A pagina 53 del mio diario delle immersioni del 1992 ci sono i dettagli della mia ventiseiesima esplorazione. Località: “Luogo di studio, Davies reef, Gbc”. Scopo: “Fertilità prevista delle stelle marine Achantaster planci”. All’epoca ero una ragazza di 25 anni laureata in scienze marine alla University of Southern California, a Los Angeles. Mi ero aggiudicata un posto in una missione organizzata dall’istituto australiano di scienza marina alla Grande barriera corallina, all’altezza di Townsville, più o meno a metà della sua estensione in latitudine. Lo scopo del progetto era capire i motivi per cui la popolazione delle Acanthaster planci _era esplosa. Questi echinodermi spinosi sono stelle marine comunemente chiamate “corone di spine”, spesso abbreviato in _cots, dal nome in inglese.

Dagli anni sessanta frotte di cots invadono periodicamente la barriera, mangiando i coralli con la voracità delle locuste sui raccolti. Sono una delle maggiori minacce per i banchi coralliferi. Metà della barriera mostra le ferite prodotte da queste invasioni.

Durante l’immersione numero 26 dovevo cercare le cots, raccoglierle con grandi pinze da barbecue per evitare di essere punta, e riportarle alla barca per studiarle. Inducemmo la deposizione delle uova per raccoglierle poi con una gigantesca siringa chiamata “succhiacots”. Pare che un’unica femmina produca 35 milioni di uova all’anno. Questo livello di fertilità delle cots è il motivo principale per cui è difficile controllarne la popolazione.

L’oggetto della mia ricerca era più o meno delle dimensioni di un piatto, color ruggine o violaceo e con un numero di braccia che andava da 8 a 21 disposte intorno a un disco centrale, come i petali di un girasole. Durante il giorno, le cots si nascondono in nicchie buie. Spiando in quell’ombra, incontrai pesci cardinale nervosi e gigli di mare simili a ragni. Nuvole scintillanti di damigelle azzurre si infilavano tra le braccia dei coralli. Le labbra color pastello di molluschi giganteschi si aprivano e chiudevano al mio passaggio in una sorta di bacio.

Sorvolando la cima di un banco di coralli grande come un furgoncino, sentii il bisogno di guardare avanti più che in basso. E mi immobilizzai, aprendo le pinne come le zampe di un pinguino. Ero faccia a faccia con uno squalo pinna nera grande come me.

Tutti i coralli della barriera si riproducono all’unisono. Piccole uova tonde e rosate saltano su come coriandoli

I nostri sguardi si incrociarono. Il mio corpo fu scosso da un tremito involontario, dalla testa giù fino ai piedi. Anche lo squalo tremò, dalla testa fino alla coda. Come se fossimo arrivati contemporaneamente alla stessa conclusione, ci girammo in direzioni opposte e ci allontanammo l’uno dall’altro.

Anche se in quella settimana feci 14 immersioni, incontrando decine di cots, questo è il momento che ricordo di più, probabilmente perché è stata l’unica volta che mi sono trovata faccia a faccia con uno squalo. Ma soprattutto perché mi ha insegnato una verità importante sulla Grande barriera corallina: quando stai cercando una cosa, hai altrettante probabilità di scoprire qualcosa di ancora più straordinario.

Una ricchezza straordinaria

Da qualche anno i giornali scrivono che “è l’ultima possibilità di vedere la barriera”, e che non resta altro da fare se non scriverne il necrologio. Questo sensazionalismo non è solo fuorviante ma è anche una semplificazione delle dimensioni e della complessità della Grande barriera corallina.

Inserita dall’Unesco nel patrimonio mondiale dell’umanità e per molti una delle sette meraviglie del mondo naturale, la Grande barriera corallina si estende per 2.300 chilometri attraverso 14 gradi di latitudine (1.500 chilometri). La sua lunghezza equivale a tutta la costa occidentale degli Stati Uniti più un pezzetto di Canada e di Messico. Le seicento isole continentali della barriera si formarono circa 13mila anni fa, quando il livello dei mari salì sommergendo una catena montuosa costiera. In seguito la natura ci aggiunse il suo tocco con 150 isole di mangrovie, trecento isole coralline e tremila scogliere sommerse.

Nella barriera c’è una grande varietà di forme di vita. Le seicento specie di coralli duri e morbidi costituiscono la parte principale, ma c’è molto altro. Oltre che dai pinna nera, la barriera è popolata da 132 altre specie di squali e da 1.625 specie di pesci. Nelle sue acque nuotano sei delle sette specie di tartarughe marine esistenti al mondo, e quattro di queste depongono le uova sulle spiagge sabbiose delle sue isole. Fra le trenta specie di mammiferi marini che lanciano i loro ossessivi richiami attraverso le onde ci sono i dugonghi, parenti dei lamantini, delfini a naso di bottiglia, enormi megattere e piccole balenottere rostrate. Senza contare le migliaia di specie di ricci, cetrioli di mare, aragoste, granchi, gamberi, ragni marini, molluschi, pettini, anemoni di mare, pennatule, meduse, spugne e vermi. E per non parlare delle migliaia di altre specie marine fantastiche e insolite come i briozoi, le ascidie e i tunicati, che forse avrete voglia di cercare su Google.

Da più di 50mila anni, gli aborigeni e gli abitanti dello stretto di Torres vivono lungo la Grande barriera corallina, spostandosi da un’isola all’altra in canoa e pescando tra le sue scogliere. Sono i suoi “proprietari tradizionali”, e la storia e la spiritualità di entrambi si intrecciano con una grande conoscenza del mondo marino. Gli australiani che hanno familiarità con la barriera chiamano i banchi di coralli, come quello sul quale stavo nuotando quando incontrai lo squalo, bommies (isolotti), parola che viene dal termine indigeno bombora, grande roccia.

Nonostante la sua straordinaria ricchezza biologica, i turisti hanno impiegato molto tempo molto a scoprire la Grande barriera corallina. Le cose sono cambiate nel 1893 quando, dopo quattro anni di esplorazione, il naturalista britannico William Saville-Kent pubblicò The Great barrier reef of Australia, its products and potentialities (La Grande barriera corallina australiana, i suoi prodotti e le sue potenzialità), con fotografie e illustrazioni a colori delle forme di vita sottomarine. Il libro ebbe un grande successo, ricevendo recensioni entusiastiche su riviste scientifiche come Nature e ampie descrizioni su giornali come la Cambridge Review, che scrisse: “Non c’è fiore sulla Terra che può competere per brillantezza di colori con molti degli anemoni degli oceani, mentre il piumaggio degli uccelli tropicali sembra spento rispetto alle tinte vivaci dei pesci che si trovano lungo queste coste”.

Dolcilabbra alla baia di Challenger, Ribbon reefs, Grande barriera corallina, Australia (Julia Sumerling)

Ma oltre a far conoscere le bellezze naturali della barriera, Saville-Kent sottolineò anche il potenziale sfruttamento delle sue ostriche da perla e dei suoi banchi di pesci. “Le risorse nascoste del Queens­land – o, in senso più ristretto, della barriera – la sua meravigliosa fauna marina”, scriveva, “presentano possibilità quasi illimitate di proficuo sviluppo”. Questo contrasto tra impatto umano e tutela è alla base del complicato rapporto che abbiamo, ancora oggi, con la barriera.

La svolta dello squalo

Anche se fui grata per essere parte della spedizione di ricerca sulla Davies reef nel 1992, in realtà non ero andata in Australia per studiare le cots. Ero lì per vedere una delle più grandi meraviglie del mondo. In ottobre e novembre, poco dopo la luna piena, tutti i coralli della barriera si riproducono all’unisono. Piccole uova tonde e rosate saltano su come coriandoli in un mondo in cui la gravità è invertita. Furono momenti di meraviglia inattesi come questo a rendere così indimenticabile il mio viaggio.

Ogni anno 2,26 milioni di persone visitano la barriera per cercare quella magia. Alcune vengono per immergersi e vedere da vicino le bellezze naturali, altre per ammirare il suo complesso splendore da barche con il fondo di vetro o dagli oblò di semisommergibili o da un aereo. Secondo un rapporto del 2017 della Deloitte access economics, la più importante società di previsioni economiche australiana, nel complesso il turismo lungo la barriera dà lavoro a 64mila persone, più della Qantas (la compagnia di bandiera australiana) o della Telstra (la più grande rete di telefonia mobile del paese). La Grande barriera corallina contribuisce ogni anno all’economia australiana con 6,4 miliardi di dollari, e grazie alle sue potenzialità economiche, sociali e al suo valore iconico, è valutata 56 miliardi di dollari.

Una tartaruga mangia una medusa, Grande barriera corallina, Australia (Julia Sumerling)

All’inizio gli australiani temevano che il turismo fosse una grande minaccia per la barriera, ma queste preoccupazioni si sono rivelate infondate, anche grazie a un rigido sistema di controllo su chi la visita e quando. E questa non è l’unica ipotesi sbagliata.

Eric Fisher lavora da più di quindici anni nel campo del turismo lungo la barriera, e di recente ha lanciato il programma educativo sulle scienze marine Gbr biology, in collaborazione con la società ExperienceCo. di Cairns, che si occupa di turismo d’avventura. Quando gli ho chiesto quali sono le conseguenze negative del turismo, mi aspettavo che giustamente si lamentasse dei rifiuti, delle barche e delle immersioni senza controlli. Ma Fisher ha fatto come lo squalo tanti anni fa: mi ha costretto a spostare l’attenzione su qualcosa che avevo sotto il naso. “Il turismo fa relativamente pochi danni alla barriera”, mi ha detto, sottolineando che la maggior parte degli operatori autorizzati a lavorarci adottano e impongono comportamenti corretti andando anche oltre le regole. “Il pericolo maggiore è qualcosa di più grande: le emissioni di anidride carbonica prodotte dal turismo”.

L’impronta fatale

Considerando quanto il continente australiano è lontano dagli altri, l’osservazione di Fisher fa riflettere. Nel 2018 i visitatori in Australia sono stati per la maggior parte cinesi (1,43 milioni), neozelandesi (1,38 milioni), statunitensi (789mila) e britannici (733mila). Se pensiamo che un biglietto di sola andata in classe economica da Pechino a Sydney produce 1,45 tonnellate di anidride carbonica, la quantità di rifiuti che i turisti si lasciano dietro in confronto è una sciocchezza.

Con il riscaldamento del pianeta dovuto all’accumulo nell’atmosfera delle emissioni di anidride carbonica, gli oceani assorbono una quantità sproporzionata di calore. Dal 1955 hanno assorbito più del 90 per cento di questo calore in eccesso, facendo salire la temperatura media dell’acqua di quasi 2 gradi Fahrenheit (1,1 gradi Celsius).

Se i visitatori del futuro saranno in grado di vivere l’esperienza della grandiosità della barriera è una questione aperta

I coralli sono particolarmente sensibili alle temperature. Anche se sono animali come noi, hanno all’interno dei loro tessuti delle alghe, simili a tatuaggi fotosintetici, con cui vivono in simbiosi. Quando la temperatura dell’acqua sale di qualche grado per un po’ di settimane, le alghe abbandonano i coralli, togliendo ai banchi il loro colore, in un processo che si chiama sbiancamento. Senza quel nutrimento, i coralli cominciano a soffrire. E se la temperatura rimane alta, muoiono.

Nel 2016 la Grande barriera corallina ha subìto un episodio importante di sbiancamento, soprattutto nella zona nord. Senza aver avuto il tempo per riprendersi, nel 2017 ne ha subìto un altro, che ha riguardato soprattutto la sezione centrale. Nell’arco di due anni, metà dei coralli sono morti (nei prossimi decenni, grazie alla rapidità con cui crescono, i nuovi rami potrebbero andare a riempire quel vuoto, ma gli scienziati temono l’impatto che potrebbero avere i cambiamenti dell’architettura e della struttura comunitaria sulla salute della barriera).

A febbraio, con l’avanzare dell’estate nell’emisfero meridionale, i mari lungo la barriera hanno raggiunto le temperature più alte dal 1990. Coral reef watch, un programma dell’agenzia statunitense National oceanographic and atmosphere administration, ha pubblicato mappe in cui sono segnate in rosso le zone a maggior rischio, dove “è probabile che si verifichi un alto livello di sbiancamento e di mortalità”.

Ma una mappa coperta di rosso non fa un buon servizio alla complessità della barriera, dice Fisher. Le colonie di coralli sono costituite da singoli polipi grandi come gomme da matita, simili agli anemoni di mare. Su un unico corallo si può sbiancare l’80 per cento dei polipi, e il 20 per cento rimanere sano, o viceversa. E poi c’è la scalabilità (la capacità di un sistema di aumentare o diminuire di scala in base alle necessità ). Le colonie di coralli possono avere centinaia o migliaia di polipi, i banchi possono contenere decine di migliaia di colonie, e la barriera nel suo complesso è formata da migliaia di banchi. Il che significa miliardi di reazioni individuali. “Tra il livello dei polipi e quello dei banchi, fino a quello della regione nel suo complesso, c’è molta variabilità”, dice Fisher, “è difficile fare un discorso generale”.

Cento nuove domande

Nel 1985, ispirandosi a un articolo del National Geographic sul nuovo riconoscimento della barriera come patrimonio dell’umanità, il padre di Fiona Merida caricò tutta la famiglia sulla sua Nissan marrone e percorse i 3.200 chilometri che dividevano la loro casa di Melbourne dalla costa. Una volta arrivato lì, mostrò alla figlia come usare una maschera con il boccaglio. “Guardai giù nell’acqua e vidi la cosa più strabiliante che avessi mai visto, una città subacquea con tante creature affascinanti e forme bizzarre, ognuna che andava per la sua strada”, dice Merida.

Quella visione la ispirò. In seguito si sarebbe trasferita a Townville per studiare biologia marina, sperando di trovare le risposta a tutte le domande che le erano venute in mente quando aveva visto la barriera per la prima volta. “Quello che ho scoperto, invece, è che a ogni risposta che trovavo sorgevano altri cento interrogativi”, dice. Dopo 17 anni di lavoro all’Ente del parco marino della Grande barriera corallina (Gbrmpa), dove oggi è vicedirettrice dell’ufficio per la gestione etica della barriera, Merida ancora si meraviglia della complessità dei coralli. “Quando vedo quanto sono delicati, unici e fragili questi animali, e penso alle dimensioni della barriera e a quello che i coralli sono riusciti a fare nel corso dell’evoluzione, non posso non rimanere incantata”. Adesso Merida è in prima linea nella battaglia per proteggere quella fragilità unica, e in collaborazione con gli aborigeni, il governo e gli scienziati, crea programmi per fare in modo che i turisti l’aiutino a preservare la salute della barriera. Soprattutto grazie alla Gbrmpa, che il governo ha istituito nel 1975, la barriera è uno degli ecosistemi marini meglio gestiti. Mappe dettagliate stabiliscono quali sono le zone in cui sono consentite attività come la pesca, la nautica da diporto e le immersioni, e quali sono riservate allo studio scientifico o alla protezione di specie particolarmente delicate come le tartarughe marine (anche se la maggior parte della barriera è aperta ai turisti, a causa delle difficoltà di accesso delle sue zone più remote, oggi solo il 7 per cento è visitata). Lungo tutta la barriera sono installati ormeggi pubblici per ridurre al minimo i danni ai coralli.

La Gbrmpa è finanziata dagli operatori turistici, che ottengono permessi della durata di diversi anni (i singoli turisti pagano una tassa ambientale di 6,50 dollari australiani al giorno, circa 4 euro, che è raccolta dagli operatori e versata all’ente). Questi soldi servono a pagare l’educazione al rispetto della barriera e i ranger che pattugliano il parco marino, oltre all’istallazione di ancoraggi e cartelli e alla produzione di mappe. La Gbrmpa gestisce anche Eye on the reef (Occhio sulla barriera), un programma di monitoraggio e valutazione che consente a chiunque abbia un cellulare con il gps di condividere informazioni sulla barriera. I visitatori possono scaricare l’applicazione e mandare foto di oggetti marini interessanti, come squali e dugonghi, o coralli sbiancati e stelle marine “corona di spine”. Così facendo, contribuiscono ad aggiornare la mappa sulla distribuzione delle forme di vita, che è essenziale per l’obiettivo a lungo termine dell’organizzazione: accumulare informazioni sulla diversità e l’abbondanza di specie, sugli habitat e sugli schemi migratori.

Pesci pagliaccio rosa e anemoni, Grande barriera corallina, Australia (Julia Sumerling)

Dall’epoca di quella mia prima volta a Davies reef, sono stati condotti studi da cui è emerso che le cots non influiscono su tutti i banchi coralliferi allo stesso modo. A causa delle correnti, alcuni banchi diventano fonte di larve che infestano altri banchi. Oggi il parco marino chiede agli operatori turistici di usare le loro barche, quando non sono impegnate con i turisti, come mezzi di pattuglia. Sei di queste barche monitorano continuamente 113 banchi sorgente. Gli operatori turistici seguono anche corsi di biologia e gestione delle cots ed eliminano i predatori per dare ai coralli la possibilità di ricrescere. Con l’aiuto di scienziati, turisti e operatori, il programma Eye on the reef raccoglie e gestisce le cots in eccesso.

Nel 2019 Merida ha lanciato una nuova iniziativa per la formazione di guide abilitate. Basato sull’abilitazione delle guide naturalistiche alle Galapagos (che ha avuto un buon successo), il programma sceglie persone già esperte che poi forma sulla scienza, la storia e la gestione della barriera. Le guide abilitate, come Eric Fisher, lavorano per la Gbrmpa e sono operatori turistici altamente specializzati che si impegnano a rispettare standard ecologicamente sostenibili. “Cerchiamo di usare al meglio l’industria del turismo. Tutti quelli che vengono qui ripartono come ambasciatori della barriera, è questo che ci serve ora”.

Risposte complicate

Se i visitatori del futuro saranno in grado di vivere l’esperienza della grandiosità della barriera è una questione aperta. Dipende da quello che noi, come turisti e cittadini, faremo sulla terraferma. I nostri comportamenti individuali contano. Per quanto riguarda i turisti, la cosa principale da considerare è il volo. Partendo dagli Stati Uniti si producono dalle tre alle quattro tonnellate di anidride carbonica a persona, circa il 5 per cento dell’impronta annuale di CO2 di uno statunitense medio. Non è poco, ma il mercato delle compensazioni volontarie di carbonio offre l’opportunità di ridurne l’impatto. E una volta arrivati alla barriera, i turisti possono aiutarla a vivere più a lungo, per esempio dando un contributo a Eye on the reef o diventando Cittadini della Grande barriera corallina e impegnandosi a ridurre le emissioni a casa loro per preservare questa meraviglia della natura. Tuttavia, considerate le sue dimensioni, i cambiamenti più importanti richiedono l’intervento dei nostri governi.

Il ritiro degli Stati Uniti dal trattato di Parigi sul clima del 2017 ha mandato all’aria la migliore occasione di cooperazione globale sulle emissioni di carbonio. Nello stesso Queensland, la miniera di carbone Carmichael, che sarà una delle più grandi del mondo, ha da poco ottenuto il via libera. Nell’aprile del 2018 il governo australiano ha stanziato 444 milioni di dollari per cercare di capire cosa servirebbe per aumentare la capacità di adattamento della barriera al cambiamento climatico. Nonostante i ritardi dovuti a una serie di decisioni discutibili che hanno fatto sprecare 100 milioni dello stanziamento più 50 da altre fonti, alla fine è stato presentato uno studio che suggerisce 43 misure in grado di fare la differenza. Come al solito, la storia della barriera è piena di complicazioni e contraddizioni.

L’ultima volta che ho parlato con Merida, le ho fatto una delle domande che avevo in mente da tempo: delle centinaia di interrogativi che si è posta sulla barriera da quando era bambina, quale è rimasto senza risposta? Ha riflettuto un attimo. “Passo molto tempo a chiedermi quale sarebbe l’equilibrio perfetto, quello in cui le persone possono coesistere con una barriera intatta e funzionante, sana e bella, e ricavandone allo stesso tempo i vantaggi che ci servono”, dice. “È a domande come questa che vorrei trovare una risposta. ◆ bt

Juli Berwald è una scrittrice scientifica specializzata in oceanografia. Ha scritto, tra gli altri, Spineless. The science of jellyfish and the art of growing a backbone (Riverhead Books 2017). Attualmente sta lavorando a un libro sul futuro dei coralli.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1360 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati