Quando Luis Parodi è rientrato dalle ferie, ha dovuto affrontare uno sciopero. Il 19 agosto 2019 alcuni lavoratori lo aspettavano davanti all’ufficio per consegnargli una lettera con le loro ragioni. “Domani mattina faremo una riunione per parlarne tutti insieme”, gli ha promesso Parodi.

“Funziona sempre così?”, gli chiedo stupita. Parodi, carnagione scura, occhi color nocciola e barba brizzolata, dirige l’unità 6 di Punta de Rieles, un grande penitenziario alla periferia di Montevideo, e i lavoratori in sciopero sono i detenuti.

“Sì, funziona sempre così: discutiamo fino a quando troviamo un accordo. A volte sono io a cedere. L’educazione passa sempre dalla discussione”, spiega Parodi, che non ha l’atteggiamento distante e da burocrate tipico di un dirigente penitenziario. L’unità 6 di Punta de Rieles si trova nella zona nordorientale della capitale dell’Uruguay, a quattordici chilometri dal centro. Dopo essere passati sotto uno scanner a raggi x e aver superato i controlli di sicurezza all’entrata, i visitatori si trovano davanti a un prato verde e a molti alberi. Appena ci si lascia alle spalle la recinzione che separa la libertà dalla reclusione – una recinzione sottile, protetta in alto dal filo spinato – l’idea di prigione si dilegua e al suo posto si schiude un orizzonte di trentanove ettari di spazio aperto.

Voltare pagina

Panche di pietra, altalene per i bambini, sedie e tavoli di cemento o ricavati da vecchi pneumatici animano la piazza principale, dominata da un grande albero sotto cui c’è quasi sempre qualcuno che beve mate o chiacchiera. Dalla piazza si vedono il campo da calcio, un autobus colorato dove un tempo c’era un parrucchiere e che ora funziona come sala prove per i percussionisti, un’area per le visite, spazi per camminare, una zona per fare sport, un centro sanitario e le due arterie principali: la strada industriale, con alcune fabbriche che producono blocchi di cemento, e quella commerciale, con una pizzeria, dei forni, delle pasticcerie, una lavanderia e altre attività gestite dai detenuti.

Washington Fernández – sguardo sveglio, occhiali rettangolari, barba ben curata e capelli castani – vende pizza in un piccolo locale con quattro sedie e un tavolo. Si chiama Picante, l’ha fondato quattro anni fa e oggi ha due dipendenti. Dietro il bancone del negozio chiuso, Fernández mi spiega perché i detenuti sono in sciopero. Mentre Parodi era in ferie, il personale penitenziario e la polizia che gestisce il dipartimento del lavoro hanno violato alcune regole che erano state concordate. Quando avviano un’attività, i detenuti hanno novanta giorni di prova per vedere se funziona, ma il personale penitenziario ha deciso di chiuderne alcune prima della scadenza, senza ragioni apparenti, aumentando da trenta a novanta giorni il tempo che un detenuto deve restare senza lavorare se rinuncia alla sua occupazione. A quel punto i lavoratori hanno deciso che la cosa migliore fosse indire uno sciopero, una misura che non avevano mai adottato da quando Parodi è diventato direttore del carcere, nel 2012. Ora il sindacato chiede al direttore di tornare alla normalità e di prendere in mano la situazione. “Come detenuti dobbiamo rispettare alcune regole, ma a volte quelle stesse regole giocano a nostro favore”, afferma Fernández, convinto che il direttore gli darà ragione.

“Va bene, cominciamo”, dice Parodi, con l’aria di chi sa che sta per cominciare una trattativa difficile. Washington Fernández prende la parola: “Hanno violato i nostri diritti sul lavoro”, dice.

Parla in tono tranquillo, come il direttore. La maggior parte dei lavoratori presenti nell’ufficio annuisce quando Wash­ington espone i suoi argomenti in modo pacato. Durante la discussione qualcuno alza la mano per intervenire.

La cosa importante non è il successo dell’attività, ma quello che s’impara

“Il reinserimento non è possibile senza un sostegno”, dice Rolando Bustamante, titolare di una fabbrica di cemento.

“Non ci aiuta far restare qualcuno senza lavorare per tre mesi”, conferma Parodi, dandogli ragione.

La riunione finisce dopo poco più di mezz’ora. Il direttore ha proposto una soluzione per ogni problema, e tra qualche settimana si riuniranno di nuovo per valutare se la situazione è migliorata.

Parodi ammette che l’esercizio della democrazia non sempre è facile, perché i detenuti arrivano da altre prigioni in cui le condizioni sono molto diverse. Punta de Rieles non è la normalità, ma una delle poche eccezioni in un sistema disfunzionale che punisce chi sbaglia invece di dargli un’altra opportunità. L’Uruguay, con 316 detenuti ogni centomila abitanti, è il paese latinoamericano con la percentuale più alta di detenuti e il trentunesimo al mondo. A luglio del 2019 in questa piccola repubblica di poco meno di 3,5 milioni di abitanti, più di undicimila persone erano state private della libertà. Il sistema uruguaiano è sempre stato punitivo e ha usato il carcere come misura cautelare per qualsiasi reato. Oggi il paese sta cercando di voltare pagina. Nel 2017 è entrato in vigore un nuovo codice di procedura penale che è passato dal sistema inquisitorio a quello accusatorio e prevede processi orali e pubblici, basati sulla presunzione d’innocenza.

“Era una riforma necessaria perché l’Uruguay, un paese moderno e rispettoso dei diritti umani, non poteva permettere che i processi penali restassero arcaici”, afferma Ana Juanche, direttrice dell’Instituto nacional de rehabilitación, incaricato della gestione del sistema penitenziario. Nel 2018, però, Amnesty international ha denunciato il ricorso eccessivo alla custodia cautelare e a gennaio del 2020 le Nazioni Unite hanno richiamato l’Uruguay, invitandolo a migliorare le condizioni di alcuni penitenziari e a offrire programmi di riabilitazione per ridurre il tasso di recidiva. Nel rapporto del 2018 Juan Miguel Petit, il commissario parlamentare per il sistema penitenziario, un funzionario che controlla la situazione delle prigioni del paese e orienta le scelte del governo, ha detto che in Uruguay ci sono prigioni in cui i detenuti sono sottoposti a trattamenti crudeli, disumani o degradanti, altre in cui mancano le condizioni per favorire l’integrazione sociale e infine alcune che offrono ai detenuti opportunità d’integrazione. Solo il 26 per cento dei penitenziari rientra nell’ultimo gruppo, e Punta de Rieles è uno di questi.

Secondo Parodi, l’Uruguay è un paese “schizofrenico perché è estremamente punitivo in alcuni ambiti e molto democratico in altri”. Punta de Rieles ha saputo ricreare il clima di un piccolo paese offrendo ai detenuti una vasta scelta di opportunità di lavoro, istruzione e cultura.

Un giorno di visite nel carcere di Punta de Rieles, maggio 2019 (Matilde Campodonico, Ap/Lapresse)

Per riprodurre quello che c’è fuori, a Punta de Rieles ci sono alcune regole che riguardano questioni all’apparenza banali: per esempio i vestiti sono appesi ad asciugare negli spazi comuni, l’accesso a internet è libero, si possono tenere i cani e c’è l’abitudine, quasi obbligatoria, di salutare le persone che si incrociano. Poi ci sono regole più importanti, come i processi democratici e il diritto al lavoro, all’istruzione e a sbagliare. “Sono cose che ti fanno sentire di più una persona”, dice Washington. Appena è arrivato a Punta de Rieles ha cercato un thermos e del mate. “La differenza più grande è che, quando smetto di lavorare, invece di tornare a casa rientro in cella”, dice. È l’aspetto della quotidianità che si allontana di più dalla vita fuori da queste mura: i detenuti dormono nei letti della prigione o in nove casette adibite a celle che hanno tra le 14 e le 16 stanze da quattro e sei posti.

Due sognatori

La cella di Federico González, un ragazzo di 33 anni che in prigione ha cominciato una carriera da rapper, ricorda la camera di un ostello per viaggiatori zaino in spalla. “Sei nella cella migliore”, mi dice uno dei ragazzi che ci vive. Ci sono due letti a castello con materassi vecchi, un televisore, un frigorifero e dei cappelli appesi alle pareti. Nella zona comune c’è un lavandino, un piccolo stenditoio improvvisato e alcune strutture di legno per fare ginnastica. Bastoni, lattine di vernice e pietre sono i pesi con cui i ragazzi si allenano quando non possono andare in palestra. Le celle non si chiudono mai, mentre le casette e le altre zone della prigione sì: tra le 17.30 e le 18.30 devono essere tutti dentro fino alla mattina del giorno dopo.

I mercoledì e nel fine settimana i familiari hanno il permesso di muoversi liberamente in questo spazio. Il carcere si riempie di genitori che giocano con i figli, di coppie che parlano tranquillamente e di famiglie che mangiano insieme in uno dei locali della strada commerciale. “Spesso nelle altre prigioni i legami con la famiglia si allentano perché è difficile raggiungerle, è umiliante entrare ed è brutto per chi sta dentro farsi vedere in quello stato”, dice l’architetto Diego Morera, che ha lavorato a un progetto di partecipazione collettiva per le carceri uruguaiane.

Molte delle 505 persone che vivono nell’Unità 6 lavorano, studiano o fanno entrambe le cose: 213 detenuti studiano e 363 sono impiegati in attività imprenditoriali che hanno avviato loro stessi o alle dipendenze di un imprenditore. Secondo la psicologa Natalia Laino, il tentativo di Punta de Rieles di riprodurre il mondo esterno dimostra l’assurdità di punire le persone con il carcere: se portando nella prigione quello che c’è fuori il sistema funziona, se i detenuti lavorano, guadagnano e si adattano alla loro routine quotidiana, qual è il senso del carcere? “La società ha deciso che i detenuti devono essere puniti, noi possiamo intervenire solo sull’uso del tempo e sulla libertà di movimento”.

Il lavoro nel carcere è fondamentale nello sviluppo dell’identità personale e una scommessa per evitare le recidive. Parodi lo sa bene: aprire un’attività a Punta de Rieles è facile e serve a scontare più velocemente la condanna. Si comincia con una lettera che il detenuto invia al dipartimento del lavoro perché valuti la sua proposta. “Poi c’è una discussione accesa tra educatori ed economisti”, dice Parodi. “L’economista pensa sempre che i progetti non siano fattibili, ma per l’educatore quello che conta è il valore dell’esperienza”. La cosa importante non è il successo dell’attività, ma quello che s’impara. “Quello che succede qui deve avere un collegamento con l’esterno”, dice
Parodi.

Uno strumento essenziale in questo percorso è il fondo solidale, una sorta di banca interna alla prigione che presta soldi ai detenuti imprenditori, per avviare un’attività o per qualsiasi altro tipo d’investimento. Ogni settimana i direttori della banca (una commissione di tre detenuti eletti ogni anno e un addetto del personale penitenziario, l’unico che può toccare i soldi) controllano le proposte e decidono a chi prestare i soldi e come dovranno essere restituiti. La banca crea anche dinamiche di gruppo: i detenuti ricevono i soldi e s’impegnano a versare il 10 per cento dei loro profitti al fondo affinché altri compagni possano avere le stesse opportunità.

Gilbert Airala, uno dei detenuti che ha dato vita all’idea della banca, oggi è tra i proprietari della panetteria Gigor. “Lui vendeva il pane, io il legno”, dice ridendo. Si riferisce al cugino e socio, perché prima di essere un forno lo spazio era un piccolo laboratorio di falegnameria. Insieme hanno investito fino all’ultimo peso in quest’attività. L’idea di due detenuti sognatori è diventata l’attività imprenditoriale di due persone libere quando Gilbert e Hebert sono usciti di prigione. Oggi Gigor produce dalle duemila alle 2.500 forme di pane al giorno che si vendono nei supermercati e nei negozi di alimentari del paese. Quasi ogni giorno i due cugini tornano in carcere, dove danno lavoro a circa quaranta detenuti.

A Gilbert brillano gli occhi quando parla di come si è trasformata la sua attività. Quello che è cominciato solo per motivi economici è diventato un impegno molto più importante: offrire un’opportunità a chi non l’aveva mai avuta, formare le persone per farle uscire dal circolo vizioso.

“In carcere ti aggrappi a un’ideologia. Cos’è considerato bene dietro le sbarre? Essere un ladro. Allora fai il ladro, e giustifichi il tuo atteggiamento con un’ideologia”, dice. Ma a Punta de Rieles tutti vogliono lavorare. “Chi entra qui dev’essere orgoglioso di lavorare. Bisogna lasciarsi alle spalle tutte le cose che prima sembravano importanti. Sai cosa succede nelle altre prigioni? Si esce ladri. Sai cosa succede qui? Si esce lavoratori”.

Secondo Juan Miguel Petit, il problema principale delle prigioni uruguaiane è la mancanza di attività, che spinge i detenuti in una spirale di violenza: “La dignità è poter fare quello che ti fa stare bene e che non è antisociale. Le persone non si uccidono tra loro, non commettono reati, non si aggrediscono se i loro diritti sono rispettati”.

Vestiti appesi

Federico González indossa una tuta, il cappello al contrario e un paio di orecchini d’oro. È arrivato a Punta de Rieles con un progetto chiaro in mente: cominciare una carriera musicale. Per prima cosa ha smesso di prendere droghe. Quando ha chiesto il trasferimento gliel’hanno rifiutato, poi la responsabile del suo caso ha pensato che a Punta de Rieles avrebbe avuto più strumenti per realizzare il suo sogno. E aveva ragione. Kung Fú Ombijam, il nome d’arte di Federico, è uscito centinaia di volte dal carcere per esibirsi nei locali di Montevideo, anche nel teatro Solís. Nelle canzoni racconta le sue esperienze e i suoi errori. E a Punta de Rieles dirige un programma radiofonico e tiene un workshop sul rap, uno dei tanti che ci sono nel carcere.

“Volevo fare soldi facili / credevo di sapere tutto, ho rovinato la mia vita. / Ora cerco di migliorarla, di aumentare le mie conoscenze / imparare da quello che vivo e crescere con quello che ho. / Così è passato il tempo, ho messo la testa a posto / una matita e un pezzo di carta mi hanno cambiato la mente. / Sedici anni da carcerato per vivere nel presente / ho fatto clic, ho deciso di cambiare / non potevo finire la mia vita qui”.

“Nei posti che non funzionano non si trovano le persone peggiori, ma le condizioni peggiori. Se cambiano le condizioni cambiano le persone”, assicura Petit. La maggior parte dei detenuti con cui parlo è d’accordo con Federico: non è il carcere di Parodi a cambiare le persone, il “clic”è individuale. L’unità 6 offre a queste persone gli strumenti per poter sviluppare comportamenti simili a quelli della vita fuori dal carcere. Gli errori e i successi fanno parte del processo.

Parodi mi corregge quando gli chiedo perché il modello di Punta de Rieles non è replicato altrove: “La vera domanda è: perché in altre prigioni non si applicano i princìpi fondamentali di rispetto del diritto?”. Rivolgo la stessa domanda a Petit. “Per le autorità riprodurre esperimenti come questo è una sfida”, dice. “L’Uruguay è un paese piccolo, e a volte è difficile riconoscere le cose buone. Se succedesse in Spagna ci sembrerebbe straordinario e prenderemmo un aereo per andare a vederlo, ma siccome succede qui pensiamo che non sia così importante”.

La sua risposta mi torna in mente mentre passeggio per il carcere qualche settimana dopo lo sciopero. La vita è tornata alla normalità: i detenuti lavorano, giocano a calcio o guardano la partita. In lontananza si sente il suono ritmato dei tamburi di candombe. Dalla finestra dello studio di Parodi si vedono le celle e un campo verde con dei vestiti stesi alle recinzioni.

“Chi lava i vestiti?”, chiedo.

“I detenuti, a mano”, dice il direttore. “Un buon carcere è quello in cui ci sono dei vestiti appesi, perché vuol dire che nessuno li ruba”. ◆ fr

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Questo articolo è uscito sul numero 1350 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati