Cerco di entrare, non ci riesco. È mezzogiorno, c’è il sole e nel quartiere di Tlatelolco, uno dei centri pulsanti di Città del Messico, centinaia di persone fuggono precipitosamente dalle porte vetrate del grattacielo. Il grattacielo è imponente, con i suoi cento metri di altezza: è stato la sede del ministero degli esteri e oggi è un centro culturale dell’Universidad nacional. Provo a chiedere cosa sta succedendo, ma nessuno si ferma. Corrono tutti come in un formicaio impazzito. “Sesto piano, alla mia sinistra, prego!”, grida un uomo al megafono, e a poco a poco le persone seguono le sue indicazioni. “Consiglio dei medici del pronto soccorso, quarto piano, da questa parte!”, grida più forte, mentre altre persone continuano a fuggire.

Finalmente una donna mi spiega che c’è stata una scossa di terremoto. “Una scossa?”, chiedo, ripetendo le sue parole. “Sì, ma è stata una cosa da nulla. Il grattacielo ha ballato un po’”, dice. La sua espressione non mi tranquillizza. L’uomo del megafono cerca di calmarci: “Non preoccupatevi, amici, non è niente. L’epicentro della scossa è lontano”. È strana la paura che arriva tardi, al rallentatore, per qualcosa che non è avvenuto, per la consapevolezza di quello che sarebbe potuto succedere. “Avrebbe dovuto vedere come si muoveva. Io pregavo, pregavo”, mi dice una donna incinta. “Lei è straniero, vero? Non sa cosa vuol dire vivere in una terra che si muove”.

Sono stato a Città del Messico venti, trenta volte; ho lavorato qui, ho pubblicato qui, ho immaginato la possibilità di vivere qui, qui vivono alcuni dei miei migliori amici. Eppure non la conosco. Conosco pezzi di città, alcuni quartieri, alcune sensazioni. E a volte mi chiedo se esista un altro modo di conoscerla. O di conoscerlo? México, come viene chiamata in spagnolo la capitale messicana, è femminile o maschile? Non la conosco, non lo conosco e non penso che sia possibile farlo. Ma continuo a provarci.

Tutto è sorpresa

Città del Messico è la città più grande dell’emisfero occidentale, la più antica dell’America. Ha più abitanti della maggior parte dei paesi: ci vivono circa 23 milioni di persone, forse 25, forse 21. In quest’epoca in cui tutto è tradotto in cifre, poche cose sono più difficili che sapere quanti abitanti ha una città. Il problema non sono gli abitanti, sono le città: esistono così tante versioni su dove comincia e dove finisce ognuna; di solito i confini amministrativi non coincidono con quelli reali. Ma anche in questa confusione non c’è dubbio che ci siano poche città più grandi di Città del Messico.

Non è una città. È, forse più di ogni altra, quello che oggi sono le città smisurate: una federazione di grandi centri legati dalle cose che uniscono le federazioni. Prima era un dio, un re, un confine geografico; ora è una bandiera, una squadra di calcio, una moneta, un’illusione. Città del Messico è così varia, così incontenibile. I suoi quartieri ricchissimi, i suoi quartieri poveri, i suoi quartieri pericolosi; le sue autostrade sovrapposte, intricate, infinite; i suoi viali alberati, le sue strade sconnesse, i suoi centri commerciali e i suoi mercati; i suoi monumenti, i suoi buchi, i suoi angoli; il suo potere e la sua impotenza.

Città del Messico, 2019. Un uomo con la statua della santa Morte nel quartiere di Tepito (Héctor Guerrero, El País Semanal)

Il centro è costruito sul fango di un lago. Il sud, sulla lava di un vulcano. L’ovest, sui gas di una discarica gigante. A Città del Messico tutto cambia e niente cambia. L’unica certezza è che niente è certo: qui tutto può tremare, tutto può cadere. Tutto è promessa, tutto è minaccia. Tutto è sorpresa, sempre. Il mio amico messicano è il biografo ufficiale di Città del Messico, e allora gli propongo un gioco: gli chiedo di mandarmi nei posti della sua città che secondo lui dovrei conoscere, ma senza dirmi perché o con quale obiettivo, lasciando a me il compito di scoprirlo. Da parte mia, nasconderò la sua identità dietro a un soprannome inverosimile: Juanvilloro.

Allora, Juanvilloro mi manda alla stazione della metropolitana Chabacano, che tra le altre cose in spagnolo vuol dire volgare, e io immagino che l’abbia fatto per il nome. Sbaglio. È un’affermazione abusata, ma vera: la metropolitana di Città del Messico è un mondo. Ogni giorno la usano cinque milioni di persone, forse sette. È un mondo male illuminato, maleodorante, passabilmente sporco, passabilmente vigilato, pericoloso, strapieno di venditori e di mendicanti, dove c’è sempre troppa gente. Viviamo tra così tante persone, contiamo così poco, trascorriamo la vita a negare questa certezza. Ma ci sono momenti in cui la folla si fa evidente, ed è un colpo brutale. L’effetto massa che le città hanno inventato (migliaia di persone che fanno la stessa cosa nello stesso momento) non è mai così visibile e osceno come a Città del Messico. Una stazione della metropolitana all’ora di punta ci ricorda che siamo un granello di polvere. Qui camminare significa muoversi all’unisono, farsi trascinare dai passi altrui; qui siamo un flusso potente, costante: individui confusi, a migliaia, corpi da sistemare in qualche modo per portarli lontano. Salire sul vagone è una cascata, una valanga, sono corpi che si lanciano per capire se riescono a occupare uno spazio in cui un corpo non entra.

Con alcune differenze, ovviamente. All’ora di punta alla stazione Chabacano la città si biforca in due: in pochi prendono la metropolitana in direzione Tacubaya, verso le zone borghesi; mentre la folla va verso Pantitlán e i suoi quartieri popolari. In una direzione si viaggia comodi, nell’altra i vagoni scoppiano di gente. Credo che Juanvilloro mi abbia mandato qui per farmi capire che anche tra i più poveri, tra chi prende la metropolitana, ci sono le classi sociali. Per farmi capire che, come tutte le città ma più delle altre, Città del Messico è una città di classi.

In tutti i cartelli della metropolitana accanto al nome delle fermate c’è un disegno che le identifica. Mezzi di trasporto per analfabeti. La storia cambia, ma i nomi restano: ci sono stazioni che si chiamano Insurgentes, Revolución, Patriotismo. Città del Messico è stata governata per quasi un secolo da un partito che si chiamava Partito rivoluzionario istituzionale. I nomi, resti delle cose.

Nella metropolitana ci sono vagoni o spazi riservati alle donne. Si presentano come l’unico modo per evitare molestie e abusi

Introspezione forzata

Città del Messico è enorme: muoversi al suo interno è una sfida che si rinnova ogni giorno. Ovviamente, ci sono delle differenze: a grandi linee tre. Diversi milioni di persone che vivono nei quartieri più periferici e non hanno un’auto escono di casa ogni mattina prima dell’alba per arrivare a piedi alla fermata di un autobus che le porterà alla metropolitana. Viaggiano ammassate e a volte devono prendere un secondo autobus. Generalmente ci mettono non meno di due o tre ore all’andata e lo stesso tempo al ritorno. Alcuni milioni di persone che vivono in quartieri più o meno lontani e hanno un’auto escono all’alba per attraversare strade e ingorghi; generalmente ci mettono una o due ore all’andata, altre due al ritorno, che passano sedute da sole. Migliaia di persone che vivono in quartieri eleganti e hanno un’auto e un autista escono quando vogliono e sbrigano i loro affari in auto, leggono o parlano. Ci vuole comunque del tempo, ma almeno possono usarlo.

A Città del Messico non ci sono ingorghi, imbottigliamenti o code. La nozione di ingorgo è ottimista: presuppone la creazione di un intoppo dove prima c’era qualcosa che funzionava. Non c’è accordo sugli effetti di questo sistema sulle menti e sui corpi. È evidente che durante tutto questo tempo – durante, diciamo, un quarto del tempo che passa sveglia – la maggior parte degli abitanti di Città del Messico pensa. O, per dirlo meglio, non può fare molto altro che pensare, ricordare, addormentarsi, ascoltare la radio o una canzone, o avere paura di essere rapinata. Gli effetti di un’introspezione così vasta sulla vita di una comunità sono ignoti. Non ci sono molti antecedenti: siamo in un territorio inesplorato. Qualcuno teme il peggio, anche se non è chiaro cosa sia.

Insomma, giorni e giorni di tragitti in metropolitana e non vedo neanche uno di quegli esseri che qui chiamano, con più o meno disprezzo, güeros, per non dire bianchi. Però la divisione tra classi non è l’unica. Nella metropolitana e negli autobus ci sono vagoni o spazi riservati alle donne. Sono stati creati nel 2000 e si presentano come l’unico modo per evitare palpeggiamenti, molestie e abusi.

Juanvilloro mi manda nelle periferie che circondano la città come un memorandum, una memoria triste del futuro, e io obbedisco. Vado a Ecatepec, uno dei tanti comuni che dal punto di vista amministrativo non appartengono a Città del Messico ma fanno parte della stessa area metropolitana. Ecatepec si è popolato negli anni ottanta, con le grandi migrazioni interne. Per le sue strade c’è povertà, ma non miseria: le case sono fatte di mattoni, di solito sono intonacate, hanno porte e finestre, e un qualche accesso all’acqua e all’elettricità. In una piazza senza alberi è fermo un grande aereo sbiadito: è una barzelletta e una biblioteca. A Ecatepec vivono quasi due milioni di persone, povere. Chi lavora di solito lo fa in città, a ore di distanza. A Ecatepec molte case sono dipinte con colori accesi. Qualcuno dice che il comune, invece di regalare vernice, dovrebbe occuparsi di più della vita degli abitanti.

A Ecatepec c’è anche una funicolare che non sale sulle montagne né attraversa valichi, non aggira ostacoli geografici ma umani: è un modo per procedere nel labirinto di case e vicoli contorti. In molte strade ci sono dossi artificiali alti, aggressivi, messi dagli abitanti per fermare le auto. È una lotta di tutti contro tutti e soprattutto contro le donne: Ecatepec è la zona con più femminicidi del Messico. Forse Juanvilloro voleva mostrarmi questo. O forse no, chi può saperlo.

Tutto è cominciato con qualcosa che non tornava. Quel giorno Lupita si era stupita che sua figlia Arlet, sempre premurosa, avesse dimenticato di andare a prendere il figlio all’asilo. Arlet viveva con i figli a Ecatepec e alcune settimane prima suo marito aveva attraversato la frontiera per entrare negli Stati Uniti. Le aveva detto che sarebbe rimasto lì solo per un po’, il tempo di mettere insieme i soldi per comprare una casa. Nel frattempo Arlet lavorava in un centro estetico. Ma quel giorno di aprile non era andata all’asilo e sua madre aveva cominciato a cercarla dappertutto. La polizia le ripeteva di aspettare: “Due mesi dopo continuavano a non darmi risposte. Non sa come mi sentivo impotente”, dice Lupita. Non si dava pace: si era unita ad altre madri e avevano cominciato a cercare tracce, prove. Sospettavano di un abitante del quartiere. Ormai disperate, avevano convinto un commissario ad aprire un’indagine su di lui. Quando l’hanno arrestato, quell’uomo trasportava in un passeggino pezzi di una donna da gettare in una discarica. Poco dopo ha confessato più di venti omicidi.

Il mostro di Ecatepec

Ha 33 anni e il suo nome è Juan Carlos, ma tutti ora lo chiamano il mostro di Ecatepec. Contava sull’aiuto di Patricia, 38 anni, madre dei suoi tre figli: insieme stupravano, uccidevano e mangiavano le loro vittime. Ma la barbarie delle sue azioni è solo la punta di un iceberg. Nel 2016 Ecatepec ha dichiarato “un’emergenza di genere” per la quantità di femminicidi registrati. Nel 2018 ce ne sono stati una quarantina, le cifre sono confuse. E sono stati denunciati più di cinquecento stupri, ma anche più di trecento omicidi e più di 12mila furti.

Molte donne non vengono uccise: sono sequestrate, portate lontano e costrette a prostituirsi. Alcune ricompaiono anni dopo. Altre, mai. Lupita, con un sorriso triste, sperava che sua figlia fosse ancora viva. “Invece no, il mostro l’ha uccisa, dice di averla uccisa il giorno stesso. E dice di averla mangiata, le ha mangiate tutte e ha venduto le ossa ai santeros”, dice.

Prima della scomparsa della figlia, Lupita lavorava da un parrucchiere, ma ha dovuto lasciare il posto per occuparsi della ricerca di Arlet. Spera di tornare a lavorare presto, perché i sussidi che riceve non le bastano. “Mi hanno rubato anche la voglia di vivere e di sorridere, ma devo andare avanti, per i bambini. Mi preoccupa la loro istruzione. Non possiamo sapere quando ce ne andremo, e voglio lasciarli con qualche sicurezza in più, poveretti”, dice. Lupita è triste perché qualche giorno fa è andata insieme ad altri familiari delle vittime del mostro di Ecatepec davanti al palazzo nazionale per chiedere giustizia al presidente, ma lui non li ha ricevuti. Anzi, quando è passata lì davanti, la sua auto si è fatta largo andandogli quasi addosso.

“Mi hanno chiesto del movimento MeToo, se se ne parlasse anche qui, e io sono scoppiato a ridere”, dice Manuel, un professore delle superiori. “Nessuno ne parla, perché a Ecatepec denunciare le aggressioni significa esporsi ancora alla violenza, essere attaccati o uccisi. Qui regnano la violenza e l’impunità, non c’è memoria”.

Lupita ha altri tre figli. La più piccola sta per finire la scuola e poi vorrebbe iscriversi all’università, ma sua madre non la lascia uscire di casa. “Non ha colpe, ma non la faccio andare in giro. Neanch’io esco, ho paura. E non si può più neanche stare sulla soglia di casa, perché passano e ti rapinano. In questo quartiere si sono formate molte bande di malviventi. È orribile vivere qui. Le autorità sanno che i reati sono in aumento e non fanno nulla. Non siamo più liberi, non possiamo muoverci come prima”.

Questo sabato le consegneranno i resti della figlia: Lupita soffre perché non sa cosa le daranno. Cosa sarà rimasto di lei, si chiede, ed entrambi non parliamo. “Voglio saperlo, ma allo stesso tempo non voglio”, dice in un sussurro.

Oggi il centro è una zona dove i più ricchi vanno sui loro mezzi blindati solo in occasione di qualche appuntamento ufficiale

Juanvilloro mi manda allo Zócalo, e io obbedisco, perché lo Zócalo è fatto per obbedire. È la vecchia piazza grande coloniale, uno spazio che è ancora dei vecchi poteri, a loro scala: enorme. C’è una cattedrale che sta sprofondando, un palazzo del governo nazionale pieno di statue, cortili, saloni, affreschi e broccati, e un palazzo del governo comunale, uguale all’altro ma più piccolo, anche se sempre enorme; ci sono anche alberghi e negozi, la durezza della pietra e la tristezza delle finestre cieche. In mezzo si aprono 50mila metri quadrati (per dirlo nella lingua di oggi, circa sette campi da calcio) di vuoto che prova a riempire la bandiera più grande di un mondo pieno di bandiere. Ogni tanto la bandiera si risveglia e ondeggia: è messicana. E ogni tanto la piazza si risveglia e si riempie per un sussulto civile, politico o ricreativo, per una rivolta nazionale, uno sciopero selvaggio o una pista di pattinaggio sul ghiaccio. Però si dice che non ci sia mai stata così tanta gente come per il concerto di Juan Gabriel il primo giorno del ventunesimo secolo.

Intorno si snoda il centro storico della città, un quartiere moderatamente brutto, un miscuglio di edifici degli ultimi tre secoli, abbellito da qualche costruzione maestosa, palazzi vecchi, collegi, chiese e conventi segnati dall’austerità e dall’autorevolezza che la Spagna volle imporre in queste terre senz’anima. Per decenni il centro fu un territorio da cui stare alla larga, fino a quando uno degli uomini più ricchi decise di rimetterlo in sesto per suo uso e consumo. Oggi è una zona di negozi per i turisti e la classe media, dove i più ricchi vengono solo in occasione di qualche appuntamento ufficiale sui loro mezzi blindati e accompagnati dalle guardie del corpo. Su un lato dello Zócalo giacciono le rovine del templo Mayor, dove i messicani di sei secoli fa strappavano i cuori delle persone e gettavano il resto lungo le scale per compiacere gli dei. I messicani di cinque secoli fa le sotterrarono con i loro templi e i loro dèi, i messicani di due secoli fa le coprirono di inni e proclami, e i messicani di oggi le stanno a poco a poco dissotterrando, facendo quasi finta di niente. Sospetto che Juanvilloro mi abbia mandato qui per farmi vedere che i poteri possono cambiare parole ma restano quello che sono, e mi stupisce che non sapesse che io già lo sapevo.

Pilastri per i giovani

“Sì, ogni mattina, alle sette, senza eccezioni”. Avevo le mie riserve. Mi sembrava ingiusto cadere nel luogo comune di pensare che Città del Messico fosse un posto soprattutto violento, soprattutto mortale. Ma poi ho scoperto che le sue autorità la pensavano allo stesso modo. “Ci vediamo qui ogni mattina. Io comincio alle sei, ricevo i cittadini, li ascolto. Poi ci riuniamo con il gabinetto di sicurezza”, dice Claudia Sheinbaum. È domenica, sono le otto passate, e il gabinetto sta finendo la sua riunione intorno a un grande tavolo, in un salone pomposo che il precedente sindaco aveva trasformato nella sua biblioteca. A capotavola è seduta Sheinbaum, che da dicembre 2018 è la prima sindaca donna di Città del Messico: è una fisica, una ricercatrice ambientalista che per anni ha fatto politica con l’attuale presidente Andrés Manuel López Obrador (centrosinistra). Mi colpisce, le dico, che consideri la sicurezza una questione così decisiva da riservarle la prima riunione del giorno, tutti i giorni. Sheinbaum mi spiega che è un modo per rispondere alla domanda popolare: “Per il 75 per cento delle persone il problema più grande della città è la sicurezza. Peraltro è vero, negli ultimi tre anni la violenza è aumentata molto”. Secondo lei, la colpa è soprattutto dell’amministrazione precedente, “la più corrotta della storia”. Solo ora stanno venendo a galla costi gonfiati ingiustificati, permessi e posti di lavoro venduti al miglior offerente ed estorsioni di ogni genere. Tra la corruzione e l’incapacità tutto è andato in rovina: “Non si sono occupati della sicurezza pubblica. Si sono disinteressati del governo della città e hanno pensato ai loro affari”, dice. Sta cercando di riportare sulla retta via la polizia, dove i casi di corruzione sono più numerosi del personale.

“Anche i poliziotti sono stufi. Li mandavano a estorcere soldi per strada per conto dei loro capi”, dice Jesús Orta, assessore alla sicurezza. Per questo, spiega Sheinbaum, lei ha visitato una a una le settanta caserme di polizia della capitale, per ascoltare chi ci lavora. Ogni mattina la sua squadra analizza quello che è successo il giorno prima, caso per caso, morto per morto, per aggiustare la strategia. Ieri ci sono stati più omicidi del solito e devono capire perché, se si tratta di risse, esecuzioni o questioni personali.

Città del Messico, febbraio 2019. Davanti al palazzo di Bellas artes (Héctor Guerrero, El País Semanal)

Le chiedo dei linciaggi, di quanto sia accettata l’idea di “farsi giustizia da soli”. Secondo Sheinbaum, è una reazione dovuta all’impunità, alla corruzione dei tribunali e alle attese infinite per qualsiasi denuncia, che gettano i cittadini nella disperazione più profonda. “Le persone non sporgono denuncia, pensano che non ci sia giustizia e si sentono abbandonate. Allora la reazione è: bruciatelo vivo, ammazzatelo. Penso che quando saranno affrontati certi problemi questa reazione si placherà”, dice. La sicurezza non dipende solo dai poliziotti. Con le risorse sottratte alla corruzione l’amministrazione comunale sta creando delle borse di studio per avviare i giovani al lavoro e un programma che prevede in due anni la costruzione nelle zone più a rischio di trecento spazi comunitari, Pilares (pilastri): punti d’innovazione, libertà, arte, educazione e saperi. Proprio questa mattina ne inaugurano uno e Sheinbaum mi chiede se voglio andare. Ci vado, ovviamente, ma prima di muoverci chiedo alla squadra se non è deprimente cominciare così ogni giorno. Tutti rispondono di no, finché Orta ammette: “Secondo mia moglie sto perdendo la sensibilità, ormai parlo di queste cose come se fossero normali”. Se continua così, gli dico, diventerà un giornalista.

Saliamo su un’auto molto normale. Mi spiegano che è di Sheinbaum e che l’austerità consiste anche nel non usare le auto di rappresentanza. Ad Azcapotzalco, un quartiere povero, centinaia di persone vestite a festa applaudono, si scattano foto con lei, la chiamano Claudia, le raccontano i loro problemi e le chiedono delle soluzioni. Il centro è un edificio a tre piani che doveva essere una mensa comunitaria, ma non è mai stato aperto. Ora l’hanno risistemato, ci sono spazi per i laboratori e computer. “Per noi i Pilares sono un modo per creare diritti per i giovani, per non farli crescere per strada ed evitare che siano coinvolti in attività illecite, perché finiscano la scuola, imparino un mestiere e trovino un lavoro”, dice Sheinbaum dal palco. Tutte le attività, aggiunge, sono gratuite, e a questo punto la gente applaude ancora più forte. Lei saluta, sorride, si mette in posa per ogni foto, bacia i bambini, ascolta le persone e sorride di nuovo. Poi risale in auto e si disconnette.

Residenza aperta

Sarebbe bello se avesse un nome. Se non insistessero nel dirti che oggi si chiama Cdmx dopo essersi chiamata per decenni Df o Distretto federale e se non ti spiegassero che Cdmx significa Città del Messico, come se non potesse chiamarsi Messico e basta, come se ci fossero dubbi sul fatto che è la città più grande della lingua spagnola, come se il peso, il coraggio e l’orgoglio di avere dato il suo nome al milione di chilometri che la circondano, a centinaia di milioni di persone che la circondano, l’avessero lasciata senza nome: come se quel nome si fosse sciupato. Città del Messico non ha nome. I suoi abitanti, invece, ce l’hanno. Nessuno sa da dove arrivi la parola chilango, il gentilizio che oggi accettano. Sappiamo però che all’inizio era dispregiativo e poi, a poco a poco, i disprezzati lo hanno fatto proprio e lo hanno trasformato nel loro nome. Potrebbe perfino essere il nome della città: Chilangópolis, come la chiama il suo biografo.

Le città sono la grande invenzione della civiltà: grazie a loro migliaia di persone vivono insieme, si aiutano, interagiscono e ottengono da quella comunione molto più di quanto ognuna di loro potrebbe ottenere da sola. Poi le città sono esplose e oggi sono troppo grandi per essere vissute completamente. Succede a tutte le metropoli, ma a nessuna tanto come a Città del Messico.

Santa Fe è un quartiere luccicante costruito su una discarica, con decine di edifici nuovissimi e carissimi e strade fatte per le auto

Le città non sono enti pensati. Sono la somma di milioni di casi e dell’impegno profuso perché non si veda: i tentativi di ordinare il disordine creato da milioni d’iniziative autonome. Qui si nota: si vede che è un ammasso di cose diverse. Eppure c’è un ordine. Quando si pensa all’America Latina di solito si pensa a Città del Messico: un posto dove le differenze sociali sono enormi e si vedono sulla pelle, sui volti. O, detto senza troppa paura: una società dove i bianchi (ovvero i coloni) sono ancora tendenzialmente i ricchi, e gli indigeni e i neri (i colonizzati e gli schiavizzati) sono i più poveri.

Ma Città del Messico è anche una città dove le amministrazioni e gli abitanti sono sempre stati più “progressisti” rispetto al resto del paese: è stata la prima a legalizzare l’aborto e il matrimonio tra le persone dello stesso sesso, l’uso terapeutico della marijuana e l’eutanasia, alcune tra le tante cose che oggi fanno la differenza.

Un giorno vado al palazzo nazionale per ascoltare Andrés Manuel López Obrador, eletto presidente nel 2018 con il 53 per cento dei voti. Speranza di molti e motivo d’irritazione per altri, López Obrador è un signore moderatamente basso, porta un vestito grigio con la cravatta rossa e ha i capelli grigi. Ha un volto comune dove spicca una smorfia strana, come se sorridesse al momento sbagliato. Sta dicendo che i messicani non sono, “come ora dicono alcuni, un popolo violento”. Sono gli effetti del neoliberismo: “La causa dell’insicurezza e della violenza è il modello neoliberista che favorisce una minoranza rapace”.

Tutte le mattine alle sette il presidente tiene una conferenza stampa, trasmessa in diretta, di una o due ore. Si rivolge a più di cento giornalisti, decine di telecamere, milioni di persone. Oggi López Obrador sale su una pedana, su uno sfondo rosso intenso, e dice che non userà mai la violenza per risolvere i problemi sociali del paese. Presenta il suo sottosegretario Alejandro Encinas, che spiega come lo stato cercherà di trovare le 40mila persone scomparse negli ultimi anni. “Il Messico è una grande fossa comune”, dice Encinas. Poi torna il presidente: fa fluire le parole con calma, come se le tessesse a mano. Sembra banale, insignificante: mi chiedo se la mancanza di carisma può essere un’espressione del carisma in un’epoca in cui i politici classicamente carismatici sono diventati sospetti.

Uno scoiattolo con la coda folta e lucida ruba un foglio di alluminio da un cestino dei rifiuti; intorno c’è un bosco pieno di eucalipti. Lo scoiattolo fa un salto: è spaventato da una voce all’altoparlante che invita la gente a sbrigarsi perché Los Pinos chiude tra un’ora. Los Pinos era la residenza presidenziale messicana, ma López Obrador l’ha trasformata in un museo e si è trasferito altrove. Il giardino è fiancheggiato dalle statue di bronzo di tutti gli inquilini precedenti. La casa principale è di marmo, piena di saloni, sale, salette, sedie a non finire, molto legno, lampadari con decine di luci e tende con decine di gigli. Senza lo splendore del potere, sembra la sala di un venditore di mobili kitsch o un bordello di lusso. I tomi dell’enciclopedia Espasa-Calpe spuntano più volte in diverse biblioteche: sono i migliori per tappare quei buchi che si chiamano scaffali. La sala da pranzo ha un tavolo lungo da trenta persone e vari lampadari.

Se il nuovo presidente voleva mettere in ridicolo la casta dei suoi predecessori, ci è riuscito a meraviglia. Non c’è nessuna ragione per cui una persona debba vivere qui. Da quando è stata aperta, la residenza di Los Pinos ha accolto più visitatori di uno qualsiasi degli altri centocinquanta musei della città. “Aprire al popolo” il palazzo del governo sembra un gesto forte, ma come quasi tutto in politica ultimamente era già stato fatto: ci pensò Lázaro Cárdenas nel 1934, quando lasciò il castello di Chapultepec, qui vicino, costruito ottant’anni prima dall’imperatore Massimiliano, dove avevano vissuto tutti i presidenti messicani. Dopo quel gesto Cárdenas nazionalizzò il petrolio e avviò la riforma agraria, due decisioni che, quelle sì, cambiarono la vita dei messicani.

Le persone giuste

Juanvilloro vuole che osservi il potere vero e mi manda a Santa Fe, e io obbedisco. Dieci anni fa Santa Fe non esisteva: è lo spazio più nuovo, più estraneo di una città che si reinventa costantemente. Da Santa Fe non passa nessuno: è alla fine della strada e ci vai solo se ci lavori, ci vivi o se sei pieno di soldi. Santa Fe è un quartiere luccicante costruito su un’enorme discarica: decine di edifici nuovissimi e carissimi e strade fatte per le auto, dove cammina solo chi le pulisce. In mezzo c’è un parco e nel parco c’è Paulina, 19 anni, che lucida un cartello con uno straccio. Viene da un paesino dello stato di Veracruz che si chiama Triunfo, ma nessuno ha mai capito perché. “Dalle mie parti c’è molta povertà. Non abbiamo nulla di quello che vogliamo”, dice. Nel suo paese c’è poca acqua e chi la vende se la fa pagare cara, ma la sua famiglia ha una piccola cisterna ricevuta dal governo dove accumula un po’ d’acqua. Quando qualcuno ha bisogno, gliela danno, perché poi dio li aiuterà. Paulina è venuta a lavorare qui per uno stipendio di 1.100 pesos (50 euro) ogni quindici giorni, ma spende molto per il tragitto fino alla stanza che affitta con la sorella. Ha anche un fratello che vive qui e un altro che è andato a nord, negli Stati Uniti. Quello è già ricco, racconta: il suocero ha una macchina e gli sta insegnando a guidare. “L’altro fratello che è rimasto non è ricco, figuriamoci, è povero”.

Il parco è immacolato. Ogni tanto si vede una foglia a terra. Ci sono un lago, un auditorium in mezzo al lago, sentieri in tartan, panchine di design, il prato ben tagliato e bar che non sfigurerebbero a San Francisco. Intorno, l’edificio più basso ha venti piani e quello più vecchio dieci anni; è probabile che nessuno costi meno di un milione, ma non tutti hanno un eliporto. Donne e uomini passano al trotto, sui pattini o con i cani, e Paulina li osserva: le scarpe da ginnastica di uno qualsiasi di loro valgono più del suo stipendio di un mese. La metà degli abitanti della città non arriva a guadagnare duecento euro al mese, molti guadagnano meno. “Prima facevo le pulizie in una casa. Non sa come mi sentivo piccola quando ero lì”, dice.

Città del Messico, febbraio 2019. Un murale con Frida Kahlo nel quartiere di Ecatepec (Héctor Guerrero, El País Semanal)

Gli edifici sono chiari, pieni di vetro e hanno forme capricciose perché i costruttori hanno imparato a prescindere dalla verticale e dall’angolo retto, e vogliono che si noti. Per decenni Città del Messico è stata una città timorosa della sua altezza, dei terremoti: costruiva case basse, ma ora si è lanciata. Paulina lucida il cartello con foga mentre le chiedo cosa desidera dalla vita. “Un ragazzo che mi dica ‘ti amo, vieni a vivere con me’, per stare con lui e avere una famiglia. Ecco quello che voglio”, dice, e arrossisce.

Se sapessi descrivere il candore del suo sorriso, potrei anche smettere di scrivere. Forse Juanvilloro mi ha mandato qui per questo: per farmi capire che non posso o, forse, perché sappia cosa vorrei.

“No, non è una città particolarmente bella. Potrebbe esserlo di più, ma noi messicani in generale abbiamo cattivo gusto, anche qui ci sono case orrende. Alla gente non interessa quello che c’è fuori da casa loro. Buttano la spazzatura ovunque, non ci fanno caso. Sai qual è l’unico modo per evitare che lo facciano? Mettere sulla porta una vergine di Guadalupe. Quella sì che la rispettano”.

Jaime parla come un fiume in piena e io lo ascolto con interesse. È economista, ha studiato in scuole e università private e straniere, e oggi si occupa di progetti energetici. Vive in una casa piena di libri e di quadri, e mi dice che i suoi vicini non hanno libri, forse solo qualche quadro. Gli abitanti del quartiere hanno case come la sua o più grandi, di centinaia di metri quadrati, con un parco, muri di cinta, inferriate alle finestre, fili spinati elettrificati e guardie del corpo. Alla porta sono appesi cartelli che dicono: “Io pago per la sicurezza della mia casa”, perché sia chiaro che per quelle strade circolano le pattuglie di vigilanza. Il suo quartiere si chiama Las Lomas di qualcosa, non è lontano da Santa Fe ed è ricco: ci sono strade vuote e sinuose, e ville. È uno spazio senza spazi pubblici a cui si accede solo se si conosce qualcuno. “Qui i bambini frequentano le scuole private, a nessuno passa per la testa di mandarli alla scuola pubblica, sarebbe impossibile. A volte sono scuole buone, ma la cosa importante è che lì si conoscono le persone giuste, quelle che poi ti potranno servire per fare affari. Il metodo più sicuro per salire nella scala sociale è poter mandare i figli a una scuola privata, c’è chi si spacca la schiena per riuscirci. I ricchi non hanno bisogno della città: la usano al massimo per arrivare in ufficio, andarsi a trovare l’un l’altro o andare a cena con i loro mezzi blindati, con tanto di guardia del corpo. Lo spettacolo davanti a tutti i ristoranti che frequentano è lo stesso: decine di guaruras (guardie del corpo) armate e con gli auricolari. In Messico la sicurezza dà lavoro a centinaia di migliaia di persone. Nessuno conosce il numero esatto, perché quattro imprese su cinque non sono registrate.

La prima cosa che comprano i soldi è lo spazio, e qui si vede meglio che altrove: c’è aria. E ci sono, ovviamente, gli stranieri

“Alcuni lo fanno per una questione di status. Se non hai due o tre guardie del corpo non sei nessuno. Ne avranno anche bisogno, ma vogliono soprattutto farsi vedere. L’auto, la guardia del corpo, sono simboli”, dice Jaime.

L’odore del mais

Tra i nuovi quartieri ricchi Polanco ormai è il più datato, con ristoranti, negozi, uffici, marciapiedi e turisti. A Polanco ci sono negozi alla californiana, strade alla californiana con persone alla californiana; ci sono scatole di metallo e vetro accanto a case in falso stile mediterraneo, toscano e francese; ci sono coppie con neonati, auto tedesche, ragazzi con le polo e ragazze con le ballerine e le collane con i crocifissi, e qualche cane. Il sole brucia. L’ufficio di Peter è proprio a Polanco. È una villa con delle sale enormi che oggi, una giornata festiva, sembrano abbandonate. “Ho molti amici stranieri, e sono tutti felici qui, senza eccezioni”, mi dice Peter. Quando era piccolo, in Svizzera, Peter (chiamiamolo così) sognava di vivere in America Latina. Pensava al Brasile, alla musica, alle donne, ma poi ha scoperto il Messico e ci è restato. È arrivato qui più di trent’anni fa come rappresentante di una banca. Con il tempo è passato alla libera professione, ha preso la cittadinanza messicana e oggi si definisce un messicano orgoglioso. O meglio, una persona con il cuore messicano e l’anima svizzera. “Qui posso vivere come se fossi in paradiso, come non potrei fare in Svizzera”. Peter ha circa 60 anni, un sorriso aperto e i capelli arruffati, i vestiti eleganti ma informali, da consulente finanziario in un giorno di festa. Tre dei suoi cinque figli vivono in Svizzera: sono ancora piccoli e lì possono crescere meglio. “In Messico devi mandare i bambini a una scuola privata, ci vogliono ore per portarceli e riprenderli, e vivono sempre dentro quattro mura: in casa, a scuola e nei club, stanno sempre al chiuso”. La sua casa è qui vicino, a venti minuti a piedi.

Uno dei privilegi dei ricchi di Città del Messico consiste nel vivere in una zona limitata, nel loro paesino: tutta o quasi tutta la loro vita si esaurisce in un raggio di pochi chilometri. Di fronte al caos e alla minaccia, il ripiegamento. “Sei preoccupato?”, chiedo. “No, non direi. La situazione è peggiorata, ma non è invivibile. Basta fare un po’ più di attenzione, non andare ovunque, scegliere gli orari. È vero, ci sono violenze e atrocità, ma non è così in tutto il paese e questo all’estero non lo capiscono. Lo stesso succede con la povertà: ce n’è meno di quanto si creda”, dice.

Juanvilloro mi ha detto che niente è più messicano di mangiare per strada, e io obbedisco. È facile: il cibo ti attacca da ogni parte. In un angolo una signora si sistema con un fornello e una pentola, i piatti di plastica e i tovaglioli di carta, e subito qualcuno si avvicina per comprare da mangiare. Se gli affari le vanno bene potrà acquistare una tenda per ripararsi dal sole, un tavolo, un piano di cottura e magari anche un ombrellone o una piastra per le tortillas. Il suo banco diventerà – quasi – permanente e lei – quasi – imprenditrice. Qui tutto trabocca di cibi, dei loro odori e della loro tentazione intensa.

“Vendo tlacoyos, gorditas, huaraches, tacos, sopes, andiamo, giovane, tlacoyos, gorditas”. Non esiste una varietà dello spagnolo, credo, più diversa dalle altre del messicano: è il più ricco di parole tutte sue, il più modificato dai suoi cinque secoli di storia intensa e da 130 milioni di persone di decine di culture. In nessun campo la lingua è più ricca di parole messicane di quello gastronomico. “Una quesadilla con la salsa di tinga, signora, per favore”. “La vuole con il formaggio o senza?”. “Beh, è una quesadilla”. “Esatto, per questo chiedo”. Non la capisco (in spagnolo queso significa formaggio), le dico che la voglio con il formaggio, poi lei mi spiega che la quesadilla si può fare con o senza formaggio. Resto a bocca aperta, ci mettiamo a ridere, le chiedo quanto le devo. “Mangia qui?”. “Sì”. “Allora paga dopo”.

Città del Messico è uno spazio fatto per mangiare, per offrire da mangiare. Ma come in ogni ambito esistono delle classi: i più poveri mangiano nei punti vendita di _ tacos_ e panini per strada; la classe media nei ristoranti che offrono un menù fisso dove per sessanta o settanta pesos (meno di tre euro) servono una minestra e un piatto di carne; e i più ricchi nei ristoranti snob, variegati, pieni di tentazioni, dove avviano o concludono qualche affare. Ma l’odore del mais è ovunque. Nella città dei mille odori ce n’è uno che le appartiene di più: quello del mais delle tortillas. È il vero odore del Messico, se ce n’è uno. Immagino che Juanvilloro voleva farmi sapere questo, che la sua città ha un odore, e di questo lo ringrazio.

Roma e la Condesa

Tutto pur di rendere realtà il verso insuperabile. Non ho mai pensato che avrei potuto onorare così il maestro Francisco de Quevedo. Mi ha sempre divertito sapere che la sua poesia più citata fosse una copia: “Nouveau venu qui cherche Rome en Rome / et Rome en Rome même tu ne trouves”, aveva scritto il poeta francese Joachim du Bellay prima che Quevedo scrivesse, molto meglio: “Buscas a Roma en Roma, oh peregrino,/ y a Roma en Roma misma no la hallas”, in Roma cerchi Roma, o pellegrino, e proprio in Roma Roma non ritrovi.

Era difficile, ma ci sono riuscito: ho trovato a Roma, nel quartiere Roma, un cinema dove vedere _Roma, _il film di Alfonso Cuarón. Più che un cinema il Tonalá è uno spazio, o qualcosa del genere. All’ingresso c’è una libreria che vende libri “con esperienza”, per non chiamarli vecchi. Si chiama, e ci mancherebbe altro, La tiendita de la nostalgia, il negozietto della nostalgia. Dentro il Tonalá ci sono poltrone spaiate, molto legno, un bancone, bottiglie, manifesti di vecchi film, ombre, vinili e la voce di Louis Armstrong che esce dagli altoparlanti. Il cinema è variopinto. Il biglietto costa meno di tre euro, due per gli studenti, e un caffè si paga un euro e mezzo.

Città del Messico, febbraio 2019. Lourdes Ruiz, nota come la regina del doppio senso (Héctor Guerrero, El País Semanal)

_Roma _è il trionfo globale che la cultura messicana aspettava da tempo, dopo essere stata vittima d’immagini orribili. E qui, al di là dei suoi quadri splendidi e della sua nostalgia, il film è servito a riconciliare molti messicani borghesi con il ricordo di essere stati serviti. “È stata una sorta di riparazione sentimentale, che ha dato la possibilità di credere che quella signora sfruttata e relegata fosse in qualche modo di famiglia”, mi dice un amico rancoroso. Mi ha sempre colpito, gli dico, la facilità con cui i messicani più o meno ricchi danno ordini e si aspettano che la gente obbedisca, la naturalezza con cui accettano che esistano persone – domestici, autisti, camerieri, portieri – che sono lì per servirli.

A duecento metri dal Tonalá, in calle Tepeji – così calma, così tranquilla, con i suoi uccellini – la casa ha già una targa commemorativa e due coppie e una donna la stanno fotografando. Anzi, si fotografano con la casa: ora le foto servono a questo. Chiunque può trovare qualsiasi immagine in rete in pochissimi secondi; la differenza è entrare in quell’immagine, dire io sono stato lì, ho fatto “l’esperienza”, costruisco memorie che nessuno ricorderà tra un paio d’anni. La casa dov’è stato girato Roma è rosa, con le inferriate alle finestre e il cartello di un’impresa di sicurezza. Vorrei suonare per chiedere a chi ci vive se non è stufo di essere disturbato, ma mi sembra una contraddizione che neanche il giornalismo può giustificare. E soprattutto: a chi importa?

Grazie al film, il quartiere Roma è diventato improvvisamente famoso in tutto il mondo. Condivide il suo ruolo con la Condesa, l’altra zona dove una classe media urbana cerca di difendersi dal caos della città. Roma e la Condesa si sono gentrificati di nuovo poco tempo fa: erano stati quasi abbandonati perché sono zone in cui i terremoti si sentono parecchio, ma ultimamente in molti hanno deciso di rischiare. Sono tornati e li hanno trasformati in una piccola città europea: un quartiere modello di piccoli bar e di alberi, di strade grandi e tranquille, di spazi pedonali, di case ed edifici bassi, di cibo biologico e droghe leggere, di biciclette, stile di vita hipster e poca fretta.

In ogni caso sono stanco di vedere capelli corti, barbe lunghe e cani: i marchi di Roma e della Condesa. Il tutto accompagnato dal legno grezzo, dalla carta da pacchi e dai cartelli sulle bacheche di legno che ultimamente hanno l’aria così naturale. Ma ci restano questa calma e questo silenzio interrotto solo dal canto di qualche uccello, il fischio dell’arrotino, l’altoparlante del venditore di tamales di Oaxaca e le sirene della polizia.

Città del Messico, febbraio 2019. Una partita allo stadio Azteca (Héctor Guerrero, El País Semanal)

“Ogni volta che esco da qui mi viene l’angoscia. Queste strade sono così secche, così nude”, mi dice un hipster a Roma. Anche gli alberi sono un privilegio di classe. La città povera non ha alberi, poveretta.

“La zona occidentale della città ha undici metri quadrati di verde per abitante; quella orientale meno di uno”, mi ha detto la sindaca Sheinbaum. Il tempo sarà anche denaro, ma il denaro è sicuramente spazio. La prima cosa che comprano i soldi è lo spazio, e qui si vede meglio che altrove: c’è aria. E ci sono, ovviamente, gli stranieri: si sentono molte voci che parlano in lingue diverse. Questi quartieri sono la meta dei giovani statunitensi o europei che inseguono il mexican dream, il sogno messicano: una città molto più economica di Parigi o New York, con un clima migliore, dove le cose (pensano loro) sono reali, dove c’è una buona scena culturale, si mangia bene e ci sono comodità, privilegi e droghe che non troverebbero nei luoghi di origine: gelati all’hashish, funghi allucinogeni al cioccolato, caramelle gommose di lsd. Il telelavoro o il conto di papà gli consentono questo e molto altro, e sono quasi felici.

A Roma e alla Condesa ci sono cinema, bar e librerie, ma i grandi centri culturali – i musei incredibili, l’auditorium, i teatri, le università e le biblioteche – sono altrove. O dappertutto: Città del Messico è un caos e al tempo stesso è la città di lingua spagnola con l’offerta culturale più vasta.

Juanvilloro mi manda allo stadio Azteca, un luogo fondamentale del calcio mondiale, e io obbedisco. La partita di oggi è di quelle minori: l’América (uffa, la squadra di Televisa), a metà classifica, gioca contro l’ultima, il Querétaro. È sabato pomeriggio e c’è il sole. Non ho il biglietto. All’ingresso una ragazza sui vent’anni, con i jeans molto stretti, me ne vende uno a 250 pesos, circa 11 euro, invece di 280. “Non è un grande affare, no?”, le dico. “Non creda. Non lo sarebbe se lo pagassimo quel prezzo”, spiega la ragazza, e ride. Ha degli amici nello stadio che le vendono i biglietti a un prezzo ridotto. “A quanto?”, chiedo. “A 180 pesos”, risponde.

C’è poca gente. Entrare è comodo, i controlli e le perquisizioni sono una formalità. Lo stadio Azteca è all’antica: si vedono le nervature e il cemento, e i corridoi sono lunghi e faticosi. Poi esco sugli spalti e c’è il deserto: siamo sei o settemila persone in uno stadio che può contenerne 90mila. Il prato è rado, gli spalti vuoti fanno impressione e la partita è molto noiosa. Pochi cantano e cantano poco. Il rumore è a carico di un paio di bande di tamburi. Ma è un rumore estraneo, posticcio, acquistato. Nel frattempo i giocatori fanno il loro lavoro quasi bene: in quel quasi c’è l’abisso. All’improvviso mi sembra che fino a poco tempo fa il calcio fosse tutto così, e che ora vedere in tv i prescelti del denaro che giocano in Europa abbia creato delle aspettative diverse, cose che non sono mai esistite e non potrebbero esistere senza un miliardo di euro all’anno.

Ma sono allo stadio Azteca e allora mi concentro sul posto: qui si sono svolti i due momenti più ricordati della storia del calcio, senza messicani di mezzo: qui ha giocato quella che generalmente è considerata la squadra migliore, il Brasile del 1970; e qui sono stati segnati i due gol più famosi, quelli di Maradona contro l’Inghilterra nel 1986. Mi domando quale sia la porta: alla fine decido per una delle due e la fisso a lungo. È strano vedere nella realtà una cosa che hai visto così tante volte in foto, nei video e in ricostruzioni varie. Come chi arriva in un posto dove sono successe cose importanti della sua vita, ma dove non è mai stato: come chi va per la prima volta nel luogo dove si sono conosciuti i suoi genitori. L’anno prossimo allo stadio Azteca, dovrebbero dire i fedeli (ancora) di Maradona, come noi ebrei abbiamo detto per secoli: questa è la Gerusalemme da cui siamo stati espulsi, dove non siamo mai più tornati. Non so se Juanvilloro vuole parlarmi di questo, del passato che non torna, di come il Messico produce così tanti miti o della microcorruzione che mi ha permesso di entrare.

Simboli che cambiano

Juanvilloro mi manda a plaza Garibaldi. Non penso che voglia farmi ascoltare i mariachi, così obbedisco. All’ingresso della piazza c’è un albergo che offre “camere con acqua calda, tv, lenzuola e asciugamani puliti”, ma in un altro cartello avvisa: “Chiunque sia sorpreso nell’atto di trafficare o consumare stupefacenti sarà consegnato alle autorità competenti”. Poi una farmacia chiamata Vida y salud propone “Viagra a 195 pesos”.

Molti poliziotti girano a gruppi di tre, la piazza è grande, impersonale, cacofonica. Abbondano i signori con i pantaloni stretti e i gilet corti, tutti neri o tutti bianchi, sempre impeccabili, con sombreros _grandi, fazzoletto al collo e stivali a punta. Da decenni ripetono le stesse canzoni cantando in falsetto e accompagnandosi con _guitarrón, violino, tromba e fisarmonica. E in cambio delle loro canzoni sperano di ricevere qualche moneta. Nella piazza le canzoni si sovrappongono e s’inseguono, spesso sono le stesse e parlano di un signore che non ha nulla ma è sempre il re. Sono quasi tutte lamentose. Molte le ha scritte un uomo che non sapeva una parola di musica ed è morto prima dei cinquant’anni per una cirrosi galoppante. Questi uomini con i pantaloni stretti che le cantano rappresentavano la messicanità nella sua accezione più rancida, l’idea che lo spirito nazionale è nelle cose più vecchie, che ci sono sempre state, e va preservato contro qualsiasi cambiamento. Erano un’immagine del Messico nel mondo: maschi che si lamentano in falsetto.

A Tepito tutto è cominciato con un errore colossale del governo, che ha lanciato la “guerra contro il narcotraffico”

Oggi quest’immagine è cambiata, e sospetto che Juanvilloro mi abbia mandato a plaza Garibaldi per questo. Qui nel settembre del 2018 degli uomini vestiti da mariachi hanno tirato fuori le mitragliatrici dalle loro custodie per chitarre e hanno ucciso varie persone. È stato uno dei tanti massacri compiuti dal narcotraffico che oggi sono la ragione principale per cui si sente parlare del Messico nel mondo. Stasera in piazza, come ogni sera, quei signori insistono. Però sanno, immagino, di non essere più un simbolo ma un’espressione altisonante di cose dimenticate. Quel giorno di settembre a sparare sono stati i sicari dell’Unión Tepito. Volevano riprendersi la piazza, un punto fondamentale per lo spaccio di droga, che gli era stata tolta dalla gang rivale, la Fuerza anti Unión. Fino ad allora Città del Messico non aveva mai vissuto esecuzioni nella pubblica piazza, frequenti in altre zone del paese.

Héctor de Mauleón, grande cantastorie della città, mi racconta la storia dei padroni di Tepito. Tutto è cominciato con un errore colossale del governo, che ha lanciato la “guerra contro il narcotraffico” decapitando i cartelli per indebolirli; in mancanza dei loro capi, i secondi e i terzi e i quarti nella catena di comando hanno cominciato a contendersi il potere e la violenza è cresciuta senza freni. È stata l’origine di una spirale d’inventiva che andava oltre la morte: non bastava più uccidere un rivale per scoraggiare gli altri; bisognava decapitarlo, farlo saltare in aria, appenderlo a un ponte, squartarlo e distribuirne i pezzi per il quartiere per cercare di ottenere qualche effetto. Nell’immaginario di questi ragazzi, la morte è diventata uno spazio di ricerca.

Negli ultimi dieci anni nel paese ci sono stati circa duecentomila omicidi, e quasi tutto è cambiato radicalmente. Qui a Tepito, nella centrale di distribuzione di droga della città, quando i militari hanno ucciso un tale Arturo Beltrán Leyva, che controllava la regione, i suoi sgherri si sono lanciati alla conquista del territorio. Allora un certo La Barbie (biondo, bello e con gli occhi azzurri), che aveva cominciato come sicario, ha ucciso abbastanza persone da ottenere il potere e ha formato l’Unión Tepito. Il suo potere è stato effimero. I combattimenti proseguono, i boss continuano a uccidersi e il loro livello a scendere, così come la loro età e le loro qualifiche: ora il capo – sempre provvisorio – non è chi gestisce un sistema, ma chi ha ucciso il leader precedente. La stupidità e la violenza sono servite.

“La crescita di queste bande criminali ha ripercussioni su tutta la città e su tutti i suoi aspetti: sono aumentati i furti e le rapine, e non c’è reato che resti fuori dalla loro giurisdizione. Dove nasce un punto di vendita di droga, la vita si complica. Questi negozietti sono dappertutto. Può essere anche la signora delle quesadillas, come quella all’angolo”, mi dice Mauleón. Aggiunge che tutto è aggravato dal fatto che la polizia ha perso autorità: “Un capo della polizia ha detto a un amico che prima anche loro avevano un piede nella malavita, ma erano rispettati: ‘Qualche anno fa se andavo a Tepito tutti si precipitavano da me per chiedermi cos’era successo. Quando dicevo a quegli stronzi che c’era stato un furto o uno stupro a Roma e che volevo sapere chi era il figlio di puttana, mi dicevano comandante non si preoccupi e me lo portavano subito. Oggi, invece, se mi presentassi a Tepito non ne uscirei vivo’”.

Dopo averle benedette, i fedeli si piazzano con le loro sante per strada. Accendono candele in loro onore, fumano, bevono, si drogano

Ma Tepito è, soprattutto, un immenso mercato. Penso che al di fuori dell’Asia non esistano mercati più grandi di quelli messicani: una combinazione di odori, colori, grida, riti e falsificazioni. Questi mercati sono l’emporio dei marchi falsi: falsificare un marchio è l’omaggio più grande. Anche se ne ho sentito parlare, non credo che ci siano davvero aziende che si autofalsificano per evitare il disonore di non essere copiate da nessuno. Ci sono banchetti ovunque, letteralmente per chilometri, e un paio di pantaloni venduti come Levi’s possono costare 130 pesos (sei euro), delle lenti a contatto blu “occhi di bambola” meno di quattro euro, un presunto paio di scarpe da ginnastica Nike quasi sette, un dvd di Roma, di Narcos o porno cinquanta centesimi, sei _tacos _altri cinquanta, un tanga colorato quasi ottanta, un frac completo con tanto di gilet verde pappagallo 25 euro, un cucciolo di chihuahua solo sei. Sono mercati indispensabili: consentono a più di metà della popolazione, i poveri, di vestirsi e intrattenersi. Di consumare. Anche negli acquisti c’è la consueta divisione: i più ricchi comprano nei negozi di Polanco o di Las Lomas; la classe media nei negozi degli altri quartieri; la maggior parte delle persone in queste bancarelle. Ovviamente si trovano anche tutte le armi e le droghe di cui si possa avere bisogno.

Ginnastica mentale

Mi muovo schivando bambole, zaini e mutande appese ad altezza occhi. L’odore del mais fa a gara con quello del maiale fritto, della folla, dei profumi scadenti; i rumori si mescolano– musiche, venditori, trattative – e cambiano lungo la strada. Un po’ più avanti, al banco che vende materassi, camicie e magliette, regna la regina del albur, del doppio senso. Al banchetto delle magie, dietro le immagini di santi e di demoni, qualche lupo, qualche diavolo, l’olio puro di ragno, il pipistrello secco, il pesce palla gonfio, un ragazzo di vent’anni con lo sguardo perso e il volto scavato mastica con devozione dei semi di zucca.

La regina si chiama Lourdes Ruiz, è nata e vive a Tepito, e fin da bambina si è appassionata a questa strana modalità del linguaggio che i messicani da queste parti chiamano _albur _(Lourdes Ruiz è morta il 13 aprile, pochi giorni dopo l’uscita di questo articolo). Consiste nel dare a tutto ciò che si dice un doppio senso, nel parlare dicendo molto di più.

“Se dicevo una parolaccia a casa mi lavavano la bocca con il sapone. Quindi ho imparato a parlare senza che mi capissero. È quasi una strategia di sopravvivenza, un modo per dire quello che non si deve dire”, spiega. Era una cosa da uomini: i suoi doppi sensi sono pieni di allusioni sessuali. “La gente non ascolta. Quando una persona ascolta davvero gli altri, ci trova dei sensi incredibili. Se sapessero di che sciocchezze parlano”, dice la regina. L’albur, mi spiega, non è solo un modo di parlare: è, prima di tutto, un modo di ascoltare e di scoprire in ogni frase i suoi sensi possibili. La regina, con i tratti indigeni e le mani rugose, mi spiega alcuni meccanismi, si diverte, dice che è uno spasso, e sembra che le piaccia davvero. “L’_albur _è una ginnastica mentale, mette in funzione i due emisferi del cervello, spinge a pensare alle cose nascoste che si dicono quando si parla. “Ma non è estremamente faticoso?”, chiedo. “No, è divertentissimo. Mi piace che non sanno cosa dico, ma sono sospettosi e mi ascoltano in un altro modo”.

La regina ride sempre, mi mostra il libro dove spiega il suo sistema, Cada que te veo, palpito, e mi racconta quanto le è costato imporsi in un mondo di uomini, come hanno cercato di combatterla e come, a colpi di doppi sensi, lei li ha sconfitti. “C’era un alburero famoso che mi voleva sempre zittire. Una volta gli ho detto davanti a un sacco di gente: ‘Senti bello, vuoi solo penetrare senza essere penetrato?’. L’_albur _non serve ad aggredire, ma a divertirsi”. Ogni tanto arriva qualcuno che vuole farsi una foto con lei. È molto famosa ed è attaccata al suo quartiere: Tepito ha una pessima fama, dice, ma è ingiusta. “Qui è tutto molto tranquillo se ti fai gli affari tuoi ed eviti certe zone. Di notte non c’è niente da fare per strada, quindi basta restare a casa. Ora tutti parlano di Tepito, dicono che ci sono molti omicidi. Non si rendono conto che tutto il Messico, tutta la repubblica, è diventata il Tepito del mondo”.

Una frase perfetta

Due uomini grandi e muscolosi seduti su una panchina, con scarpe e vestiti da ginnastica, la barba corta, guardano con un’espressione di allerta altri due tipi – grassi, vestiti di nero, con i caschi – che arrivano in moto e li osservano senza scendere, girandogli intorno.

“Si vede, si sente, la morte è presente!”. Gridano, saltano e si guardano in cagnesco. Saltano più in alto, gridano, minacciano: “Si vede, si sente, la morte è presente!”. Ci sono sguardi torvi, volti difficili, bruschi, brutali, segnati dalla vita. Volti che mettono paura, volti fatti per mettere paura, volti che hanno già avuto paura ma non possono dirlo, perché non è una cosa da uomini. Volti di odio, di tristezza, di speranza e corpi rotti, lavorati, molto usati, tatuati, screpolati, smunti, corpi che hanno vissuto molte più cose di quelle che dovrebbero vivere i corpi. “Si vede, si sente!”. E le bocche senza denti, i travestimenti approssimativi, i trucchi rozzi, gli odori proibiti, le voci alterate, ebbre, annientate e una gamba che manca, due braccia pure, quelli che vanno in ginocchio, quelli che piangono e ognuno con la sua santa in braccio, con la sua morte in braccio. La santa Morte è la patrona ufficiosa di Tepito: l’epicentro del suo culto è qui.

“Ma ti può aiutare a uccidere qualcuno?”, chiedo. “La santa ti può aiutare in tutto quello che le chiedi”, dice un ragazzo dallo sguardo intenso. Ognuno porta la sua santa Morte in braccio: un cadavere con la falce ben sistemata, il teschio arcigno, il manto scuro. Alcune misurano venti o trenta centimetri, altre due metri; sono fatte di gesso, ossa, metallo. Tutti le mostrano con orgoglio. Le hanno portate a far benedire, a presentarle alla santa originale perché le benedica. Facciamo la fila fino a quando non arriva il nostro turno di passare davanti all’altare, piccolo e traboccante di cimeli. Un tempo era un culto segreto, ormai lo conoscono tutti. L’altare è dietro a un vetro e mostra una donna vestita da sposa. La santa Morte è chiamata anche “bambina bianca” o “la magra”. Passiamo velocemente, usciamo sollevati, benedetti e torniamo alla processione, che consiste nel camminare con la santa in braccio e incrociarsi con gli altri, guardarli, paragonare le sante e gettare sulle altre, in segno di amicizia, una goccia di liquore o il fumo di una sigaretta o uno spray con su scritto Vieni denaro, Apristrada o Contro i nemici. Qualcuno, che dice di chiamarsi El Ojón, ci segue dall’inizio e si sta prendendo cura di noi. Se qualcuno ci disturba possiamo chiamarlo, dice, ma non è chiaro se lui sia la protezione o la minaccia.

“Non ho fatto niente di grave, ce l’ho solo perché si prenda cura di me e non mi faccia ricominciare con la droga. La tengo all’ingresso di casa così è la prima cosa che si vede entrando. E se qualcuno viene per farmi del male, la vede e dice: ‘Ah, questo è più protetto di me, meglio lasciar perdere’”, mi spiega un ragazzo sdentato, con i capelli stopposi. Dopo averle benedette, i fedeli si piazzano con le loro sante per strada. Restano lì, accendono candele in suo onore, fumano, bevono, si drogano, coprono il suo manto con banconote da un dollaro. Un ragazzo mi dice che è stato in carcere per troppo tempo, che la santa lo consolava e alla fine l’ha fatto uscire. “In che senso ti ha fatto uscire?”. “Mi ha fatto uscire, amico. Basta domande”. E io, ovviamente, non ne faccio più.

Città del Messico è questa violenza e questi insulti, questa disuguaglianza e questa cultura, queste parole e questa musica, sette secoli e milioni di auto, di corpi e di rumori, la capitale più grande della lingua spagnola. È la città per eccellenza. Una città è materia che trabocca, energia in movimento incontenibile, folle, macchine e soldi che si muovono, ansie, appetiti, paure che si muovono per niente, per continuare a muoversi. Un’enorme quantità di energia per creare più energia da spendere per creare più energia per. Alcuni lo chiamano capitalismo, altri vita. La città non si ferma mai. Ma la Terra, a volte, sì.

Quel pomeriggio finalmente sono entrato nel grattacielo che ballava a Tlatelolco. Al primo piano una mostra permanente ricorda che proprio lì, in quella piazza che si vede dalle finestre, il 2 ottobre 1968 il governo messicano fece uccidere centinaia di studenti. La piazza si chiama delle Tre culture, e si vedono: uno splendido tempio azteco, una chiesa cristiana annerita, un complesso residenziale dell’ottimismo degli anni sessanta. Manca la quarta cultura, quella attuale, che non compare sui testi patriottici. In piazza ci sono dei ricordi: nel 2018 si è compiuto mezzo secolo da quelle morti e qualcuno ha scritto su un muro una frase perfetta: “Neanche un minuto di silenzio”. Che invidia, che sintesi. ◆ _ fr_

**Martín Caparrós **è un giornalista e scrittore argentino. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è _Amore e anarchia _(Einaudi 2018).

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Questo articolo è uscito sul numero 1318 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati