Il sindaco di Milano ha respinto l’invito a rimuovere da un parco pubblico la statua di un giornalista italiano che ammise di aver comprato una bambina eritrea di 12 anni per farne la sua sposa durante l’occupazione italiana degli anni trenta.

In un video pubblicato su Facebook, Giuseppe Sala si è detto disorientato dalla “leggerezza” con cui Indro Montanelli, durante un programma televisivo del 1969, confessò di aver acquistato la bambina dal padre, ma ha poi aggiunto che “le vite vanno giudicate nella loro complessità” e sostiene che la statua dovrebbe rimanere lì dov’è. “Montanelli è stato più di questo, è stato un grande giornalista che si è battuto soprattutto per la libertà di stampa, un giornalista indipendente e forse per tutti questi motivi è stato gambizzato”, ha aggiunto Sala riferendosi all’attentato contro il giornalista compiuto nel 1977 dalle Brigate rosse.

La statua di Montanelli, che si trova in un parco che porta il suo nome nei pressi del luogo in cui subì l’attentato, è finita al centro delle proteste italiane ispirate dal movimento Black lives matter, che ha riportato l’attenzione sul passato coloniale dell’Italia. Oltre a comprare la bambina dodicenne quando aveva 26 anni, Montanelli guidò un battaglione composto da cento eritrei all’epoca del dominio coloniale fascista.

Il 14 giugno alcuni attivisti hanno coperto la statua di vernice rossa e scritto le parole “razzista” e “stupratore” sulla base del monumento. È la prima volta che il passato di Montanelli è giudicato in modo così duro. “A Milano ci sono un parco e una statua dedicati a Indro Montanelli, che fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di 12 anni perché gli facesse da schiava sessuale, durante l’aggressione del regime fascista all’Etiopia”, hanno scritto sui social network i componenti del gruppo laico e antifascista i Sentinelli.

Montanelli, morto nel 2001 a 92 anni, raccontò l’Italia dall’epoca coloniale fino agli scandali di corruzione che travolsero la classe politica negli anni novanta, passando per il fascismo e la ricostruzione postbellica. Lavorò per molti anni al Corriere della Sera, prima di fondare il quotidiano il Giornale, poi di proprietà di Silvio Berlusconi.

Inizialmente orgoglioso fascista, Montanelli in seguito prese le distanze da Benito Mussolini e fu arrestato dai nazisti nel 1944 durante l’occupazione dell’Italia, evitando l’esecuzione grazie all’intervento di un cardinale. La sua prigionia ispirò una storia, quella del generale Della Rovere, successivamente portata sul grande schermo dal regista Roberto Rossellini con un film che nel 1959 vinse il Leone d’oro a Venezia.

L’accusa di stupro

In più di un’occasione Montanelli ha raccontato il suo rapporto con la bambina eritrea, di nome Destà. “Pare che avessi scelto bene, era una bellissima ragazza di 12 anni”, dichiarò durante il programma televisivo del 1969, prima di aggiungere con un sorriso: “Scusate, ma in Africa è un’altra cosa”. Elvira Banotti, una giornalista nata in Eritrea e presente in studio, contestò il racconto di Montanelli accusandolo di stupro e di comportamento colonialista “violento”. Montanelli si difese dicendo che non si era trattato di stupro perché in Eritrea le bambine si sposavano anche a 12 anni, ma ammise che in Europa sarebbe stato considerato tale. “Quale differenza crede che esista dal punto di vista biologico o psicologico?”, gli chiese Banotti. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1363 di Internazionale, a pagina 23. Compra questo numero | Abbonati