La loro missione, senza che se ne rendessero conto, si è trasformata in un’ossessione. Alain e Dafroza Gauthier hanno dedicato un terzo della loro vita a dare la caccia a degli assassini. Questa coppia, formata da un insegnante francese e da una chimica ruandese di etnia tutsi, ha fondato nel 2001 il Collettivo delle parti civili per il Ruanda (Cpcr), per rimediare all’inerzia delle autorità francesi e cercare di portare davanti alla giustizia gli artefici del genocidio più rapido della storia, che nel 1994, in un centinaio di giorni, causò almeno 800mila morti. Li chiamano “i Klarsfeld del Ruanda”, in ricordo della coppia di ebrei francesi che cercò di rintracciare i responsabili dell’olocausto nascosti nei diversi angoli del mondo. L’obiettivo dei Gauthier, invece, sono i carnefici hutu che cercarono di sterminare i tutsi. “Negli ultimi 24 anni non è passato un giorno senza che parlassimo del genocidio”, confessa Alain. Lo incontro in un piccolo appartamento nei pressi del palazzo di giustizia di Parigi, dove fino alla metà di luglio del 2018 si è svolto il processo contro due sindaci ruandesi accusati di aver partecipato ai massacri. Sono stati i Gauthier a trovarli, a raccogliere le testimonianze necessarie a incriminarli e a portarli in tribunale.
Il processo ai sindaci
Pianoterra, scala D, seconda fila a destra. Per due mesi e mezzo i Gauthier hanno vissuto le loro giornate in un’asettica aula del palazzo di giustizia, che non ha nulla della grandeur _dell’edificio ottocentesco. Alain, concentrato, prendeva appunti di tutto quello che veniva detto. Dafroza era al suo fianco. Sul banco degli imputati sedevano i due _bourgmestre, un termine ereditato dalla colonizzazione belga: Octavien Ngenzi e Tito Barahira, sospettati di aver istigato i massacri a Kabarondo, una piccola località dell’est del Ruanda dove duemila tutsi furono uccisi in un solo giorno, il 13 aprile 1994.
Entrambi hanno fornito delle versioni incoerenti e imprecise di quello che successe in quella giornata. “C’era il caos totale, ma non avevo i mezzi per fermarlo”, ha detto Ngenzi in tribunale, a sostegno della sua linea di difesa che puntava sulla sua impotenza e mancanza di autorità in quel contesto. “Neanche Rambo avrebbe potuto resistere in una situazione simile”. Mappe alla mano, il pubblico ministero è riuscito a dimostrare che il luogo dove il sindaco diceva di trovarsi quel giorno è molto vicino all’area della strage. A un certo punto del processo Alain Gauthier si è convinto che i due imputati erano ormai “spacciati”. Il tempo gli ha dato ragione. Entrambi sono stati condannati all’ergastolo.
Sono stati i Gauthier a scoprire che gli imputati avevano trovato rifugio a Mayotte, una regione d’oltremare francese nell’estremo nord del canale di Mozambico. “Alcuni amici di passaggio sull’isola avevano visto Ngenzi”, raccontano. A quel punto Alain è andato in Ruanda per raccogliere delle testimonianze e preparare la denuncia da presentare in Francia, dove c’è un polo giudiziario specializzato in crimini contro l’umanità con competenza universale. È stato creato nel 2010 ai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, con gli auspici dell’allora ministro degli esteri Bernard Kouchner.
I Gauthier non seguono un piano prestabilito, ma stanno sempre all’erta, anche grazie a una rete d’informatori in tutta la Francia che li avvisano quando lo ritengono opportuno. Per anni in Ruanda hanno intervistato sopravvissuti, assassini pentiti e alcuni condannati che, pur non pentendosi di quanto fecero nel 1994, oggi sono disposti a cooperare. “Queste persone hanno la sensazione di essere usate come capri espiatori, di scontare il carcere a vita per aver eseguito ordini dettati da altri”, spiega Alain. La coppia è riuscita a portare in tribunale in Francia l’ex comandante dell’esercito e della polizia ruandese Pascal Simbikangwa (nel 2014 il suo è stato il primo processo in Francia legato al genocidio), il prete Wenceslas Munyeshyaka (il cui processo si è fermato alle fasi preliminari), il medico Sosthène Munyemana e perfino l’ex first lady Agathe Kanziga Habyarimana, considerata una mente dei massacri. Tutti si erano rifatti una vita in Francia, godendo dell’impunità più assoluta.
Ristrettezze e nemici
Alain e Dafroza Gauthier hanno creato il collettivo Cpcr per lottare contro l’inerzia della Francia dove, secondo i loro calcoli, vivono circa un centinaio di responsabili del genocidio. Fino al 2014 non era stato processato nessuno per i crimini legati al genocidio ruandese, mentre il ruolo della Francia in quei fatidici mesi del 1994 – per alcuni una “complicità silenziosa” – è rimasto a lungo un tabù politico. Il Ruanda era un alleato ubbidiente, che non aveva mai suscitato grandi interessi tra le potenze europee: un piccolo territorio povero, senza sbocchi sul mare né particolari risorse da contendersi.
Il genocidio avvenne nel periodo in cui la Francia era governata dalla cosiddetta coabitazione tra il presidente François Mitterrand, socialista, e il primo ministro Édouard Balladur, conservatore. “I due principali partiti francesi hanno sempre evitato di scoperchiare il vaso di Pandora”, spiega Alain Gauthier. Durante il suo mandato, il presidente Sarkozy ha ammesso che in Ruanda erano stati commessi degli “errori”, ma non ha mai pronunciato le scuse che il governo ruandese aspetta da anni. Non l’ha fatto neanche il suo successore, François Hollande. I Gauthier pensano che forse Emmanuel Macron potrebbe essere la persona giusta per fare questo passo: “È giovane, e potrebbe liberarsi dalle imposizioni del passato”.
L’associazione dei Gauthier è finanziata da 250 persone che ogni anno versano 20 euro. Ma la somma non basta per coprire le spese legali. “Andiamo avanti soprattutto con le donazioni private. A ogni nuovo processo lanciamo un appello per raccogliere fondi. Nel 2016 una fondazione privata ci ha donato centomila dollari, che ci hanno permesso di tirare avanti fino a oggi. Ma siamo di nuovo a corto di soldi”, si lamenta Dafroza.
Il collettivo non riceve denaro pubblico, né dalla Francia né dal Ruanda. “I nostri avversari dicono che torniamo da Kigali con valigie piene di dollari regalati dal governo, ma è una menzogna”, aggiunge Dafroza. “Gli avvocati della difesa sono molto aggressivi. Cercano di intimidirci e sporgono denunce contro di noi per indebolirci economicamente”. Si riferisce a una denuncia presentata da Fabrice Epstein, il difensore di Octavien Ngenzi, che ha chiesto di rimuovere dal sito di Gauthier le sintesi quotidiane delle udienze, sostenendo che erano tendenziose e avrebbero influenzato la giuria.
Epstein, un avvocato giovane e brillante che ha già difeso Pascal Simbikangwa nel 2014, non nasconde di avercela con i Gauthier. “Il loro modo di procedere è odioso. I loro rapporti sono infarciti di dichiarazioni di bugiardi incalliti, ottenute in modo poco rigoroso nelle carceri ruandesi, in pieno accordo con il governo del paese. Sono sorpreso di quanto sia facile per loro fare indagini in Ruanda”, commenta Epstein. “Inoltre tutto quello che dicono viene preso per vangelo. Chi osa contraddire il loro punto di vista è preso di mira e trattato come un essere aggressivo, malvagio e disumano”. Epstein è il nipote di sopravvissuti all’olocausto, ma non vede contraddizioni nel difendere persone sospettate di crimini contro l’umanità: “C’è un certo conflitto, però ci ho fatto i conti. Considerando la mia storia familiare, se dovessi condannare qualcuno per quello che ha fatto, vorrei che fosse sulla base di prove tangibili e non di menzogne”.
Anche il giornalista investigativo Pierre Péan, che ha difeso l’operato di Mitterrand e del governo francese perché è convinto che abbiano fatto tutto il possibile per evitare la tragedia, ha denunciato i metodi dei Gauthier: li considera “degni della Stasi” (i servizi segreti della Germania Est) e descrive la coppia come “due spie mascherate con il costume rispettabile dei Klarsfeld”.
Indagini sul campo
Nulla è andato come previsto nella vita dei Gauthier. Alain è nato settant’anni fa in una modesta famiglia dell’Ardèche, una regione aspra del sudest della Francia. Dafroza, di sette anni più giovane, è nata a Butare, una piccola città del Ruanda meridionale che ai tempi si chiamava Astrida, in onore di Astrid di Svezia, regina dei belgi tra il 1934 e il 1935.
Si sono conosciuti in Ruanda nei primi anni settanta, quando Alain era un giovane seminarista che insegnava il francese in una scuola della città e andò per qualche mese a fare lezione nella scuola religiosa dove studiava Dafroza. “Ma non ci fu niente tra noi”, ci tengono a sottolineare. Si persero di vista e s’incontrarono di nuovo, anni dopo, nel sud della Francia, grazie a un prete che li mise in contatto. Dafroza aveva ottenuto asilo politico in Belgio. Alain aveva rinunciato al sacerdozio. S’innamorarono e andarono a vivere a Reims, dove abitano ancora oggi con i loro tre figli adottati dopo il massacro in Ruanda, che è costato la vita a ottanta familiari di Dafroza. Della sua famiglia resta solo una manciata di foto sbiadite. “È scomparso tutto, perfino gli alberi del giardino, la papaya e l’avocado. La prima volta che sono tornata in Ruanda non riuscivo a trovare la mia vecchia casa. Il genocidio è anche questo: fa scomparire tutto ciò che ti ha reso quello che sei”.
Nel marzo del 1994 Dafroza era in Ruanda per fare visita alla madre. Ma dovette anticipare il suo rientro in Belgio perché le violenze stavano aumentando e la madre voleva che se ne andasse prima che la situazione degenerasse in modo irrimediabile. Sua madre morì poche settimane dopo, nella parrocchia dove aveva trovato rifugio. Suo padre era già morto in un precedente massacro di tutsi nel 1963, quando morirono circa ventimila persone. I tre figli di Dafroza seguirono lo sterminio in diretta. “Ricordo mio figlio che diceva: ‘Mamma, un giorno ti vendicherò!’”, racconta la donna. Alcuni mesi dopo decisero di salire su un aereo per Kigali. “Li abbiamo portati sul campo di battaglia, in quel cimitero all’aperto che è ancora oggi il Ruanda. E abbiamo cominciato a parlare”, racconta Dafroza. “Spesso ci sentiamo in colpa, ma penso che abbiamo fatto bene. Almeno i nostri figli hanno sempre saputo dare un nome alle cose”.
Dafroza e Alain hanno cominciato a indagare per cercare di dare un senso a quello che era successo. Sono convinti che non ci riusciranno mai del tutto. “Sono passati vent’anni ma credo che il cervello umano non sia in grado di comprendere una cosa simile. I miei vecchi compagni di classe sono stati coinvolti. I miei amici dell’università hanno partecipato ai massacri. È la banalità del male di cui parlava Hannah Arendt, realizzata dalla gente comune. Lo posso capire a livello razionale, ma non umano”, aggiunge Dafroza.
Dal 2001 la famiglia è sempre andata in vacanza in Ruanda. I genitori lasciavano i figli con i familiari per dedicarsi alla loro attività. “Al nostro delirio”, dice Dafroza, con quell’ironia che è il tratto distintivo della famiglia. Hanno interrogato le vittime. Hanno accettato di stringere la mano ai carnefici. Hanno visitato le fosse comuni. Hanno dissepolto resti umani per identificare i corpi. Per tredici anni non è successo niente. Le cose sono cambiate con la creazione in Francia del polo giudiziario specializzato in crimini di guerra e contro l’umanità. Tre giudici ci lavorano a tempo pieno, insieme a una decina di agenti che svolgono le indagini. In media ci vogliono circa quattro anni per istruire una causa.
“Negli ultimi vent’anni abbiamo presentato 25 denunce, e tutte sono arrivate alla fase istruttoria. Alcuni casi sono stati archiviati, è vero, ma tutte le denunce sono state giudicate abbastanza serie per essere prese in considerazione”, spiega Alain per ribattere alle critiche mosse ai loro metodi.
**1987 **In Uganda i profughi ruandesi tutsi scappati dalle persecuzioni nel loro paese creano un esercito ribelle, il Fronte popolare ruandese (Fpr), per far cadere il governo di Kigali guidato dal presidente hutu Juvénal Habyarimana.
**1990 **L’Fpr attacca e dà il via alla guerra in Ruanda. Nel paese avvengono nuovi massacri di tutsi e nascono le milizie di estremisti hutu interahamwe.
1993 Ad Arusha, in Tanzania, il governo ruandese e l’Fpr firmano una serie di accordi di pace. Ma in Ruanda la radio Mille collines ha già cominciato a diffondere una pericolosa propaganda contro i tutsi.
Gennaio 1994 Le fazioni più estreme del governo hutu ruandese bloccano gli accordi di pace.
6 aprile L’aereo su cui viaggiano Habyarimana e il presidente burundese Cyprien Ntaryamira è abbattuto da un missile a Kigali.
7 aprile La radio Mille collines lancia l’appello a sterminare “gli scarafaggi tutsi”. A Kigali cominciano i massacri di tutsi e hutu moderati, che si ripetono in tutto il paese. Vengono assassinati la premier Agathe Uwilingiyimana e altri politici hutu moderati. Nei successivi cento giorni vengono uccise almeno 800mila persone, in gran parte tutsi, e 250mila donne vengono stuprate.
23 giugno Arrivano i soldati francesi dell’operazione Turquoise per proteggere i civili e assicurare la distribuzione degli aiuti.
4 luglio L’Fpr prende il controllo di Butare e Kigali.
13 luglio Comincia l’esodo di 1,4 milioni di hutu, in gran parte civili ma anche génocidaires (militari, politici e uomini d’affari istigatori dei massacri). Si fermano nell’est dell’allora Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo (Rdc).
17 luglio L’Fpr dichiara la fine della guerra.
19 luglio Si forma un governo di unità nazionale. Tra i profughi ruandesi nell’est della Rdc si diffondono il colera e la dissenteria, che causano migliaia di morti.
1996 Il nuovo esercito tutsi ruandese invade l’Rdc per dare la caccia ai génocidaires. Scoppia la prima guerra congolese. In Ruanda cominciano i primi processi per genocidio, ma il sistema giudiziario è allo stremo e il numero degli imputati è altissimo.
1997 Ad Arusha, in Tanzania, cominciano i processi del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (Tpir), fondato nel 1995 per perseguire i responsabili del genocidio. In dieci anni il Tpir prenderà in esame circa novanta casi.
2001 In Ruanda vengono istituiti i tribunali gacaca, ispirati a forme di giustizia tradizionale, per far emergere la verità sui massacri e promuovere la riconciliazione nazionale. Alla loro chiusura, nel 2012, avranno giudicato quasi due milioni di persone. Le Monde, Onu
Quando qualcuno gli parla di vendetta, scuotono la testa. Non è un sentimento che gli appartiene. Se fossero favorevoli alla legge del taglione, dicono, avrebbero comprato un fucile, invece di perdere vent’anni nei tribunali. Lo slogan della loro associazione è “Giustizia, non vendetta”, una citazione di Simon Wiesenthal, il famoso “cacciatore di nazisti”. I Gauthier sono mossi dal desiderio di riparare a quello che è successo, non dall’odio. “L’odio fa male solo a chi lo prova”, dice Alain, che sostiene di essere ispirato da “valori dell’umanesimo e cristiani”. Dafroza, che ha ricevuto come il marito un’istruzione cattolica, la pensa allo stesso modo, ma osserva: “C’erano persone che hanno ucciso facendosi il segno della croce. Ma sono cresciuta in una famiglia piena d’amore e questa è una fortuna che ti accompagna per tutta la vita”.
Oltre ogni minaccia
Il genero dei Gauthier è lo scrittore e rapper Gäel Faye, che è diventato un fenomeno letterario in Francia con il romanzo Petit pays, un racconto del genocidio visto da un bambino. “Se racconto la mia storia, parlo del numero di morti e dell’odore dei cadaveri. Queste cose probabilmente fanno scappare le persone a gambe levate”, dice Dafroza. “Gaël ha avuto il talento di raccontare la storia da un altro punto di vista. Nel suo libro parla di una violenza che irrompe nella vita quotidiana senza preavviso. È la guerra in Ruanda, ma potrebbe essere anche un attacco terroristico a Parigi. È una storia che tutti possono capire”.
Ci sono giorni in cui si chiedono cosa li spinga ad andare avanti. E non trovano quasi mai una risposta soddisfacente. “Abbiamo ricevuto minacce di morte, insulti e false accuse sui social network, hanno minacciato anche i nostri figli”, dice Dafroza. Ci sono stati episodi ancora più preoccupanti, come quando due persone si sono messe a sorvegliare la loro casa. “Qualcuno li avrà pagati per farlo. Forse erano perfino pronti a ucciderci”, dice Alain esitante. “Nonostante tutto, sono convinto che continueremo a fare quello che stiamo facendo fino alla fine”, afferma con più rassegnazione che eroismo. Qualcuno deve fare il lavoro sporco.
Sono anni che Dafroza ha un sogno ricorrente. Un aereo porta gli assassini in un luogo lontano. Per magia il suo ferreo senso di responsabilità svanisce. Svincolata da quel peso, comincia a vivere liberamente. Fino a quando non si sveglia e guarda la montagna di rapporti giudiziari che l’aspettano sulla scrivania. “Il genocidio s’impone, arriva senza che te lo aspetti e non ti abbandona mai. Ti costringe a pensarci quando bevi un caffè o un aperitivo. S’intromette nella tua vita, si piazza lì, e non ti molla più”, conclude. E prima di chiudere la porta dell’appartamento vicino al palazzo di giustizia, trova una spiegazione alla sua cocciutaggine: “Sperare di ricominciare a vivere come prima è una chimera”. ◆ fr
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Questo articolo è uscito sul numero 1300 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati