Verso la fine di marzo, un sito statunitense conservatore chiamato The Federalist ha pubblicato un articolo che suggeriva ai cittadini giovani e sani di lasciarsi contagiare apposta dal covid-19 seguendo una strategia nazionale “d’infezione controllata e volontaria” destinata a costruire “l’immunità di gregge”. Secondo questa teoria, se un numero sufficiente di statunitensi si esponesse al virus e s’immunizzasse, il paese avrebbe un gruppo di cittadini immuni da mobilitare. E questi eletti potrebbero riaprire i negozi, tornare a lavorare e salvare l’economia.
L’articolo è stato ampiamente screditato dagli esperti di salute pubblica e dagli economisti, che lo hanno definito discutibile da punto di vista logico e pretestuoso dal punto di vista etico, ma questa teoria si è già diffusa. Personaggi come l’opinionista conservatore Glenn Beck e il vicegovernatore del Texas Dan Patrick si sono detti disponibili a sostenere la battaglia degli Stati Uniti contro il nuovo coronavirus come un atto patriottico a sostegno dell’economia. Germania, Italia e Regno Unito stanno accarezzando l’idea di “passaporti d’immunità”, che attesterebbero la guarigione dal covid-19 e permetterebbero a chi ha sviluppato gli anticorpi di tornare a lavorare prima.
L’idea che qualcuno possa usare il proprio “capitale d’immunità” duramente conquistato per salvare l’economia sembra fantascienza. Ma se dovessimo aspettare mesi o forse anni per avere un vaccino, sfruttare gli anticorpi delle persone potrebbe rientrare nella nostra strategia economica. Se così sarà, dovremmo tener conto delle lezioni del passato e stare attenti ai potenziali pericoli sociali.
Come storica, le mie ricerche si sono concentrate su un luogo e un tempo specifici: il profondo sud degli Stati Uniti nell’ottocento. All’epoca si applicava una logica simile nei confronti di un virus molto più letale e spaventoso: la febbre gialla. L’immunità su base individuale permise all’economia di espandersi, ma in modo disuguale, andando a vantaggio di chi era già in cima alla scala sociale e a spese di tutti gli altri. Quando un virus dilagante si scontrò con le forze del capitalismo, la discriminazione immunitaria diventò un’ulteriore forma di pregiudizio in una regione già fondata sulla disuguaglianza razziale, etnica, economica e di genere.
Nel profondo sud dell’ottocento la febbre gialla, un flavivirus trasmesso dalle zanzare, era inesorabile e motivo di terrore costante a New Orleans, la città più importante della zona. Nei sessant’anni trascorsi tra il passaggio della Louisiana dalla Francia agli Stati Uniti e la guerra civile, gli abitanti di New Orleans vissero ventidue grandi epidemie, che nel complesso uccisero 150mila persone (forse altre 150mila morirono nelle città vicine). Il virus uccideva circa la metà delle persone che infettava e le faceva morire in modo orribile: molte vomitavano denso sangue nero, della consistenza e del colore dei fondi di caffè. I fortunati sopravvissuti diventavano “acclimatati” o immuni a vita.
Il giusto investimento
La New Orleans prebellica era una società schiavista, in cui i bianchi dominavano i neri liberi e li schiavizzavano attraverso la violenza legalizzata. Un’altra invisibile gerarchia si mescolò a questo ordine razziale e i cittadini bianchi “acclimatati” salirono in cima alla piramide sociale. Sopravvivere alla febbre gialla era noto come il “battesimo di cittadinanza”: la prova che un bianco era stato scelto da Dio ed era diventato un protagonista legittimo e permanente del Regno del cotone.
L’immunità era importante. I bianchi “non acclimatati” non potevano essere assunti. Come scriveva l’immigrato tedesco Gustav Dresel negli anni trenta dell’ottocento: “Ho cercato invano un posto da contabile”, ma “assumere un giovane non acclimatato sarebbe considerato un investimento sbagliato”. Le assicurazioni rifiutavano le richieste dei non acclimatati o gli imponevano un premio esagerato. Per i bianchi, lo stato immunitario influiva su dove potevano abitare, su quanto guadagnavano, sulla possibilità di ottenere credito e su chi potevano sposare. Non c’è da stupirsi, quindi, se molti nuovi immigrati cercavano di ammalarsi ammassandosi in abitazioni anguste o infilandosi nel letto di un amico appena morto. Erano i precursori di quelli che più tardi avrebbero partecipato alle “feste della varicella”, ma correvano un rischio molto più alto.
L’immunità non era solo il risultato della fortuna epidemiologica, era anche usata come arma. Gli abitanti di New Orleans bianchi e ricchi fecero in modo che, anche se le zanzare erano vettori paritari, la febbre gialla fosse tutt’altro che daltonica. I teorici dello schiavismo la usavano per sostenere che la schiavitù era naturale, perfino umanitaria, perché consentiva ai bianchi il distanziamento sociale: se i neri erano costretti a lavorare e commerciare al posto loro, potevano starsene a casa, relativamente al sicuro. Nel 1853 il giornale Weekly Delta riportava la ridicola affermazione che tre quarti dei morti di febbre gialla erano abolizionisti.
◆ “Attualmente non ci sono prove che le persone guarite dal covid-19 e che hanno sviluppato gli anticorpi siano protette da una seconda infezione”, ha affermato l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il 24 aprile. La nota dell’agenzia delle Nazioni Unite è una risposta al fatto che diversi paesi stanno valutando la possibilità di emettere dei “passaporti o patenti d’immunità” per certificare che un individuo ha già contratto il nuovo coronavirus e può quindi spostarsi o tornare al lavoro perché è protetto da un secondo contagio. Ma finora “nessuno studio ha valutato se la presenza degli anticorpi al Sars-cov-2 conferisce immunità a infezioni successive”, dice l’Oms. E se la conferisce, non si sa quanto possa durare.
In ogni caso i test sierologici che individuano gli anticorpi al virus hanno bisogno di ulteriori verifiche “per determinare la loro accuratezza e affidabilità”. Al momento sono utili per gli studi sulla popolazione in generale, per esempio per capire quanto si è diffuso il virus e qual è la sua letalità, ma non al livello individuale, cioè per sapere con certezza se si è stati contagiati o no. In particolare, spiega ancora l’Oms, test sierologici non accurati possono generare dei falsi positivi e dei falsi negativi.
L’affidabilità di un test dipende dalla sua sensibilità e dalla sua specificità: la prima, in senso epidemiologico, è la capacità d’identificare correttamente i casi positivi. La seconda è la capacità d’individuare correttamente i soggetti negativi, quindi sani. Ma non basta, i risultati vanno anche calibrati in relazione alla diffusione (prevalenza) della malattia nella popolazione, ossia alla percentuale reale di immuni. Di fatto il test non dà la certezza di essere positivi o negativi, ma una probabilità. Per ora, conclude quindi l’Oms, i certificati d’immunità potrebbero avere il pericoloso effetto di spingere le persone risultate positive al test, forse erroneamente, a ignorare le misure di sicurezza, esponendosi al contagio e aumentando il rischio di trasmissione. ◆
I neri, il cui accesso alla cure sanitarie era limitato, avevano paura della febbre gialla come tutti gli altri. Ma per i loro padroni, il valore degli schiavi che avevano acquisito l’immunità aumentava anche del 50 per cento. In pratica, l’immunità dei neri diventava il capitale dei bianchi.
La febbre gialla non rese il sud una società schiavista, ma aumentò il divario tra ricchi e poveri. L’alto tasso di mortalità era economicamente vantaggioso per i cittadini più potenti, perché la febbre gialla favoriva l’incertezza del lavoro e impediva la contrattazione salariale. Non sorprende, quindi, che i politici di New Orleans non volessero spendere i soldi delle tasse per la sanità o le misure di quarantena e sostenessero invece che la soluzione migliore al problema della febbre gialla era, paradossalmente, ancora più febbre gialla. Erano le classi lavoratrici a doversi acclimatare, non i ricchi e potenti a dover investire nelle infrastrutture di sicurezza.
Puniti due volte
Sappiamo che le epidemie e le pandemie aggravano le disuguaglianze già esistenti. Nelle ultime tre settimane, più di 16 milioni di statunitensi – molti dei quali camerieri, autisti di Uber, addetti alle pulizie, cuochi e badanti – hanno chiesto l’indennità di disoccupazione. Intanto, i manager delle aziende tecnologiche, gli avvocati e i professori universitari come me possono restarsene a casa, lavorare online e prendere comunque lo stipendio e avere l’assicurazione sanitaria. Gli statunitensi più ricchi e più poveri stanno già vivendo il corona-capitalismo in modo diverso.
Ancora una volta i politici statunitensi sostengono che l’immunità al virus potrebbe essere usata a vantaggio dell’economia. Anche se alcune versioni di questa strategia sembrano possibili, forse perfino probabili, non dovremmo consentire che il timbro ufficiale di immunità al covid-19 o la disponibilità a rischiare di ammalarsi diventino i prerequisiti per ottenere un lavoro. E l’immunità non dovrebbe neanche essere usata per rafforzare le disuguaglianze sociali già esistenti.
C’è già una disuguaglianza etnica e geografica legata all’esposizione al virus e alla possibilità di essere sottoposti a un test. Le persone più vulnerabili della nostra società non possono essere punite due volte, prima dalle loro condizioni e poi dalla malattia. Abbiamo già visto cosa vuol dire e non vogliamo che succeda di nuovo. ◆ bt
Kathryn Olivarius insegna storia all’università Stanford e ha scritto _Necropolis. Disease, power and capitalism in the cotton kingdom, di prossima pubblicazione._
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Questo articolo è uscito sul numero 1356 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati