. So che è un problema, ma non so come rimediare”.
Nel suo saggio Pornografilles. Comment les femmes consomment du porno la giornalista Jane Roussel ha indagato le origini di questo senso di colpa che ha ritrovato in molte testimonianze. Spiega che la visione della pornografia si è democratizzata anche tra le donne: in una ricerca statunitense pubblicata sul Journal of Women’s Health e condotta su 706 donne eterosessuali, l’83 per cento aveva visto un porno e il 43,5 per cento li guardava per masturbarsi. Ciò non significa che il loro rapporto con questa pratica fosse sereno.
La relazione con il porno ne riflette una altrettanto conflittuale con la sessualità in generale. Quasi tutte le intervistate hanno parlato dell’assenza di un’educazione sessuale e hanno detto di aver interiorizzato, durante l’infanzia, una stigmatizzazione dell’autoerotismo femminile. E il senso di colpa aumenta quando cercano video che mostrano scene violente: “In tante mi hanno parlato di immagini brutali, di gang bang, situazioni in cui le donne non hanno voce in capitolo o mostrano dolore. Non capiscono perché ne sono eccitate e si sentono destabilizzate. Alcune attiviste femministe pensano addirittura di tradire la propria causa. Parlano spesso di dissonanza cognitiva”, spiega la giornalista.
Violenza erotizzata
Non sorprende se si pensa a quanto la violenza maschile contro le donne permea le rappresentazioni culturali. Va al di là del porno e precede la sua invenzione. “Già dal diciottesimo secolo le donne potevano rappresentare la sessualità solo attraverso una forma di costrizione, perché se avevano dei desideri erano assimilate alle prostitute”, prosegue Roussel. I romanzi erotici di scrittrici come Suzanne Giroust de Morency erotizzano la violenza sessuale: la donna dice di no, e prova piacere dopo aver “ceduto”.
Le storie che mettono in scena la negazione del consenso si trovano anche in fiabe come La bella addormentata nel bosco. In altre parole, questa violenza è talmente presente nel nostro quotidiano da riflettersi nel nostro immaginario, e quindi pure nel consumo della pornografia. “È rassicurante pensare che queste fantasie si iscrivono in una cultura e in una storia contro le quali è difficile lottare”, conclude Roussel.
Bettina, insegnante di 45 anni che vive a Ginevra, ha fatto un percorso di riflessione simile. Consuma spesso pornografia per “regolare lo stress”. “La guardo perché mi eccita e riesco ad avere più orgasmi ravvicinati”, confida. “Mi sono però sentita eticamente a disagio quando ho capito che mi piacevano le rappresentazioni di sesso non consensuale. L’ho vissuta molto male, mi vergognavo”. Bettina si è quindi orientata verso produzioni femministe, in particolare i film della regista Erika Lust.
“Ho perfino pagato per guardare del porno più etico, ma mi annoiavo da morire. È come se fossi stata condizionata ad apprezzare una violenza che disapprovo e a cui non aspiro nella vita”, prosegue. Con le letture sull’argomento Bettina ha accettato che questa violenza possa far parte del suo immaginario erotico. “Mi ha aiutato a dirmi che si trattava del mio piacere e che, nonostante i miei valori femministi, potevo masturbarmi guardando cose che in altri contesti respingo”. Bettina si pone comunque il problema del trattamento degli attori e, soprattutto, delle attrici. Evita i film in cui le sembra che il consenso non sia libero e informato.
I vari scandali che hanno attraversato l’industria del porno hanno reso diffidenti alcune consumatrici (e, sicuramente, anche alcuni consumatori). Diverse donne, disgustate dal porno più diffuso, preferiscono boicottarlo rivolgendosi ad altre forme di pornografia. Roussel ha individuato alcune strategie adottate da donne che si sono messe in discussione: guardarne meno, preferire contenuti etichettati come “femministi” o etici, seguire le produzioni di attrici indipendenti o scegliere fumetti, libri o audio in cui, in linea di principio, “nessuno ha sofferto”.
Mylène, scrittrice di 30 anni, ha trovato un’alternativa nell’audioporno. In questi podcast gli attori e le attrici leggono una sceneggiatura o danno indicazioni per la masturbazione. “Lo trovo più sexy e mi dà molto piacere”, dice. “A forza di interrogarmi sul porno, era diventato meno eccitante”. La giovane ha smesso di guardarlo sulle grandi piattaforme poco dopo i vent’anni, quando ha cominciato a seguire attrici e registe impegnate come Liza Del Sierra e Ovidie. Si è inoltre resa conto di aver spesso cercato di riprodurre nella sua vita sessuale quello che vedeva nei film. “Quando mi sono staccata dal porno dominante ho rimesso in discussione alcune mie convinzioni. Ho esplorato la mia sessualità”.
Anche Adeline, un’educatrice di 46 anni, ha smesso di guardare il porno quando si è resa conto che non riusciva più a masturbarsi senza l’aiuto di un video che metteva in scena il dominio maschile. Pure se ritiene che si può essere femministe e desiderare di essere dominate a letto e che il porno le ha consentito di esplorare le sue fantasie, non le piaceva come stava modificando il suo sguardo. “Quando mi capitava un’attrice non depilata, mi chiedevo se il video mi sarebbe piaciuto. Ho deciso di prendermi una pausa. Prima lo guardavo una o due volte alla settimana. Ora non lo faccio da un mese. Non voglio più alimentare un meccanismo che condanno”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati