La vecchia cattedrale di Notre-Dame proiettava una lunga ombra sulla piazza di Cap-Haïtien. Mia sorella Maryse e io eravamo sedute in un caffè affollato a sorseggiare un denso frullato di papaya con il latte condensato. Appena fuori, vicino al cartello ouvert (aperto) appeso alla finestra, due ragazzini con delle magliette di marca statunitense a brandelli tenevano la porta aperta per i clienti. Tendendo le loro mani scure, con i palmi rivolti verso il sole, speravano di ottenere qualche moneta.

Mentre aspettavamo che arrivasse il resto del nostro gruppo, io tamburellavo le dita sul bicchiere guardando il mio Blackberry. Due televisori quadrati montati su una parete trasmettevano una partita di calcio tra Cile e Uruguay e un video di musica konpa, in cui uomini haitiani in camicie aderenti e sbottonatissime canticchiavano davanti ad alcune ingenue ragazze vestite in maniera provocante.

Il condizionatore mi soffiava una brezza tagliente sul collo, ancora sudato dopo la breve passeggiata dall’ampio monolocale che avevo affittato sopra un negozio di ferramenta. Dietro al bancone di vetro su cui campeggiavano arachidi e croccante al cocco, alcune donne dalla pelle scura con i fianchi larghi e la vita stretta servivano aringa affumicata, farina di mais e sòs pwa, una salsa di fagioli rossi, ai clienti venuti per la colazione: un gruppo di uomini con il naso schiacciato contro il telefono oppure rivolto in alto, verso i video musicali e la partita di calcio trasmessi in televisione.

“Quanto dobbiamo aspettare ancora?”, ho chiesto a Maryse a voce bassa, per non attirare l’attenzione. Ci eravamo ormai abituate agli sguardi e ai commenti volgari degli uomini, ma c’infastidivano. In quanto diaspora, haitiane nate all’estero da genitori haitiani, che vivevano lot-bo-dlo, cioè dall’altro lato dell’acqua, il nostro creolo è storpiato dall’accento straniero e parlato in staccato, come se cercassimo parole sepolte sotto il nostro essere statunitensi.

In missione

Lavoravamo entrambe a Cap-Haïtien per un progetto finanziato dall’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti (Usaid). Il mio lavoro riguardava soprattutto la costruzione d’infrastrutture nell’ambito di un programma di edilizia residenziale per contribuire a decentralizzare le città di Haiti. Maryse si occupava di progetti che avevano l’obiettivo di aumentare il reddito degli agricoltori nelle aree rurali. Eravamo, come dicono gli espatriati francesi, en mission, il che suona molto più avventuroso di quanto sia in realtà per molte persone. Anche se siamo di origine haitiana abbiamo finito per capire che, in quanto giovani professioniste che vivono nella cosiddetta terra delle opportunità (ovvero gli Stati Uniti), nella percezione comune le nostre vite sono state per lo più prive di sofferenze. Almeno così la pensano quelli che dovrebbero essere i beneficiari dei nostri progetti.

la Voûte à Minguet. La grotta porta il nome del filibustiere André Minguet. Sembra sia stata anche il rifugio di Vincent Ogé, a capo della prima rivolta dei mulatti nel 1790. (Georges Harry Rouzier per Internazionale, tutte le foto Georges Harry Rouzier per Internazionale)

Anche se la nostra identità nera ha in parte plasmato il modo in cui siamo cresciute negli Stati Uniti, ad Haiti, un paese prevalentemente nero, i nostri passaporti, la nostra istruzione, i nostri valori e i nostri sogni stranieri sono privilegi che determinano la nostra personalità e ci separano dagli altri. Ad Haiti eravamo parte di un mondo, quello degli aiuti umanitari stranieri, mosso da relazioni vuote e vantaggi immeritati, e che vendeva rimedi superficiali, fin troppo cari, per alleviare i mali del mondo senza neppure fornire una cura vera e propria. Eravamo delle blan, bianche.

“Eccoli”, ha esclamato Maryse, alzandosi per mettersi lo zaino sulle spalle. Io ho pagato, lasciando qualche gourde stropicciata sul tavolo, ho preso lo zaino e ho stretto la cintura dei jeans. Avendo vissuto a Cap-Haïtien più a lungo di me, Maryse aveva organizzato spesso escursioni come quella che ci aspettava quel giorno, in una grotta di Dondon, una cittadina alla periferia di Cap-Haïtien, o Okap, come gli haitiani chiamano affettuosamente la seconda città del paese.

Gli altri ci aspettavano fuori. Tra loro c’era James, un haitiano di un’etnia indefinibile di lontane origini spagnole, con i capelli neri lisci e delle scarpe da ginnastica bianche; Josue, uno studente universitario cresciuto a Brooklyn, robusto e socievole, che preparava la sua tesi; e il cugino più giovane di Josue, Patrick, silenzioso e atletico, che avrebbe percorso colline e ruscelli agilmente, mentre noi rimanevamo indietro e faticavamo a tenere il passo.

la vista su Dondon Le foto di queste pagine sono state scattate tra giugno e luglio del 2018. (Georges Harry Rouzier per Internazionale)

Le uniche caverne che avevo visto erano quelle dei film o dei libri per bambini, in cui un impavido eroe o un’impavida eroina erano introdotti a riti magici illuminati da un fuoco di mezzanotte. Anche se avevo sentito parlare delle grotte nel sud di Haiti, da dove proviene la famiglia di mia madre, ho imparato in seguito che buona parte dei paesaggi di Haiti sono terreni carsici che contengono rocce calcaree irregolari, modellate dall’erosione. Il risultato è che tutto il paese è disseminato di corsi d’acqua, gole e grotte sotterranee. Molte caverne hanno acquisito un certa notorietà negli ultimi tempi, da quando il governo haitiano ha avviato un’aggressiva campagna per attirare i turisti stranieri.

Rifugi sicuri

Le grotte sono un elemento importante della cultura haitiana, come lo erano per i taino, la popolazione indigena che abitava questi territori prima dell’arrivo degli europei e degli schiavi africani nel quattrocento e all’inizio del cinquecento. Durante la colonizzazione francese, gli schiavi africani che fuggivano, noti come cimarroni, usavano le caverne per nascondersi, per le cerimonie vudù e per altri riti ancestrali africani. Da allora le grotte hanno continuato a essere usate come rifugi temporanei dalle persone a cui gli uragani avevano spazzato via la casa.

Molte di queste caverne calcaree a più livelli possono ospitare centinaia di persone. Alcune sono accessibili solo a guide turistiche selezionate dal ministero del turismo. Altre sono circondate dall’acqua, e al loro interno risuona potente il rumore dell’oceano che si abbatte sulle spiagge di sabbia.

La caverna dove eravamo diretti era a un’ora d’auto dalla città e poi c’erano altri novanta minuti di cammino a piedi. Siamo arrivati al deposito degli autobus intorno alle dieci del mattino. C’era fango dappertutto e mi sono fradiciata subito le scarpe, che sono diventate marroni. Lungo il perimetro del deposito, una fila di vecchi scuolabus arrivati dagli Stati Uniti formava un muro di alluminio giallo. Intorno a noi le persone salivano sul retro di pick-up truccati, le camionettes, dotati di posti a sedere e tettucci di metallo decorati con vividi ritratti di celebrità nere – in genere gruppi statunitensi o di musica konpa – o illustrazioni di storie della Bibbia. C’era di tutto, da 50 Cent a Whitney Houston fino a Giona e la balena. Sul retro di un altro camion era scritto in creolo, con vernice spray, “Dio è con noi”.

Adolescenti magri, muscolosi e madidi di sudore se ne stavano in piedi sui paraurti, urlando il nome delle destinazioni: “Lacul!”, “Limonade!”, “Trou du nord!”, “Dondon!”.

L’adolescente sull’autobus per Dondon ci ha fatto cenno con la testa di avvicinarci, dopodiché ha afferrato una borsa d’acqua da una bacinella in equilibrio sulla testa di una marchande che passava di lì. La donna si è fermata, con il peso della bacinella che la faceva apparire alta come una statua. Rivoli di sudore le scendevano lungo le tempie e tra i seni cadenti. Poi ha preso le sue monete. Queste borse d’acqua grandi come una mano sono fatte di plastica riciclata e vendute a basso costo nel mercato informale di Haiti, dove venditori e venditrici ambulanti le smerciano ai semafori delle grandi strade trafficate, come quella in cui ci trovavamo.

Come a Los Angeles

Eravamo spalla a spalla sulla camionette, quando gli ultimi passeggeri, una giovane madre e la sua figlia piccola, si sono infilate accanto a me. La bambina, con la testa ciondolante, poco dopo si è addormentata. Le mollette colorate delle sue treccine sfioravano le mie braccia nude. Dopo aver incrociato lo sguardo della madre, l’abbiamo silenziosamente adagiata sulle nostre ginocchia. Mentre cacciavamo via da lei le mosche e le zanzare, la bambina strofinava la testa sulla mia pancia.

Una donna dal fisico armonioso, con ­jeans stretti e un top blu di paillette si è seduta accanto a Josue, che ha cominciato a parlarle. Josue è un mattacchione. Forse perché fa battute autoironiche sul suo peso o sul suo leggero accento statunitense anche se parla un ottimo creolo, il suo senso dell’umorismo riesce sempre a rompere il ghiaccio tra gli sconosciuti, come eravamo noi in quella situazione, su un mezzo di trasporto condiviso. Gesticolava con la consapevolezza di chi sa che saprebbe attirare una folla. Alcuni dei volti più seri si sono lasciati scappare un sorriso di fronte alle battute che io invece non riuscivo a sentire a causa del rumore delle ruote sulle pessime strade in uscita da Okap. La giovane donna rideva di gusto, piegando la testa all’indietro e portando le sue spalle all’altezza delle orecchie, così che le sue lunghe trecce formavano una sorta di drappeggio sulla barriera di protezione che si trovava dietro di lei. Le paillettes brillavano all’altezza del suo petto. Era come una sfera a specchi da discoteca.

La piazza centrale di Dondon era particolarmente spoglia. La terra sotto i nostri piedi era secca e c’era poca ombra per ripararsi dal sole. La camionette ci aveva depositati di fronte al tribunale, un edificio di cemento di un piano in mezzo alla piazza, polverosa e deserta, di domenica. Patrick è scomparso mentre noi abbiamo cominciato a gironzolare. C’erano cactus un po’ dappertutto, in ordine irregolare, come accade spesso nelle cittadine haitiane en deyo, cioè fuori dalle principali città. Le casette di cemento non verniciate a poca distanza da noi erano circondate da muri di cactus disposti lungo il perimetro di modesti cortili, dove alcuni bambini scalzi gridavano e ridevano. Sulle colline appena sopra di noi si stagliavano le lettere D-O-N-D-O-N, in caratteri bianchi, simili a quelli della scritta “Holly­wood” che domina Los Angeles. Il cartello sembrava indicare che eravamo arrivati in un luogo importante. Era come se Dondon ci stesse aspettando.

Quando Patrick è tornato, era seguito da un uomo magro e muscoloso, sui quarant’anni. Aveva la maglietta appiccicata sul petto, a causa del grande caldo, e lo scetticismo appariva chiaramente nelle rughe ai lati dei suoi occhi. Sarebbe stato lui la nostra guida, ci ha detto Patrick, e insieme ci siamo diretti verso la grotta.

Lungo il fiume Bouyaja, che attraversa Dondon (Georges Harry Rouzier per Internazionale)

Dopo pochi minuti di cammino la nostra guida era già vari metri davanti a noi, stava attraversando un torrente, sandali in mano e pantaloni arrotolati sulle ginocchia. Mentre noi ci stavamo ancora preparando per attraversare, lui era già dall’altro lato e aveva trovato una roccia su cui sedersi. Il suo viso era privo d’espressione. Noi invece facevamo smorfie di dolore camminando sulle pietre appuntite del ruscello, con le scarpe legate tra loro che ci dondolavano sulle spalle. Sembrava difficile pensare che eravamo discendenti delle persone che un tempo avevano lavorato quelle terre.

Onore e rispetto

In aperta campagna qui succedono sempre un sacco di cose, dalla preparazione del cibo alla pulizia personale a quella dei panni. Durante la nostra passeggiata salutavamo gli abitanti dei villaggi, di cui invadevamo gli spazi, con la formula d’ordinanza onè, che significa onore in creolo, e alla quale ci rispondevano respè, rispetto. Questi saluti tradizionali venivano presi come un invito a osservarci: i bambini smettevano di giocare per guardarci a bocca spalancata, donne indaffarate che cucinavano con bombole a gas all’aperto ci guardavano aggrottando la fronte e gli uomini riuniti alla lotteria locale ammiccavano a Maryse e a me. “Bel moun”, dicevano, belle persone. Noi tiravamo dritto, come una buffa carovana.

Dopo più di un’ora di cammino, la nostra guida non si vedeva più. “Men moun mwen!”, ecco la mia gente, ha detto gioviale Josue a due donne anziane, entrambe sedute di traverso su un asino. “È questa la strada per le grotte?”, ha aggiunto. Il sorriso delle donne si è spento, e scuotendo la testa, con la severità di due nonne, hanno esclamato: “Evangelik nou ye”, siamo cristiane, o più letteralmente, siamo evangeliche. Poi hanno dato un calcio al sedere del loro asino e si sono allontanate.

La donna rideva di gusto, piegando la testa all’indietro, e le sue lunghe trecce formavano una sorta di drappeggio

La nostra guida è riapparsa sulle sponde di un piccolo torrente, su cui qualcuno aveva messo un’asse di legno. Ci ha fatto un segno. “È qua”, ci ha detto Patrick. L’asse non sembrava garantire un grande sostegno e i ragazzi hanno guadato il torrente mentre Maryse e io ci sostenevamo a vicenda per arrivare dall’altra parte, dove una stretta e irregolare scala di roccia ci ha portato nell’oscura entrata spalancata della caverna. La nostra guida non ha attraversato. “Mwen se evangelik”, ha spiegato.

A metà pomeriggio, dalla grotta filtrava solo oscurità, a eccezione della luce che il sole riusciva a far arrivare su una parte delle rocce che formavano l’entrata. Qui la pietra era brillante e grigia, con formazioni rocciose che pendevano dal soffitto, sospese in aria. La poca erba che rimaneva sotto i nostri piedi appariva calpestata e bagnata a causa della corrente o delle piogge recenti. Alcuni rami con un po’ di foglie coprivano l’ingresso della caverna: un tremendo buco nero scavato sul fianco della montagna.

Nella fresca umidità della grotta, potevamo stare agevolmente in piedi. Le rocce che sporgevano dalle pareti e dal soffitto occupavano parte dello spazio, rendendo l’ambiente più raccolto di quanto avessi immaginato, quasi intimo. I nostri sospiri avevano un suono vagamente melodioso. Un coro di squittii proveniva dalle ombre che ci sovrastavano.

Chauve-souris. Pipistrelli.

Siamo rimasti tutti in piedi, nell’ingresso della caverna, osservando tranquillamente la situazione intorno a noi e puntando le torce al di sopra delle nostre teste.

Nei punti in cui la pietra si era fatta più piatta, c’erano messaggi in tutte le lingue del mondo, scritti sui muri con il pennarello indelebile. Scritte come “Carey è stato qui”, “Haiti, ti amiamo” e altri nomi o iniziali inseriti in un cuore tracciati con il pennarello nero.

Le voci dei genitori

Mi è venuto da pensare che nessuno di noi avrebbe mai imbrattato le mura di una chiesa o sconsacrato quello che un tempo era stato un rifugio per persone disperate in fuga. E che ci era stato detto, in una lingua che avevamo imparato crescendo, con voci che ci erano familiari, e da corpi che avevamo imparato a emulare, di non entrare in questi luoghi.

Dondon (Georges Harry Rouzier per Internazionale)

Sono rimasta colpita dalla sconsideratezza della nostra scelta: la facilità con cui eravamo entrati nonostante la scomodità fisica dell’atto, il nostro disinteresse per i timori delle persone che avevamo incrociato durante il cammino, e adesso l’evidente mancanza di rispetto dei visitatori passati di qui prima di noi.

Forse abbiamo sentito le voci dei nostri genitori, uomini e donne prudenti, cresciuti in un’epoca in cui il paese mandava regolarmente le sue persone migliori e più brillanti in paesi stranieri. La nostra identità non era un abito che potevamo mettere o togliere a piacimento. Era fatta di accordi impliciti e di una saggezza spirituale che spesso non era messa in discussione. La nostra curiosità, quando faceva capolino, veniva raramente soddisfatta, e comunque solo dopo un’offerta onesta e sacrificale di onore e rispetto. Dovevamo salutare in maniera rispettosa.

Invece forse noi, con il modo di fare avventato della nostra generazione, avevamo manifestato tutta la nostra mancanza di rispetto. Nella nostra ricerca d’avventura, avevamo segnalato ai nostri compatrioti che noi stessi dovevamo essere guardati con sospetto.

Ho sentito che non dovevo procedere oltre. “Io non lo farei, James”, gli ho detto mentre si chinava in avanti per proseguire nello stretto cammino che portava verso l’interno. “Oltretutto, non credo di poterti salvare se dovesse succedere qualcosa”.

Nella grotta si è sentita l’eco delle risate di ognuno di noi. “Come se potessi salvarlo da qualche cosa”, ha urlato mia sorella. James si è alzato in piedi, brontolando qualcosa con impazienza, mentre appoggiava entrambe le mani sui fianchi, in un gesto a lui consueto. “Ho bisogno di una sigaretta”. Ci siamo voltati e abbiamo preso la strada del ritorno verso Okap. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1267 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati