In questo angolo di Amazzonia, uno dei meglio conservati, la foresta è fitta. L’uomo che mi precede indica i segnali lungo il percorso: una quebrada, un ramo piegato, su un lato del sentiero; più avanti altri rami su entrambi i lati delimitano il tracciato come farebbe una ringhiera. Poi un ramo spezzato più grosso indica un incrocio e la direzione da prendere. La guida ci mostra una tirada, un pezzo di corteccia mancante, su una Daphnopsis (un arbusto dai fiori tubolari) e un’altra su un _ caraipé_, una specie arborea endemica. Non ci sono più dubbi: siamo arrivati. Qui si trova l’accampamento abbandonato dalla comunità di nativi isolati di Mamoriá Grande. Siamo nella riserva del medio Purus, che quest’anno sarà ufficialmente riconosciuta dalla presidenza della Fundação nacional dos povos indígenas (Funai) con il nome di Terra indígena Mamoriá Grande. La Funai è l’ente governativo che ha il compito di proteggere i popoli indigeni brasiliani. Il romanzo _ Macunaíma_ di Mário de Andrade, scritto nel 1928, comincia così: “Nel cuore della foresta vergine”. Purtroppo oggi la foresta amazzonica non esiste quasi più e la sua fitta giungla non è vergine da decine di migliaia di anni, dato che prima dell’arrivo degli europei ci vivevano milioni di persone in gran parte decimate dalle malattie che si diffusero nei cento anni successivi allo sbarco a Bahia del portoghese Pedro Álvares Cabral, nel 1500.
I segnali sul sentiero svolgono la funzione di sofisticati cartelli stradali. Rami o arbusti piegati con le mani all’altezza della cinta di un adulto indicano i margini del cammino. In alcuni punti la corteccia è stata rimossa per vari usi: dalle _ Daphnopsis_ si ricava la corda, mentre le ceneri della corteccia di caraipé, mescolate all’argilla, rendono più solide le ceramiche. I resti di fuochi, gli scarti alimentari e altre tracce degli accampamenti di caccia fanno parte dei segni che le comunità native isolate lasciano dietro di sé durante i loro spostamenti. La foresta conserva anche segnali più aggressivi, come una croce a forma di x fatta con frecce o arbusti, che è stata affissa come monito: “È meglio che vi fermiate, non siete i benvenuti”.
Presenza nell’assenza
Proprio come la nostra guida José Lopes Apurinã, gli indigenisti, gli specialisti delle comunità native, provengono spesso da quelle stesse realtà e interpretano questi segni come un linguaggio, al pari delle impronte, umane o animali, e del momento in cui sono state lasciate. Ogni cosa per loro ha un significato.
Il tracciato di una pista, i segni lasciati sui sentieri e gli accampamenti che scopriamo nel sud dello stato di Amazonas, nel bacino medio del Purus, li dobbiamo alla tribù isolata di Mamoriá Grande.
Le spedizioni di monitoraggio, come quella a cui ci siamo uniti, vanno nei luoghi frequentati nella stagione precedente e poi abbandonati: i funzionari della Funai visitano in estate l’accampamento invernale, in modo da evitare incontri con le popolazioni e rispettare la loro scelta di isolamento. Durante queste visite gli studiosi, veri e propri investigatori della foresta, ottengono molte informazioni sulle dimensioni del gruppo (grazie al numero di amache, i cui nodi lasciano segni sui tronchi), sull’età degli abitanti (amache grandi per gli adulti, piccole per i bambini, e un fuoco per famiglia), sulla cultura di appartenenza (riconoscibile dalle tecniche di intreccio e dallo stile dei disegni sulle ceramiche), sui cibi preferiti (in base agli avanzi). Tuttavia non è possibile conoscere con certezza la loro identità. Dai resti degli accampamenti si intuisce solo che gli individui fanno parte del gruppo linguistico arawá, maggioritario nella regione.
La nostra spedizione è guidata dai ricercatori Daniel Cangussu e Lucas Mattos, coordinatori dei Frentes de proteção etnoambiental (Fpe), fronti di protezione etnoambientale dei fiumi Madeira e Purus. Cangussu è l’autore di Vestígios da floresta (Vestigia della foresta), un’opera che intende dare un riconoscimento scientifico alle conoscenze tradizionali dei mateiros, esperti della foresta. La prefazione del libro è firmata dal fotografo Sebastião Salgado (morto nel maggio 2025), che Daniel Cangussu aveva incontrato nel 2017 proprio nella regione del Purus medio. Per lui il mateiro e il fotografo fanno la stessa cosa: produrre immagini dei popoli amerindi. Ma se il secondo sceglie “cosa rivelare tra innumerevoli immagini possibili”, il primo s’impegna a “trovare la presenza nell’assenza”.
Le squadre impiegate nella protezione dei popoli indigeni si avvalgono anche dell’aiuto di nativi recentemente contattati. In questo modo danno la possibilità ai funzionari non indigeni di migliorare le loro conoscenze e di rafforzare i legami di solidarietà tra le squadre e i gruppi isolati. È il caso di Atxu Marimã e Mandeí Juma, vittime di sciagure che fanno capire come mai alcuni gruppi decidono di nascondersi nel cuore della foresta.
Gesti eloquenti
Nell’agosto 2021 alcuni dipendenti dei Fpe avevano riferito di aver incontrato degli indigeni isolati a Mamoriá Grande. Era al potere il presidente di estrema destra Jair Bolsonaro e la direzione della Funai si era rifiutata di riconoscere l’esistenza di questa comunità, ritenendo fossero persone del gruppo hi-merimã usciti dalle loro zone abituali. Ma nel febbraio del 2025 l’indizio è diventato più inequivocabile, poiché era un essere umano: un giovane visibilmente affamato è apparso vicino alla casa di una persona non indigena.
Parlava una lingua sconosciuta, ma i suoi gesti erano eloquenti: aveva in mano due piccole torce spente con le sommità incrociate, come se volesse sfregarle per accenderne una. Quando i pescatori le hanno accese con l’accendino, il nativo è corso via, raggiungendo la compagna e il bambino tra le frasche, e in quel momento i pescatori hanno chiamato la Funai. La scena è stata ripresa con un telefono e si può vedere su internet.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, per questi indigeni non è facile accendere un fuoco. Nel sud dell’Amazzonia febbraio è un mese piovoso, e senza volerlo il giovane e sua moglie avevano probabilmente lasciato spegnere le fiamme. Quando tutto intorno nella natura è bagnato, è quasi impossibile accendere il fuoco. Era evidente che da mesi la famiglia si nutriva solo di cibi crudi.
Seguita a distanza dalla squadra dell’Fpe, la famiglia continua a vivere da sola. Le rare interazioni avvengono tramite gesti. La Funai ha mandato diverse persone che parlano le lingue arawane. Ma la conclusione è stata che la coppia parla una lingua diversa, lontana sia dal suruwahá sia dal jamamadí. Perfino Atxu Marimã, un dipendente della Funai che ha conservato dalla sua infanzia alcune parole di hi-merimã, non riconosce la loro lingua.
“Nessun essere umano è un’isola”, diceva il poeta britannico John Donne (1572-1631). Tuttavia alcuni scelgono di vivere come piccoli arcipelaghi, lontani da ogni continente. Nascosti negli angoli della foresta, accerchiati da fronti di occupazione che si avvicinano senza sosta, molti rischiano di morire senza essere stati riconosciuti dallo stato brasiliano. Oggi la Funai riconosce 114 popoli isolati. L’esistenza è confermata per 28 di loro, ma sugli altri si hanno solo studi sommari o informazioni superficiali. L’esistenza del gruppo di Mamoriá Grande è stata confermata nell’agosto 2021. Durante una spedizione di ricognizione, alcuni dipendenti della Funai avevano inconsapevolmente allestito il loro accampamento non lontano da questa popolazione. Percependo la loro presenza, i nativi isolati avevano cominciato a gridare e a muoversi. I funzionari della Funai alla fine erano scappati. In seguito sono tornati per studiare il luogo. Dal 2021, durante la stagione secca, i nativi vanno ogni anno in quest’accampamento lasciando nuovi segni del loro passaggio.
Nel bacino del medio Purus vive un altro gruppo isolato la cui esistenza è confermata, gli hi-merimã. Il loro territorio è ufficialmente delimitato dallo stato. Un altro gruppo di contatto recente, i suruwahá o zuruahã, vive in semi-isolamento: si trova a otto ore di barca dalla postazione permanente della Funai e del Sesai, il segretariato speciale incaricato di monitorare la salute indigena sul loro territorio, anch’esso ufficialmente delimitato.
L’attacco del giaguaro
“Quasi tutti questi popoli vivono in quello che ufficialmente è definito ‘isolamento volontario’: non ignorano l’esistenza di altre società, ma rifiutano qualsiasi interazione significativa con loro, in particolare con i ‘bianchi’”, ha scritto l’antropologo Eduardo Viveiros de Castro nella presentazione del libro Cercos e resistências, assedi e resistenze, del 2019.
Alcuni indizi lasciano pensare che abbiano mantenuto contatti con i gruppi vicini
Il ricercatore Daniel Cangussu preferisce usare la parola “rifugiati”. Alla guida dell’Fpe Madeira, Cangussu spiega che l’isolamento nelle zone più remote della foresta è una reazione a massacri e persecuzioni: “È fondamentale sfatare i pregiudizi che ancora persistono sui popoli isolati del Sudamerica. Non sono persone o comunità intrappolate in un passato perduto, ignare dell’esistenza dei non indigeni. I popoli isolati conoscono bene i non indigeni, e hanno vissuto o vivono ancora, momenti di contatto con l’esterno”.
I due gruppi nativi del medio Purus sono accomunati dallo stesso desiderio di isolamento: i suruwahá, che preservano la memoria storica in narrazioni dettagliate con nomi e date, raccontano di aver subìto vari massacri tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. I sopravvissuti cercarono rifugio in un villaggio difficile da raggiungere, lontano dai grandi fiumi, e vissero in isolamento per quasi cinquant’anni, fino a quando entrarono in contatto con i missionari e poi con il personale della Funai, negli anni ottanta. Oggi sono 150.
Gli hi-merimã, tuttora isolati, hanno vissuto un’esperienza simile nella seconda metà del ventesimo secolo. La memoria dei vicini jamamadí testimonia l’esistenza di relazioni con altri gruppi nativi fino agli anni quaranta, quando il gruppo era formato da un migliaio di persone. Sono state le epidemie e gli attacchi legati a conflitti territoriali a portarli all’isolamento. Tuttavia alcuni indizi lasciano pensare che abbiano mantenuto contatti con i gruppi vicini.
Atxu Marimã, 44 anni, dipendente della Funai, è l’unico sopravvissuto di una famiglia di dieci persone che alla fine degli anni ottanta cercò di entrare in contatto con gli abitanti dei villaggi rivieraschi. Il padre era hi-merimã e parlava una lingua diversa da quella della madre. Atxu (è il suo nome in hi-merimã) è registrato all’anagrafe come “Romerito Marimã”. Nato in una tribù isolata, quando aveva dodici anni suo padre fu attaccato da un giaguaro, la madre andò a chiedere aiuto a persone non indigene e molti familiari si ammalarono e poi morirono. Dormivano in un accampamento di pescatori quando il felino arrivò. “Ci fu un trambusto terribile. Credo che il giaguaro si fosse spaventato. Morse mio padre ma lo lasciò andare subito. Lui gridò, e la bestia mollò la presa. L’urlo svegliò mia madre, e mia zia cominciò a correre da tutte le parti. Mio padre disse: ‘Era un giaguaro!’. Mi accorsi che perdeva sangue all’altezza della testa. Il giorno dopo andai a prendere mio fratello più grande. Ci riunimmo attorno a mio padre in attesa che guarisse. Le sue condizioni all’inizio migliorarono, ma poi mangiò carne di tapiro e peggiorò. Non c’era più niente da fare. Aveva già un cattivo odore. Allora lo lasciammo lì”.
Sua madre decise di chiedere aiuto agli abitanti del posto. La famiglia in quel momento era formata da dieci persone. La madre e la zia si ammalarono immediatamente di influenza. Poi si ammalarono anche i loro fratelli. Sopravvissero solo quattro bambini, che furono affidati a famiglie non indigene.
Atxu ricorda ancora le parole che sentiva da piccolo: i nomi dei suoi genitori, alcuni sostantivi. È stato lui, una volta diventato adulto, a contattare la Funai per diventare indigenista. Il suo obiettivo? Impedire che i nativi isolati di Mamoriá Grande contraggano malattie da persone non indigene. “Il mio desiderio è proteggerli. Prendermi cura di loro. Non voglio che gli succeda quello che è capitato a me e alla mia famiglia”.
Una storia di massacri
Mandeí Juma è una delle ultime tre persone del suo popolo. Lei e le due sorelle hanno perso il padre, Aruká, vittima del covid nel 2021. I juma, di lingua tupi-guarani, hanno una tradizione patrilineare: la cultura si tramanda di padre in figlio.
Dopo una serie di massacri, Aruká era l’ultimo uomo rimasto. Le sue tre figlie si sono sposate con uomini dell’etnia uru-eu-wau-wau, che parla la stessa lingua. La tradizione vorrebbe che i loro figli fossero uru-eu-wau-wau.
◆ I popoli nativi isolati sono gruppi che hanno scelto di vivere senza contatti esterni con altre società, indigene e non. Spesso l’isolamento è la conseguenza di incontri disastrosi avvenuti in passato – che hanno portato malattie, violenza e morte – e della distruzione delle risorse naturali dei loro territori. In Brasile **la Funai, l’ente nazionale che si occupa della protezione dei popoli nativi dell’Amazzonia, ha registrato 114 gruppi indigeni isolati. Dal 1987 la Funai gestisce un dipartimento dedicato agli indigeni incontattati e la sua politica è quella di evitare il contatto. L’ente cerca di delimitare e proteggere le loro terre dalle invasioni attraverso la creazione di accampamenti in cui operano funzionari che monitorano la situazione e contrastano le invasioni di taglialegna, minatori, allevatori di bestiame e cercatori d’oro illegali. **Survival International, Funai
Ma la tradizione juma non è morta, perché alcuni figli della nuova generazione hanno deciso di adottare la cultura materna e di tenere viva la memoria e la tradizione del nonno e della cultura juma. Dopo la morte del padre, Mandeí ha deciso di unirsi all’Fpe della sua regione, vicino al comune di Lábrea, nello stato di Amazonas. È l’unica donna indigenista e anche per lei l’obiettivo è di evitare massacri come quelli che hanno distrutto il suo popolo: “Fin da bambine abbiamo visto il nostro popolo decimato. Sentivamo dire che le popolazioni isolate rischiavano di subire la stessa sorte. Da qui è nato il mio desiderio: salvare questi popoli incontattati, fare di tutto affinché il loro isolamento sia rispettato e non scompaiano”.
La memoria dei juma è segnata da una lunga storia di massacri. Nel diciottesimo secolo erano quasi 15mila persone. Ma per tutto il ventesimo secolo hanno dovuto affrontare vari tentativi di occupazioni e hanno subìto attacchi incessanti.
“Mio padre ha vissuto non uno, non due, ma molti massacri. Ce li ha raccontati tutti. Durante l’ultimo attacco alcuni cacciatori bianchi lo inseguirono fino al villaggio uccidendo tutti quelli che incontravano lungo il percorso”. Era il 1964. Ci furono solo sette sopravvissuti.
Ridotti a un solo nucleo familiare, i juma assistono alla fine del loro popolo. Mandeí, intanto, si impegna a proteggere altre tradizioni. ◆ ar
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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati