A un anno dalla rivoluzione sudanese, gli spiriti dei morti infestano la capitale. Dopo il drammatico rovesciamento del presidente Omar al Bashir nell’aprile del 2019 e il successivo, violento sgombero del principale luogo di ritrovo dei manifestanti a Khartoum, sulla città è calata un’inquietante normalità. I luoghi dello spargimento di sangue hanno un’apparenza ordinaria.
Sopravvivono alcuni pezzi di murales e delle scritte di protesta, ma tutto il resto è stato ridipinto o è sbiadito. La brezza, che fino a qualche mese fa diffondeva gli slogan dei manifestanti e i lamenti dei funerali, ora trasporta le note di un canto nuziale. Tutto questo è disorientante. La rivoluzione era cominciata alla fine del 2018, quando la crisi economica aveva portato a lunghe file per rifornirsi di carburante, a forti limiti sui prelievi di contante e alla goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso: l’aumento del prezzo del pane. All’inizio del 2019 le proteste, che si erano diffuse in tutto il paese, avevano trovato un centro nell’enorme sit-in formato davanti al quartier generale delle forze armate. I tentativi di reprimere la rivolta con la forza erano riusciti solo a infiammarla ancora di più. Quando le forze di sicurezza di Al Bashir avevano sparato contro i manifestanti uccidendone molti, le persone non avevano ceduto ed erano rimaste in strada. A quel punto era chiaro che c’erano solo due alternative: il massacro o la caduta di Al Bashir.
L’11 aprile 2019 il regime ha ceduto. Al Bashir era sempre stato molto abile a fare continui rimpasti all’interno della sua cerchia ristretta per renderla il più possibile stabile. I suoi collaboratori l’avevano sostenuto durante la spietata guerra civile nella regione del Darfur e in quella contro la secessione del Sud Sudan, e quando era stato incriminato dalla Corte penale internazionale (Cpi) per crimini di guerra e contro l’umanità. Ma di fronte all’ampliarsi della protesta, lo hanno abbandonato. È stato per istinto di sopravvivenza più che per patriottismo. La speranza era di calmare i manifestanti e conservare la struttura di potere per portare avanti il “bashirismo” senza Al Bashir. Ma ben presto è stato evidente che il popolo sudanese non avrebbe tollerato un altro regime militare o paramilitare. Dopo il violento sgombero del sit-in, i militari hanno accettato di formare un governo di transizione insieme a esponenti della società civile e di organizzare nuove elezioni entro la fine del 2022.
I periodi successivi a una rivoluzione sono spazi strani: il senso di perdita si mescola al sollievo e a un’esitante esplorazione delle nuove libertà. La cosa più sconvolgente è il sentimento di giustizia negata. I morti e i dispersi si contano a migliaia, ma quando un paese passa da un regime autoritario a una fase di transizione, a dettare le priorità è un pragmatismo brutale. Al primo posto c’è la stabilità, la tenuta del centro. L’economia va sostenuta e bisogna fermare l’inflazione. I conti non si possono ancora saldare, l’atmosfera è ancora troppo febbrile. Così chi ha rischiato la vita per protestare è costretto ad accettare una forma di pacificazione. Ma tornare alla normalità, mentre chi ha stuprato e ucciso i manifestanti, gettandone i cadaveri nel Nilo, è ancora al suo posto, ha il sapore di una resa.
La puzza della complicità è ovunque. Ma non è una novità. L’incredibile durata del regime di Al Bashir non è solo una storia di dittatura e oppressione, è anche una storia di complicità. Di aiuti e connivenze della borghesia, dei ricchi, di chi appartiene ai gruppi etnici privilegiati.
Gli anni della tortura
Nel 1989 il governo civile del Sudan, eletto dai cittadini ma drammaticamente incompetente, fu rovesciato da un golpe guidato dal generale Omar al Bashir. Il colpo di stato era appoggiato da Hassan al Turabi, leader del Fronte nazionale islamico (Fni), un partito di intellettuali e attivisti scaltri che da tempo cercavano di salire sul carro dei militari per arrivare al potere. Il primo bersaglio del nuovo regime furono le classi medie: vennero presi di mira ed epurati colletti bianchi, leader dei sindacati e della società civile, e perfino esponenti delle gerarchie militari.
Per il Sudan furono anni di tortura. All’epoca andavo alle scuole elementari a Khartoum e fui costretta a crescere molto in fretta. Le telefonate nel cuore della notte significavano l’arresto di un familiare. I farmaci salvavita venivano recapitati a parenti e amici in carcere, ma a volte tornavano indietro se l’agente di turno non cedeva alle suppliche o alla tentazione di una bustarella. Fu approvata una legge che prevedeva la pena capitale per chiunque avesse denaro straniero. Sei mesi dopo il colpo di stato tre giovani trovati in possesso di dollari statunitensi furono condannati a morte, un fatto che sconvolse il paese e lo ridusse alla sottomissione. Il giorno dopo la conferma di una delle esecuzioni, un bambino della mia scuola scoppiò a piangere istericamente durante il raduno generale del mattino e dovettero portarlo via. A bassa voce gli insegnanti dicevano che era un parente del condannato. Nel 1990 un controgolpe fallito costò altre vite, perché tutti gli ufficiali ribelli furono uccisi. Tra loro c’era un cugino di mio padre.
Il governo aveva dato al suo colpo di stato il nome idealistico di rivoluzione della salvezza ma poi seguì una campagna spietata, ribattezzata al tamkin, il consolidamento. Le organizzazioni della società civile furono sistematicamente smantellate e chiunque si opponeva ideologicamente al nuovo governo fu allontanato. Molti posti di lavoro scomparvero perché alcune istituzioni furono chiuse o perché il personale in servizio fu sostituito da lealisti incompetenti. Le banche si svuotarono, le facoltà universitarie persero i docenti, chi aveva fatto ricorso in appello si presentava in tribunale senza sapere che nel frattempo il suo avvocato era stato arrestato. Le accuse erano sempre vaghe e arbitrarie, e tutte rimandavano al fatto di non appartenere al popolo fedele al governo, di non essere un militante del Fronte nazionale islamico o di non avere amici nel partito.
Le case fantasma
Sono pochi i sudanesi che hanno vissuto quegli anni e non hanno una storia di violenze da raccontare. C’erano le “case fantasma”, edifici di zone residenziali destinati alla tortura e alle minacce. Il discendente di una famiglia di giuristi mi ha raccontato che decise di rifiutare un invito del governo a una conferenza, perché partecipare sarebbe stato come giurare fedeltà. Dopo il suo rifiuto fu trascinato via dal suo studio e portato in una casa fantasma per settimane. Per tutta la prigionia gli furono sottratti i farmaci per il diabete e perse metà del suo peso. Negli intervalli tra le immersioni nell’acqua gelata gli venivano date da mangiare solo fave lesse. Quando le guardie erano scontente, rovesciavano le fave per terra e gli legavano le mani dietro la schiena costringendolo a mangiare dal pavimento. Qualche giorno dopo essere stato rilasciato chiuse lo studio legale. Il messaggio era chiaro: nessuno poteva vivere in pace senza sottomettersi ad Al Bashir. Chi poté lasciò il paese.
Molti non furono altrettanto fortunati e dovettero affrontare la povertà o la morte. Ma mentre in Sudan si metteva in scena la politica avventuristica del governo islamista, molti esponenti delle classi ricche cercavano di non attirare l’attenzione e di non pestare i piedi a un governo sempre più mafioso.
Nelle città una nuova élite rimpiazzò quella tradizionale, laica. Questi uomini avevano perfino un’estetica precisa, una specie di ibrido tra uno sceicco e un uomo d’affari visibilmente religioso. Le barbe erano d’obbligo, tanto che fu coniata una tassonomia sarcastica: quelle più folte erano chiamate “Per i miei figli”, quelle più discrete “Lasciatemi campare”.
Gli uomini del regime erano ricompensati con cattedre universitarie e incarichi nei mezzi d’informazione, nell’amministrazione pubblica e nel corpo diplomatico. L’esercito fu subordinato alla volontà degli islamisti e politicizzato. Non c’erano più militari di professione, solo persone fedeli al governo. Alcuni esponenti del Fronte nazionale islamico e i loro alleati cominciarono ad accumulare ricchezze di nascosto, ma per lo più il regime governò con la paura e la repressione, invece che con la cooptazione. Non c’erano abbastanza soldi per comprare il consenso.
L’irresponsabilità degli islamisti aveva fatto finire il paese nella lista nera dei terroristi e attirato severe sanzioni economiche. Il Sudan era diventato il parco giochi dei ricchi militanti islamici arabi in esilio. Osama bin Laden vi trovò rifugio quando fu espulso dall’Arabia Saudita e pagò il governo di Khartoum per ottenere terreni coltivabili. L’Fni, lacerato dai conflitti interni, cedette a una faida tra l’ala islamista e quella militare. Fu uno scontro che Al Bashir riuscì a risolvere a suo favore schierandosi contro Al Turabi, che passò il resto della vita entrando e uscendo dal carcere fino alla morte, avvenuta nel 2016.
A poco a poco la rete allargata del governo diventò una fonte di forza. Gli alleati del regime ricevevano incarichi che sulla carta non garantivano grossi guadagni, ma prevedevano cospicue integrazioni in cambio della lealtà politica. Il comitato centrale per l’energia elettrica, per esempio, dispensava incentivi e bonus ai dipendenti. Anche il sistema fiscale si trasformò in uno strumento di estorsione. Qualunque transazione che richiedesse un timbro, una firma o un modulo governativo era accompagnata da tariffe sempre più creative. A un certo punto il governo cominciò a imporre una tassa per i martiri, teoricamente destinata a sostenere le famiglie dei soldati rimasti uccisi. Questo miscuglio di fondi illeciti ed estorsione per finanziare il regime contribuì a tenere a galla la rivoluzione della salvezza, ma la sua vera strategia per sopravvivere consisteva nello schiacciare ogni dissenso con la forza, spesso mascherata da una sharia (legge islamica) strumentalizzata per fini politici.
Questa strategia del pugno di ferro durò fino a quando il Sudan scoprì il petrolio. Nel 1999 il paese cominciò a esportarlo e i ricavi garantirono al governo le risorse per costruire reti clientelari ancora più ampie. Senza quest’iniezione di liquidità il regime di Al Bashir probabilmente non sarebbe durato vent’anni. I ricavi del petrolio resero più facile la vita al governo, consentendogli di passare da un’oppressione spietata che drenava risorse a un governo basato sulla cooptazione. L’ascesa di quelle che il giornalista della Bbc James Copnall definì “le classi medie che sorseggiano cappuccino” gli dette nuovo slancio. Queste persone potevano permettersi di fare acquisti di lusso andando in vacanza nei paesi del golfo Persico, guidavano costose auto giapponesi e bevevano caffè nei locali alla moda di Khartoum.
In quegli anni il governo si rese responsabile di massacri e atrocità in tutto il paese, e con particolare ferocia nella regione del Darfur a partire dal 2003. Furono denunciati crimini di guerra, violazioni dei diritti umani, stupri, violenze contro civili disarmati presi di mira per la loro appartenenza etnica, stragi. Queste atrocità spinsero la Cpi a incriminare Al Bashir. Ma niente di tutto questo riuscì a indebolire la morsa del governo sul paese. La sopravvivenza del regime era ormai garantita da questa nuova classe agiata, che non aveva mai goduto di tanto benessere.
Con più soldi a disposizione, il governo poteva essere generoso. Gli espatriati cominciarono a lasciare i loro lavori ben retribuiti nel golfo Persico per rientrare in Sudan. Molti di quelli che erano fuggiti dalle persecuzioni tornarono silenziosamente a casa e occuparono posti nel settore privato e nelle nuove aziende petrolifere. I gruppi dell’opposizione all’estero interruppero le attività e alcuni dei loro leader non solo tornarono nel paese ma assunsero incarichi ministeriali. Il ricordo degli arresti e delle torture svanì tra le luci scintillanti dei nuovi ristoranti e delle sale per i matrimoni di Khartoum.
Negli anni duemila chi aveva alzato il vessillo dell’opposizione si diede freneticamente da fare per riciclarsi. In alcuni casi gli ex prigionieri politici sedevano a fianco di chi aveva ordinato la loro incarcerazione, perfino di chi aveva fatto assassinare i loro cari. Per Al Bashir offrire un buon tenore di vita si dimostrò un elemento di stabilizzazione più potente delle severe misure di sicurezza.
Ora che esisteva un nuovo collante per tenere insieme popolo e governo – il denaro – si poteva anche fare a meno della fede. Si sviluppò una cultura dell’ingordigia caratterizzata da un marcato consumismo e dalle case di lusso. L’ascesa di questa classe s’intrecciava anche con l’appartenenza etnica, permettendo alle etnie arabe tradizionalmente potenti di accaparrarsi privilegi mentre il resto del paese andava in fiamme.
In Sudan c’erano molte spaccature etniche, non solo nel nord, ma anche tra il nord musulmano che in larga misura parlava arabo e il sud cristiano e animista. Al Bashir era occupato nella guerra con il sud del paese, che infuriava da mezzo secolo, e nel conflitto con il Darfur a ovest, dove la stima del numero di vittime oscilla tra le centomila e le 450mila. Ma mentre in quella regione la conflagrazione raggiungeva l’apice, a Khartoum il cappuccino scorreva a fiumi. Le élite non avevano intenzione d’interrompere l’orgia di acquisti sfidando il governo che con il suo clientelismo li stava arricchendo.
Con la classe media in ascesa arrivò una specie più insolita, quella dei minioligarchi che avevano accumulato patrimoni grazie ad accordi con il governo nei settori delle infrastrutture, dell’assistenza sanitaria o dei beni di consumo. Queste famiglie ricche da tempo, da prima del governo di Al Bashir, ora svilupparono un intenso rapporto con il regime: la posta in gioco era semplicemente troppo alta. Il malcontento residuo riguardava soprattutto l’incapacità del governo di rispettare la sua parte del patto con la borghesia, imponendo tasse e regolamentazioni eccessive. Nel suo promemoria di un incontro con dei funzionari statunitensi, trapelato grazie a WikiLeaks, uno dei maggiori uomini d’affari sudanesi dava sfogo alla sua insoddisfazione prendendo di mira esponenti del governo che conosceva molto bene. “Gli imprenditori sudanesi devono sborsare quattrini per il regime”, scrisse il funzionario statunitense in un dispaccio a Washington, “senza avere nessun controllo su come viene usato il denaro”.
Il paese resta a secco
I vent’anni di conflitto tra nord e sud del Sudan portarono finalmente a un accordo di pace e a un referendum in cui il sud votò per l’indipendenza, un risultato che Al Bashir fu costretto ad accettare. Nel 2011 il sud produttore di petrolio si staccò dando vita a un nuovo stato indipendente, il Sud Sudan, e arrivò il disastro economico. I due paesi si accordarono su come spartirsi le entrate petrolifere, ma le lotte intestine che consumavano il Sud Sudan fecero scendere la produzione e i rubinetti del nord rimasero a secco.
Anche se sembra controintuitivo, il successo della rivoluzione del 2019 potrebbe dipendere dal persistere della crisi economica
L’élite di Khartoum non si riscosse immediatamente dal suo stordimento consumista e non si ribellò al regime. Al contrario, diventò più protezionista e si concentrò su se stessa, mettendo al sicuro il denaro in beni materiali come le proprietà immobiliari, invece di avventurarsi in iniziative imprenditoriali che avrebbero potuto far crescere l’economia. Quando la penuria cominciò a farsi sentire, in un primo momento alimentò solo la paura verso chi era stato escluso dal bengodi: i gruppi e le etnie marginali e i poveri in generale.
Al Bashir sfruttò le divisioni etniche e di classe, facendo credere che se fosse stato destituito i conflitti nel paese avrebbero raggiunto la capitale e i suoi dintorni. Quando, sulla scia della primavera araba, i poveri cominciarono a protestare, la retorica della rivoluzione della salvezza – una sorta di socialismo religioso – si trasformò in un ghigno beffardo e classista rivolto a chi era al di sotto delle compiaciute classi medie. Al Bashir chiamò “disadattati” e “teppisti” i manifestanti che protestavano contro il peggioramento delle condizioni di vita, considerandoli orde che si accalcavano ai cancelli per distruggere la ricchezza e la stabilità. Funzionò. I poveri in rivolta furono massacrati nelle strade, e le organizzazioni dell’opposizione civile – che tanto rilievo avrebbero avuto in seguito, quando il regime finalmente cadde – rimasero quasi invisibili e non molto solidali. E mentre nel 2011 crollavano i regimi dei vicini settentrionali del Sudan – Egitto e Libia – Al Bashir non ebbe difficoltà a conservare il potere. Le accuse della Cpi furono inglobate in un discorso di sfida agli Stati Uniti e all’occidente, rafforzando le credenziali populiste del leader.
Ci vollero alcuni anni perché gli scrigni si svuotassero, ma successe. Man mano che il petrolio si esauriva, finiva anche il denaro necessario per oliare le reti clientelari di Al Bashir. Anche i fondi destinati alla guerra svanirono, alimentando la corruzione. E gradualmente le classi medie cambiarono l’obiettivo della loro rabbia.
Tra il 2018 e il 2019 l’economia ormai era allo stremo. Anni di sanzioni e il definitivo prosciugamento delle riserve di valuta straniera avevano rovesciato le fortune della borghesia. Ora anche quelli della classe media dovevano fare la fila per la benzina, combattere per ritirare lo stipendio e sopportare un’inflazione alle stelle. Solo chi poteva contare su grandi ricchezze riusciva a garantirsi un’adeguata assistenza sanitaria, e alcune persone che fino a poco tempo prima erano benestanti morivano per le malattie più banali.
Come tante volte è accaduto nella storia delle rivoluzioni, alla fine è stato il prezzo del pane ad accendere la miccia. Già nel 2015 James Copnall, il giornalista della Bbc, si era chiesto con preveggenza “se la borghesia di Khartoum, finora acquiescente, manifesterà il proprio scontento per il deteriorarsi della situazione”. La sua domanda ha avuto una risposta nel 2019, quando le classi medie si sono unite alle file dei bisognosi.
30 giugno 1989 Colpo di stato del generale Omar al Bashir.
Dicembre 1999 Al Bashir scioglie il parlamento e dichiara lo stato di emergenza. Nello stesso anno il Sudan comincia a esportare petrolio.
Febbraio 2003 Comincia la rivolta in Darfur, repressa da esercito e milizie locali.
Gennaio 2005 Accordo di pace con le regioni del sud.
Marzo 2009 Mandato d’arresto della Corte penale internazionale contro Al Bashir per crimini di guerra e contro l’umanità in Darfur, seguito da un altro nel luglio del 2010 per genocidio.
Febbraio 2010 Accordo di pace in Darfur.
Luglio 2011 Indipendenza del Sud Sudan in seguito al referendum di autodeterminazione.
19 febbraio 2019 Imposizione dello stato d’emergenza dopo le proteste scoppiate a dicembre per l’aumento dei prezzi. A Khartoum la repressione causa decine di morti.
11 aprile 2019 Destituzione di Al Bashir. A settembre entra in carica un governo di transizione che fissa le elezioni per il 2022. Bbc, Ap
Questi nuovi manifestanti sostenevano di non essere preoccupati per il pane o per una cosa volgare come la fame, e preferivano parlare nella lingua più nobile della giustizia. Ma in realtà, con la penuria e l’indigenza che riguardavano strati sempre più ampi della società, le differenze di classe stavano perdendo peso. Nessuno aveva più molto da guadagnare a fare il gioco del governo e non restava niente da perdere scendendo in piazza a protestare.
La collusione delle classi medie
Quella di Bashir è una storia di oppressione e poi di cooptazione delle classi medie. È stata la loro indifferenza a permettere la persecuzione delle etnie emarginate. Nessun governo sopravvive trent’anni usando solo l’oppressione.
Per il momento, gli anni dell’acquiescenza sono stati dimenticati nell’euforia e nella temporanea solidarietà etnica e interclassista della rivoluzione. A tutt’oggi Bashir è stato chiamato a rispondere solo di accuse minori di corruzione e sta scontando una condanna scandalosamente breve in quella che di fatto è una casa di riposo. Nell’accordo di pace con i gruppi ribelli, il governo di transizione si era impegnato a consegnare il dittatore alla Cpi, ma ben presto sono cominciati i sofismi su cosa significasse “consegnare”, forse per impedire che Al Bashir sia processato fuori dal paese. Ci sono troppe persone legate a lui ancora al potere. È probabile che i piani per spedirlo all’Aja saranno ostacolati con ritardi e insabbiamenti, e che non sarà mai chiamato a rispondere delle atrocità commesse durante il suo regno.
Ma ci sono alcuni segnali promettenti: il controllo dei militari sul governo è stato indebolito grazie alla nomina di importanti esponenti della società civile; c’è un sensibile allentamento della censura sui mezzi d’informazione e delle leggi sull’ordine pubblico; sono state fissate le elezioni che potrebbero liberare il governo dai militari. E si comincia perfino a processare in tribunale chi torturarò e uccise i prigionieri politici.
Eppure l’inquieta alleanza che forma il governo di transizione si ostina a rifiutare ogni responsabilità. Al suo interno, l’esercito, le forze di sicurezza e una milizia di mercenari sgomitano per il potere, ma non possono essere chiamati a rispondere del sangue versato. Oltre a questa persistente ingiustizia ce n’è un’altra che non si osa denunciare ad alta voce: la lunga e silenziosa collusione delle classi medie, che si sono mobilitate solo quando la rovina provocata dal regime è arrivata alla loro porta. Questa complicità ha permesso al regime di Al Bashir di versare il sangue di centinaia di migliaia di sudanesi in guerra e di presiedere a molte altre morti per povertà, mentre accaparrava le risorse per se stesso e per la casta dei suoi protetti.
Anche se sembra controintuitivo, il successo della rivoluzione del 2019 potrebbe dipendere dal persistere della crisi economica. Se prima delle elezioni fissate per il 2022 il governo di transizione riuscirà a garantire sufficiente benessere alla classe media, c’è il rischio che la cooptazione dell’era di Al Bashir si rinnovi e che lo sforzo rivoluzionario vada in pezzi. La forza di una dittatura è nella debolezza dei legami all’interno di una società. Dobbiamo imparare le dure lezioni del regime di Al Bashir: la trasformazione politica duratura, per cui tanti hanno dato la vita, potrà realizzarsi solo incoraggiando e preservando la solidarietà etnica e di classe in Sudan. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 1352 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati