Tutto è cominciato alla fine del 2018, quando il sindacato ha cercato di rinegoziare il contratto collettivo di lavoro. Il vecchio accordo stava per scadere e i rappresentanti dei lavoratori dell’Electrolux di Satu Mare avevano letto un rapporto – realizzato dal centro studi Syndex e dall’Istituto di ricerca sulla qualità della vita di Bucarest in collaborazione con la fondazione tedesca Friedrich Ebert – secondo cui in Romania una persona adulta ha bisogno di almeno 2.552 leu al mese (circa 540 euro) per condurre una vita dignitosa. Nella fabbrica romena della multinazionale svedese, tra i maggiori produttori mondiali di elettrodomestici, un lavoratore che montava le viti sulle cucine a gas guadagnava l’equivalente di 360 euro, più i buoni pasto.

Così il sindacato ha citato la ricerca e, invocando l’articolo 5.12 delle politiche aziendali della multinazionale (“nella definizione dei livelli salariali l’Electrolux incoraggia a prendere in considerazione i costi necessari per soddisfare i bisogni di base degli impiegati e delle loro famiglie”), ha chiesto per tutti i dipendenti della fabbrica di Satu Mare un aumento di 800 leu lordi (170 euro) sullo stipendio di base. Per alcuni voleva dire raggiungere il livello indicato nella ricerca, per altri superarlo. L’azienda ha rifiutato, e la richiesta è stata ridotta a 130 euro lordi al mese, cioè 74 euro netti: a conti fatti 40 centesimi di euro di aumento per ora di lavoro. Così formulata, sui titoli dei giornali locali e sui social network la rivendicazione ha suscitato soprattutto compassione.

Il 31 gennaio l’Electrolux ha fatto la sua controfferta: un aumento del 5 per cento per tutti i novecento dipendenti, assicurazione sanitaria privata e un bonus di presenza mensile di 30 euro lordi. Il sindacato, che rappresenta 540 lavoratori della fabbrica, ha rifiutato. I dipendenti volevano un aumento fisso, perché un ritocco percentuale avrebbe finito per far aumentare il divario tra i loro stipendi e quelli del personale che lavora nei settori tecnico, amministrativo, economico e alle risorse umane. Il bonus, inoltre, era considerato una misura per punire l’assenteismo, visto che bastavano solo quattro giorni di malattia per perderlo.

Secondo i dati dell’Istituto romeno di statistica, nel 2017 il salario medio netto dei lavoratori di Satu Mare impiegati nelle fabbriche di materiali elettrici era di 520 euro, nettamente più alto di quello dei dipendenti dell’Electrolux. “I soldi mi bastano appena per sopravvivere”, racconta un operaio che sta alla catena di montaggio. “E inoltre sono esaurito, fisicamente e mentalmente”.

Tra il novembre del 2018 e il gennaio del 2019 il sindacato e la proprietà si sono incontrati almeno venti volte. E visto che non sono riusciti a trovare un accordo, il 4 marzo circa 360 lavoratori sono entrati in sciopero.

Durante lo sciopero il contratto individuale di lavoro è sospeso: i dipendenti non possono entrare in fabbrica e non ricevono lo stipendio. Gli operai dell’Electrolux arrivavano la mattina verso le 9 e rimanevano quasi un’ora nel cortile davanti alla fabbrica. Poi se ne andavano a lavorare nei campi, ad aiutare gli anziani dei paesini vicini, a fare lavori a giornata. Quasi la metà dei dipendenti era al lavoro, l’altra in sciopero. In alcune famiglie hanno deciso di scioperare sia il marito sia la moglie, in altre uno dei due ha scelto di non aderire alla mobilitazione, perché bisognava portare a casa almeno uno stipendio.

I ricordi di Romică

Dopo un mese e mezzo dalla prima offerta, l’Electrolux ha fatto un’altra proposta: un aumento del 5 per cento rispetto allo stipendio base più 42 euro lordi di bonus per due anni, il 2019 e il 2020. “Non cediamo!”, hanno risposto i lavoratori, che continuavano a chiedere un aumento fisso. Per loro, infatti, il 5 per cento in più avrebbe significato un aumento di 18 euro netti, mentre per gli ingegneri e i dipendenti economici e amministrativi, i cui stipendi arrivano fino a 2.100 euro, l’aumento sarebbe stato tra i 40 e i 100 euro.

Il punto è che gli operai vogliono stipendi decorosi, che gli permettano di non vivere alla giornata. Romică Erdei, per esempio, ha cinquant’anni e lavora da 31 anni nella fabbrica di Satu Mare che oggi è dell’Electrolux. Ogni giorno si sveglia alle quattro e mezzo, dà da mangiare ai maiali, si lava nella bacinella e alle 4.55 esce di casa e prende il treno delle 5.17 da Domănești, la stazione più vicina a Moftinu Mic, il paesino in cui è nato e in cui si è costruito una famiglia. Alle 6.30 arriva in fabbrica, dove lavora da quando era un ragazzino. Per pranzo si porta pane, lardo e cipolla, preparati la sera prima, e il caffè lo beve al volo. Sua moglie, Marcela, esce poco dopo di lui per andare a lavorare nella vicina fabbrica di scarponi da sci. A casa lasciano otto gatti e due cani, due maiali, tre anatre e qualche gallina. Hanno anche un orto di 1.500 metri quadrati. È così che hanno resistito allo sciopero: con la carne affumicata conservata nella dispensa, la frutta sciroppata, le uova delle galline e le verdure surgelate in estate. Per l’acqua pagano poco, perché in giardino hanno un pozzo, e per l’illuminazione sono abituati a usare lampade a petrolio.

Romică ha due cicatrici sul polso della mano sinistra. Se l’è fatte vent’anni fa, quando è scivolato con il palmo sulla lastra che stava tagliando. Ha una piccola cicatrice anche sul sopracciglio sinistro, sempre risalente allo stesso periodo. Era assonnato, durante il turno di notte, e ha spostato la testa troppo tardi dalla mazza della pressa. Deve fare anche i conti con una prostatite che lo sta consumando, dovuta al fatto che negli ultimi dieci anni ha lavorato all’aperto, spesso come magazziniere, con il sedere sul seggiolino ghiacciato per tutto l’inverno. È in fabbrica dal 1988 e le ha passate tutte. Se pensa ai vecchi tempi, ricorda soprattutto le cose positive: quando si riuniva con i colleghi per preparare il gulasch nel paiolo tradizionale, il bogracs, oppure quando riceveva, a ogni compleanno, una cartolina firmata personalmente dal direttore della fabbrica, “auguri di buona salute, di serenità e ringraziamenti per il lavoro svolto”, racconta. “Niente soldi, però ti scaldava il cuore. Era bello sapere che qualcuno si ricordava di te”.

Lavorando all’aperto, Romică aveva diritto a un indennizzo del 14 per cento del salario, poco più di 70 euro per un mese di lavoro. Alla fine riusciva a mettere insieme uno stipendio di 420 euro. Ma a volte il bonus non lo prendeva. Per esempio se si “comportava male”, come quando partecipò all’altro grande sciopero organizzato all’Electrolux, nel 2012. Quella mobilitazione durò cinque settimane ed è ancora ricordata come un momento chiave dei rapporti con l’azienda. Alcune rivendicazioni furono accolte, mentre ad altre i lavoratori dovettero rinunciare.

Cent’anni in fabbrica

In quell’occasione si mobilitarono ottocento dipendenti su novecento: a farli scioperare era stato il tentativo dell’azienda di rinegoziare il contratto per tagliare i livelli minimi previsti dal codice del lavoro romeno. Con la lotta gli operai riuscirono a conservare le indennità di licenziamento, ma persero altri benefici: il premio per la Pasqua, quello per le vacanze e altri bonus. La pausa tra i turni fu ridotta da dieci a cinque minuti e quella per il pranzo da trenta a venti minuti, che furono aggiunti alle otto ore di lavoro quotidiano.

Lo stabilimento di Satu Mare che oggi è dell’Electrolux ha più di cent’anni. Inizialmente era l’officina meccanica dei fratelli Princz, poi per un certo periodo produsse vasi smaltati. Negli anni cinquanta fu nazionalizzata dal regime comunista, che le cambiò nome in 23 agosto (data del colpo di stato contro il regime fascista di Ion Antonescu, nel 1944). Nel 1995 la struttura fu privatizzata, diventò la Samus e le sue azioni furono distribuite tra i dipendenti. Due anni dopo fu acquistata dalla multinazionale svedese Electrolux. A quel punto i salariati decisero di vendere in blocco le loro quote, per un totale di circa 13,5 milioni di dollari al valore attuale. Con i soldi guadagnati poterono comprare o ristrutturarsi la casa.

Oggi tutti ricordano di aver accolto con gioia la notizia dell’arrivo degli svedesi: solo dirlo faceva pensare a ricchezza e benessere. E in effetti in quel periodo era così: lavorare all’Electrolux, la prima multinazionale registrata alla camera di commercio di Satu Mare, era motivo d’orgoglio. Gli stipendi erano più alti della media locale, i lavoratori organizzavano feste, avevano premi, ferie pagate e cure termali a spese dell’azienda. Il 9 agosto era la festa della fabbrica, un giorno sacro.

Scioperanti davanti alla fabbrica, il 6 maggio 2019 (Mircea Reștea)

Oggi, anche se le cucine Electrolux, Zanussi e Aeg (due marchi del gruppo svedese) si vendono in tutta Europa, in Canada e negli Stati Uniti, la maggior parte degli scioperanti afferma di non sentirsi in nessun modo orgogliosa di far parte dell’azienda. Se devono pensare a qualche bel ricordo legato al lavoro, alcuni raccontano del vecchio dirigente che una volta per la festa della donna regalò a tutte le dipendenti una cucina a gas, altri di quando furono introdotte le indennità di licenziamento commisurate agli anni passati in fabbrica, altri ancora parlano di quel manager che convocò i capisquadra per intimargli di usare un linguaggio più rispettoso con gli operai semplici.

Le rivendicazioni degli scioperanti vanno ben oltre l’aspetto puramente salariale. Molti si lamentano dell’attuale direttore, che ha portato profondi cambiamenti nella produzione, con carichi sempre maggiori per i lavoratori, e nell’atteggiamento della dirigenza, restia a parlare con i dipendenti.

Dietmar Bloemer è diventato direttore della fabbrica di Satu Mare dieci anni fa, nel bel mezzo della crisi economica del 2008, che colpì duramente il tessuto industriale della città. In quel periodo l’intero mercato europeo era in difficoltà e il gruppo svedese, che a Satu Mare aveva licenziato ottanta dipendenti, annunciò un piano per ridurre i costi che prevedeva il taglio di tremila posti di lavoro in tutto il mondo. La fabbrica ha cominciato a uscire dalla crisi dopo tre anni chiusi in perdita. Nel 2016 ha fatto profitti per 2 milioni e 320mila euro, scesi a un milione e 480mila euro nel 2017.

L’anno scorso, poi, è cambiato il sistema di funzionamento dei nastri trasportatori, novità che ha alimentato le proteste dei lavoratori ed è stata tra le cause dello sciopero: in passato erano gli operai a spingere le cucine sul nastro, mentre oggi il nastro si muove da solo e si ferma, per 42, 76 o 120 secondi, a seconda del lavoro che gli operai devono svolgere. Dieci secondi prima dello scadere del tempo, il pulsante rosso che è stato montato accanto a ogni postazione comincia a lampeggiare. Se l’operaio pensa di non riuscire a completare il suo compito, può bloccare il nastro. Ma questo crea problemi, perché la produzione è un flusso continuo e tutti i processi sono collegati. Se un lavoratore si ferma, anche il successivo deve interrompersi. “A quel punto arriva il caposquadra e si mette a urlare che è colpa tua se il lavoro è fermo”, racconta un dipendente, spiegando lo stress che questa situazione crea, soprattutto se ci sono anche problemi tecnici.

Marcela e Romică Erdei a Moftinu Mic, il 6 maggio 2019 (Mircea Reștea)

Tuttavia a Satu Mare i lavoratori non hanno paura di essere sostituiti dai robot. Parlano di altre fabbriche, quasi completamente automatizzate, come di modelli da imitare, e credono di poter produrre con lo stesso ritmo, a costo, però, del loro sfinimento fisico.

Le aspettative della dirigenza, insomma, sono diventate sempre più alte, ma le condizioni di lavoro non sono migliorate di pari passo. D’estate in alcune sale la temperatura può raggiungere i 42 gradi. Quando i piani cottura delle cucine escono dai forni a 800 gradi sembra di stare in una serra. C’è chi si è portato il termometro da casa per far presente la situazione ai caposquadra, ma non è cambiato nulla. I ventilatori che sono stati montati non fanno che rimettere in circolo l’aria bollente. E quando il caldo richiede una maggiore idratazione, si presenta un altro problema: le pause per andare al bagno, cinque minuti ogni due ore, non sono sufficienti.

Il giusto equilibrio

Alla fine di aprile la dirigenza di Electrolux ha comunicato la sua ultima offerta: un aumento salariale del 5,5 per cento e un bonus di presenza di 42 euro lordi per il 2019 e il 2020. I sindacalisti hanno considerato insignificante l’aumento dello 0,5 per cento rispetto all’offerta precedente e hanno rifiutato. A complicare i negoziati si sono messi anche i giornali locali, scrivendo – su suggerimento di un sindacalista – che gli scioperanti erano pronti a dimettersi in blocco se entro il 6 maggio la situazione non si fosse sbloccata.

“Non c’è niente di nuovo nel conflitto di Satu Mare, è una semplice questione di rapporti di forza”, dice Marcel Spatari, direttore di Syndex e coautore dello studio su cui il sindacato ha basato le sue rivendicazioni. “Oggi i sindacati esprimono un malcontento accumulato negli anni in una forma che attira l’attenzione del pubblico”. Spatari è convinto che lo sciopero sia legato a quanto è successo in diverse multinazionali attive in Romania dopo la crisi del 2008 e le modifiche legislative volute nel 2011 dal governo di Emil Boc per promuovere la flessibilità sul mercato del lavoro. Pensati per attrarre investitori e creare occupazione, il nuovo codice del lavoro e la legge sul dialogo sociale non sono passati al vaglio del parlamento, ma sono stati approvati come decreti legislativi. L’opposizione, allora formata dal Partito socialdemocratico, dai nazional-liberali e dal Partito conservatore, ha presentato una mozione di censura, che però è stata bocciata. Così le norme sono state adottate. Lo stato, insomma, ha creato le condizioni ideali per attirare gli investitori stranieri, ma non si è curato troppo di chi fossero e di che tipo di impieghi, salari e condizioni lavorative avrebbero portato. La nuova legislazione ha limitato il diritto dei lavoratori di organizzarsi, ha indebolito il loro potere contrattuale, e ha cancellato benefici a lungo dati per scontato, come l’aumento dei salari di anno in anno, i bonus e i premi previsti in determinate occasioni. Dopo queste sconfitte i lavoratori si sono allontanati dai sindacati, e la fiducia in queste organizzazioni ha cominciato a scemare.

Per affrontare la concorrenza globale, l’Electrolux ha spostato metà delle sue fabbriche in Messico, Polonia, Ungheria e Thailandia

La verità è che lo stato avrebbe l’obbligo di trovare un giusto equilibrio tra il tentativo di attrarre investitori stranieri, grazie a benefici fiscali e bassi costi, e quello di proteggere i propri cittadini, tramite regole di base da far rispettare. Molti osservatori sostengono che si potrebbe cominciare incoraggiando le multinazionali che investono in Romania a essere più trasparenti, sul piano finanziario e nei rapporti con i rappresentanti dei lavoratori. Due elementi essenziali nel dialogo tra azienda e lavoratori sono la trasparenza e una buona comunicazione. Ogni negoziato dovrebbe cominciare con una riunione amichevole per stabilire il quadro e i termini del confronto: chi partecipa, come sostituire i delegati che non possono essere presenti a un incontro, quante sessioni sono necessarie per arrivare a un accordo. La legge non lo prevede, ma alcune aziende stabiliscono anche un’altra regola: vietato insultarsi a vicenda.

Per dare un quadro esaustivo della situazione, l’azienda presenta ai sindacati i risultati commerciali dell’anno precedente e gli obiettivi per quello a venire. Molto spesso, tuttavia, i disaccordi nascono proprio dall’incomprensione reciproca. Il datore di lavoro considera gli argomenti dei sindacati troppo dettati dall’emotività, in particolare il riferimento ai salari dei lavoratori dello stesso settore in paesi come Francia e Germania. Secondo le aziende, questo è un sintomo della mancanza da parte dei sindacalisti di una visione d’insieme del mercato, che ha il compito di regolare il livello dei salari tenendo conto della competitività. I sindacati, rappresentanti di lavoratori che arrivano a malapena a fine mese, fanno invece riferimento a indicatori globali che si basano su situazioni ideali per i salariati.

Profitto e produttività

Cercare di capire come si ragiona in una multinazionale è essenziale per capire come funziona la produzione in queste aziende. Tutto dipende dal profitto e da ciò che vogliono gli azionisti, fattori che hanno un peso preponderante sulle decisioni prese a livello globale e locale. Quando l’azienda non raggiunge gli obiettivi stabiliti, si mette alla ricerca delle perdite e di modi per minimizzarle. Per avere un’idea di cosa significherebbe per le casse dell’Electrolux di Satu Mare un aumento salariale generalizzato, abbiamo fatto un calcolo approssimativo partendo dalle richieste dei sindacati: 126 euro lordi in busta paga più un contribuito del datore di lavoro pari al 2,25 per cento. Il tutto, moltiplicato per novecento dipendenti e per dodici mesi, fa un milione e 400mila euro, poco meno dei profitti fatti dalla compagnia nel 2017. Una prospettiva chiaramente inaccettabile per l’Electrolux.

Anche con queste cifre, però, il quadro dei profitti accumulati dall’azienda è tutt’altro che completo, perché non tiene conto dei trasferimenti dei prodotti fabbricati in Romania verso altri stabilimenti della multinazionale.

Nel libro Jobs on the move. An analytical approach to relocation and its impact on employment _(Lavori in movimento. Un approccio analitico alla delocalizzazione e al suo impatto sull’occupazione), _curato da Béla Galgóczi, Maarten Keune e Andrew Watt, il piano di ristrutturazione dell’Electrolux è usato come caso di studio per mostrare la tendenza a trasferire la produzione verso paesi con basso costo del lavoro. Per affrontare la concorrenza globale, l’Electrolux ha spostato metà delle sue fabbriche da Spagna, Germania e Italia verso Messico, Polonia, Ungheria e Thailandia. A giustificare la presenza in Romania c’è anche il fatto che gli operai non battono ciglio quando sentono parlare di delocalizzazione: “ E dove vanno? Quale paese è più economico della Romania?”.

L’Electrolux è una di quelle multinazionali che raccontano la loro cultura organizzativa come fosse un romanzo. La guida che spiega cosa devono aspettarsi l’azienda dagli impiegati e gl’impiegati dall’azienda è un esempio di attenzione al dettaglio combinata con pretese di eccellenza. Tutto è costruito sull’idea della performance e sul mito della costruzione di un futuro migliore, a cui, sostiene la multinazionale, deve contribuire ogni impiegato, indipendentemente dal ruolo.

L’Electrolux afferma di ascoltare i dipendenti attraverso questionari e comitati locali di lavoratori. “Se in fabbrica sempre più lavoratori si sentono ignorati dalla direzione, per l’azienda è un grosso problema”, spiega Daniel Frykholm, che guida l’ufficio stampa del gruppo Electrolux. Secondo lui le decisioni sui negoziati e sui salari sono prese a livello locale e scioperare è un diritto dei dipendenti. “Nessun lavoratore deve pensare che rischia di perdere il posto se partecipa a mobilitazioni sindacali”, afferma Frykholm, aggiungendo che uno sciopero lungo come quello dello stabilimento di Satu Mare dev’essere motivo di “riflessione e analisi” anche per l’azienda.

Secondo il deputato Claudiu Năsui, presidente dell’associazione SoLib, la situazione all’Electrolux – con operai che guadagnano meno del dovuto mentre l’azienda accumula profitti, almeno sulla carta – è comune in Romania, dove è molto alto il rischio paese, cioè un misto di imprevedibilità finanziaria e instabilità politica. Questo significa che chi, nonostante tutto, decide di investire in Romania lo fa per avere produttività elevata a costi bassi. È questo che giustifica i rischi.

Altri due fattori che spiegano i bassi salari romeni sono l’assenza di capitali e l’alta tassazione del lavoro, spiega Năsui. I salari sono determinati dalla produttività, che però non dipende solo dai lavoratori, ma anche dalla tecnologia e dalla gestione del lavoro. “Un conto è scavare un fossato a mano, un altro con una pala e un altro ancora con una scavatrice”, spiega Năsui. Il risultato è che, per la stessa attività, un’ora di lavoro in Romania costa meno che in Europa occidentale. A questo va aggiunta una delle più alte tassazioni sul lavoro dell’est del continente, pari al 41,5 per cento. Una prima soluzione potrebbe essere non tassare i salari minimi.

Da sapere
Quanto costa il lavoro
Il costo medio di un’ora di lavoro nei paesi dell’Unione europea, 2018, in euro. (Fonte: Eurostat)

A testa alta

Lo sciopero all’Electrolux ha attirato particolare attenzione per l’ostinata resistenza dei lavoratori, una novità per Satu Mare, dove negli ultimi anni c’erano già stati conflitti del genere, spiega Victoria Stoiciu, che ha coordinato il progetto della fondazione Friedrich Ebert e ha intervistato diversi scioperanti per Servici uşor (lavoro facile), un’associazione che si occupa delle condizioni di lavoro in Romania. Stoiciu afferma che le tensioni sul mercato del lavoro sono in aumento anche a causa dell’emigrazione e dei salari troppo bassi. Ed è convinta che ci saranno nuove agitazioni, “perché la mancanza di forza lavoro sta rafforzando il potere negoziale dei sindacati”. L’argomento a cui dieci anni fa ricorrevano i datori di lavoro – “ci sono cento lavoratori in attesa fuori dalla porta” – è ancora usato come una minaccia, ma la realtà è cambiata.

All’inizio di maggio, durante l’ultima settimana di sciopero, il negoziato si è spostato dalla richiesta di aumenti salariali alla modifica del contratto collettivo di lavoro, cosa che ha acceso gli spiriti tanto degli scioperanti quanto di chi era rimasto in fabbrica. Peter Eles, all’Electrolux da 17 anni, racconta di essere sempre stato con i sindacati, ma di aver poi perso fiducia per i metodi negoziali che usavano, spesso senza consultare i lavoratori.

Il 9 maggio il sindacalista Radu Matica ha annunciato che bisognava decidere se accettare l’offerta finale dell’azienda: un aumento del 5,5 per cento per tutti i dipendenti e un bonus di presenza di 50 euro lordi per operai e capomastri (escluso quindi il personale d’ufficio) a partire dal 1 maggio e un ulteriore aumento del 5,5 per cento oltre a un bonus di presenza di 100 euro dal 1 marzo 2020. La proposta era valida a patto che non ci fossero modifiche al contratto collettivo di lavoro. Per un operaio che guadagnava 360 euro netti al mese, l’aumento era di 21 euro per il 2019 e altrettanti per il 2020, ai quali andavano aggiunti i bonus di presenza. Senza fare assenze, un lavoratore avrebbe potuto raggiungere il livello delle rivendicazioni iniziali del sindacato.

Circa 250 lavoratori hanno firmato il documento che ha messo fine allo sciopero. Secondo il sindacato si è trattato del 90 per cento degli scioperanti. Diversi lavoratori hanno rifiutato l’accordo per principio. Gli scioperanti più attivi sostengono che il sindacato abbia fatto tutto il possibile. E anche il leader Sorin Faur crede che lo sciopero non sia stato inutile. “Alla fine il bonus di presenza può essere considerato una somma fissa data esclusivamente agli operai”, ha detto a sciopero chiuso. “È una vittoria, e il risultato più importante è che siamo rimasti uniti”. Da parte sua l’Electrolux ha dichiarato che la mobilitazione ha confermato che c’è una lacuna nella comunicazione tra l’azienda e i dipendenti, sottolineando anche che la vertenza si sarebbe potuta chiudere molto prima.

La mattina del 10 maggio alcuni gruppi di pendolari, con zaini e borse, sono scesi dal treno regionale 4331, arrivato al primo binario della stazione di Satu Mare. Tra loro c’era Romică, anche lui pendolare e, fino al giorno prima, scioperante. Camminava spedito, quasi saltellando. Era sommerso dalle emozioni, ma pensava soprattutto a proteggere il posto di lavoro. Sapeva che avrebbe sentito commenti di ogni tipo, perché nelle ultime dieci settimane erano successe un sacco di cose. Ma non si preoccupava troppo, perché è sempre stato un tipo tranquillo e moderato. “L’importante”, ha detto, “è che entriamo in fabbrica a testa alta”. ◆ mt

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Questo articolo è uscito sul numero 1316 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati