L’imboscata tesa il 3 maggio dall’esercito venezuelano a un manipolo di invasori arrivati dal mare – qualche decina di venezuelani e due “combattenti per la libertà” statunitensi che volevano rovesciare il governo del presidente del Venezuela Nicolás Maduro – ha portato giornalisti e osservatori politici a paragonare l’operazione a quella della baia dei Porci, il tentativo disastroso d’invadere Cuba con il sostegno della Cia (l’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti) nell’aprile del 1961. In quell’occasione gli invasori erano circa 1.400 esuli cubani e una manciata di agenti statunitensi. Furono sconfitti dall’esercito di Fidel Castro, dopo tre giorni di combattimenti che provocarono almeno trecento morti.

Un errore di valutazione

Le conseguenze di quel tentativo, a due anni appena dal trionfo della rivoluzione cubana, furono enormi e presto la baia dei Porci diventò sinonimo di un’operazione segreta fallimentare. Non solo Castro rimase al potere, ma quell’attacco lo rafforzò. Il leader cubano umiliò il presidente degli Stati Uniti appena eletto, John Fitzgerald Kennedy: prima sconfisse sul campo il suo esercito per procura, poi fece prigionieri i suoi soldati e li mise alla berlina in una serie di processi spettacolo trasmessi in tv, infine costrinse il governo degli Stati Uniti a pagare un riscatto di 53 milioni di dollari (equivalenti a quasi mezzo miliardo di oggi) in viveri e medicine per liberarli. Qualche mese dopo, durante una conferenza regionale a Punta del Este, in Uruguay, il braccio destro di Castro, Ernesto “Che” Guevara, ringraziò l’inviato di Kennedy, Richard Goodwin, per l’attacco alla baia dei Porci: “Prima dell’invasione la rivoluzione era traballante”, disse. “Ora è più forte che mai”.

Caracas, 4 maggio 2020. Il presidente Nicolás Maduro (Miraflores Presidential Palace, Anadolu Agency/Getty Images)

Quell’invasione fallita ebbe anche altre conseguenze importanti sia a breve sia a lungo termine. Convinse il premier sovietico Nikita Chruščëv che alla Casa Bianca c’erano dei novellini, tanto che cominciò a spedire testate nucleari a Cuba, dove furono installate in segreto e puntate contro alcune città statunitensi. Nell’ottobre del 1962 questa decisione provocò la cosiddetta crisi dei missili di Cuba. La guerra atomica fu evitata, ma per gli Stati Uniti non fu una completa vittoria. In cambio del ritiro dei missili sovietici da Cuba, Washington rinunciò alle sue basi per i missili Jupiter in Turchia e s’impegnò a desistere da qualsiasi altro progetto d’invadere Cuba. L’accordo diede a Castro lo spazio che gli serviva per trasformare l’isola in uno stato comunista e sbeffeggiare Washington per i successivi cinquant’anni.

Forse il 3 maggio, la disfatta su una spiaggia venezuelana, chiamata operazione Gideon, è stata una versione ridotta di quell’evento epocale. Un diplomatico statunitense l’ha definita una baia dei Porcellini. Di certo ci sono delle caratteristiche comuni, se non altro il fallimento e le tragiche conseguenze per sei, o forse otto, uomini uccisi negli scontri e per i circa quaranta uomini arrestati finora, tra cui i due statunitensi. Come la baia dei Porci era stata preceduta da due anni di interruzione dei rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Cuba, così dal 2017 l’amministrazione del presidente Donald Trump alimenta le tensioni con il governo di Maduro, usando una retorica bellicosa e imponendo sanzioni economiche. A gennaio del 2019 Trump ha riconosciuto il leader dell’opposizione Juan Guaidó, che presiede l’assemblea nazionale, come presidente ad interim del Venezuela. Tre mesi dopo ha appoggiato il suo tentativo, fallito, di provocare un’insurrezione dell’esercito. A febbraio Trump ha ricevuto Guaidó alla Casa Bianca trattandolo come un capo di stato e, durante il discorso sullo stato dell’unione alla camera, lo ha ringraziato pubblicamente.

Dal 2017 Donald Trump alimenta le tensioni con il governo di Nicolás Maduro

Trump ha detto che non era a conoscenza del tentativo d’invasione organizzato da Jordan Goudreau, un cittadino statunitense, ex berretto verde, veterano delle guerre in Afghanistan e in Iraq e proprietario di un’impresa di “gestione dei rischi”, la Silvercorp Usa, con sede in Florida. Nelle interviste che ha concesso in questi ultimi giorni Goudreau ha dichiarato che Guaidó sapeva del suo progetto. Ha anche mostrato un documento che il leader dell’opposizione venezuelana avrebbe firmato nell’ottobre del 2019, in cui gli prometteva circa 213 milioni di dollari in cambio della destituzione del presidente Maduro. Guaidó ha negato di aver firmato quel documento, ma il suo rappresentante negli Stati Uniti, Juan José Rendón, uno stratega politico venezuelano in esilio, ha ammesso che la propria firma, visibile sul documento accanto a quella di Guaidó, è autentica e che qualche mese fa aveva versato a Goudreau 50mila dollari come anticipo sulle spese. Sul documento c’è anche la firma di un altro collaboratore di Guaidó, il deputato Sergio Vergara. L’11 maggio sia Rendón sia Vergara si sono dimessi dai loro incarichi.

Secondo una fonte occidentale ben informata a Caracas, “che Guaidó abbia firmato il documento oppure no, è chiaro che a mettere tutto in moto, commettendo un grave errore di valutazione, è stato lui”. E ha aggiunto: “Detto questo, non c’è nessuno che possa sostituirlo e senza di lui il governo schiaccerebbe il resto dell’opposizione. Quello che ci vorrebbe è una vera leadership collettiva, in cui prevalgano il buonsenso e la moderazione”.

Domanda senza risposta

Qualsiasi sia la verità, è comunque improbabile che Guaidó si dimetta o che Maduro lo faccia arrestare, per il semplice motivo che è protetto da Trump. A maggio del 2019 il segretario di stato statunitense, Mike Pompeo, ha dichiarato che Washington non escludeva un’azione militare contro il Venezuela. E in molti comunicati successivi, Pompeo e altri funzionari hanno continuato a fare pressione affermando che “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Consapevole dei rischi che corre, Maduro ha detto di aver ordinato un’indagine sul possibile coinvolgimento di Guaidó nella missione e che a decidere il suo destino sarà “un tribunale”.

Intanto, i due statunitensi arrestati, entrambi ex membri delle forze speciali, sono apparsi alla tv venezuelana e hanno ammesso il ruolo svolto nell’operazione Gideon, che comprendeva diversi mesi di addestramento militare di un gruppo di esuli venezuelani in una zona isolata della Colombia. Uno dei due, Luke Denman, ha dichiarato che il loro obiettivo era catturate il presidente Maduro e che Trump era al corrente dell’operazione. L’altro, Airan Berry, ha affermato che lo scopo della missione era portare Maduro fuori dal Venezuela, “con tutti i mezzi necessari”. Pompeo ha smentito qualsiasi forma di complicità diretta degli Stati Uniti nell’operazione, assicurando ai giornalisti che “se noi fossimo stati coinvolti, le cose sarebbero andate diversamente”.

Trump ha specificato: “Se mai facessimo qualcosa contro il Venezuela, non la faremmo così, sarebbe una vera invasione”.

Una domanda che ancora non ha trovato risposta è perché il gruppo armato abbia portato avanti il raid senza Goudreau, che si trova in una località ignota ma, a quanto sembra, non è in Venezuela. E perché lo abbia fatto nonostante il giornalista dell’Associated Press (Ap) Joshua Goodman avesse pubblicato due giorni prima un articolo in cui descriveva nel dettaglio il piano dell’invasione. Goodman, insieme ad altri due giornalisti dell’Ap, aveva parlato con numerose persone al corrente del progetto di Goudreau negli Stati Uniti e in Colombia. Questo solleva la questione di quanto la Casa Bianca, direttamente coinvolta o meno, sapesse del piano e perché, se lo conosceva, non abbia fatto niente per fermarlo. Goudreau sostiene di aver chiesto l’appoggio dell’ufficio del vicepresidente Mike Pence, che però dichiara di non conoscerlo. Effettivamente Goudreau era entrato in contatto con Keith Schiller, a lungo guardia del corpo di Trump e oggi consulente per la sicurezza. Ma sembra che non abbia più avuto rapporti con lui dopo un incontro a Miami con i rappresentanti dell’opposizione venezuelana, a cui avevano partecipato entrambi circa un anno fa, su come garantire la sicurezza di Guaidó. E Schiller, a quanto dice, non sapeva nulla del progetto. Maduro ha dichiarato che i suoi agenti si erano infiltrati nell’operazione molto prima che cominciasse e alcuni video diffusi in questi giorni – in cui i due mercenari statunitensi e altri uomini, a bordo di una piccola barca da pesca, che sembra aver esaurito il carburante, si avvicinano alla spiaggia con le braccia alzate in segno di resa – confermano quest’affermazione.

L’operazione Gideon sembra la cronaca di un disastro annunciato. Indipendentemente dal fatto che Washington l’abbia appoggiata o meno, o ne sia stata informata in anticipo, l’amministrazione Trump ha indubbiamente contribuito a creare l’atmosfera che ha reso possibile un’iniziativa così strampalata. Per quanto riguarda l’affermazione di Pompeo, cioè che se gli Stati Uniti fossero stati coinvolti il risultato sarebbe stato migliore, il fallimento dell’invasione della baia dei Porci dimostra il contrario. Come anche altre operazioni segrete andate male, dai mercenari mandati dal segretario di stato Henry Kissinger e dalla Cia in Angola negli anni settanta alle bravate di qualche anno dopo guidate dal predecessore di Goudreau, l’ex eroe di guerra delle forze speciali James Gordon “Bo” Gritz, che condusse assurdi raid nel Laos comunista per cercare soldati statunitensi dispersi che si presumeva fossero tenuti nel paese come schiavi. Non c’era nessun disperso, il Laos è ancora comunista e nel 1992 Bo Gritz ha partecipato alle elezioni presidenziali con lo slogan “God, guns and Gritz”, Dio, fucili e Gritz.

La storia si ripete sempre come farsa, ma gli aspetti farseschi dell’operazione Gideon non rendono meno tragica né le morti provocate dalla tentata invasione né il lento collasso del Venezuela. Dal 2015, quando il calo del prezzo del petrolio ha finito di distruggere un’economia già in crisi, circa cinque milioni di persone hanno lasciato il paese. Nonostante le spacconate e le sanzioni degli Stati Uniti, i problemi economici del Venezuela, come la mancanza di democrazia nel paese, sono sempre lì. E l’era trumpiana della baia dei Porcellini non renderà più facile risolverli. ◆ bt

Jon Lee Anderson _ è un giornalista statunitense. Dal 1999 scrive per il New Yorker. I suoi ultimi libri pubblicati in Italia sono Che. Una vita rivoluzionaria _(Feltrinelli 2017) e _Guerriglieri. Viaggio nel mondo in rivolta _(Fandango Libri 2011).

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Questo articolo è uscito sul numero 1359 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati