Cochabamba,
Vicino allo stadio di Cochabamba, in Bolivia, tre uomini stavano abbattendo una statua di Evo Morales, presidente del paese fino a poche settimane prima. Uno dei tre picchiava con una mazza, un altro strattonava la testa della statua. Alla fine la statua si è staccata dal piedistallo e i tre l’hanno scagliata a terra con un gesto carico di disprezzo. Poi il ministro dello sport del nuovo governo ad interim ha dichiarato alla stampa che gli stadi non vanno intitolati ai criminali.
Morales era fuggito dalla Bolivia a novembre, dopo essere stato accusato di aver truccato le elezioni presidenziali e dopo che il comandante delle forze armate lo aveva invitato a dimettersi. Molti hanno parlato di un colpo di stato, ma si continua a discutere se sia stato messo in atto da Morales o dai suoi oppositori. In ogni caso, la cacciata del presidente boliviano ha messo bruscamente fine a uno dei governi più interessanti dell’America Latina. Figlio di un povero mandriano di lama, Morales è un indigeno aymara. È stato il primo presidente indigeno di un paese in cui la popolazione indigena è la maggioranza. Ha lasciato gli studi prima di andare all’università, ma è rimasto al potere per quasi 14 anni. È stato uno dei protetti del leader cubano Fidel Castro e, forse, l’ultimo esponente della cosiddetta marea rosa, cioè quella serie di presidenti di sinistra che hanno dominato la politica dell’America Latina per più di un decennio, all’inizio degli anni duemila. Morales ha trasformato la Bolivia quasi dimezzando la povertà e triplicando il pil.
Dopo la sua contestata vittoria alle elezioni di ottobre del 2019, insieme a Morales si sono dimessi alcuni dei politici a lui più vicini, compresi i tre che in base al loro incarico istituzionale avrebbero dovuto prendere il suo posto alla presidenza. Così è diventata presidente Jeanine Áñez, 52 anni, un’ex presentatrice televisiva che era seconda vicepresidente del senato. Nel giro di due giorni Áñez, dell’opposizione conservatrice, ha ricevuto l’appoggio dei militari. Ma altrettanto rapidamente si è alienata le simpatie della popolazione indigena, alzando in aria una Bibbia gigante e annunciando che l’avrebbe “riportata nel palazzo presidenziale”.
Áñez, bionda e con la pelle chiara, ha nominato un governo formato solo da uomini. Di fronte alle proteste ha aggiunto un ministro indigeno, ma a quel punto i sostenitori di Morales l’avevano già soprannominata la _ mujer teñida_, la donna tinta, o semplicemente “la puttana”.
Secondo Áñez e i suoi alleati, Morales ha trasformato la Bolivia in un’autocrazia socialista. Dall’esilio Morales ha ribattuto di aver creato la Bolivia moderna. In uno dei colloqui che abbiamo avuto quest’inverno, Morales ha ricordato la lunga tradizione d’instabilità politica del paese. In 195 anni di vita come repubblica indipendente, ha assistito ad almeno 190 colpi di stato e rivoluzioni.
“Definiscono il mio governo autoritario solo perché sono stato presidente a lungo”, mi ha detto. Secondo lui, l’attuale governo ad interim dovrebbe autorizzarlo a tornare in Bolivia per concludere il suo mandato presidenziale. Altrimenti il suo partito, il Movimiento al socialismo (Mas), riprenderà il controllo della nazione. “Tornerò e saremo milioni”, ha detto parafrasando le ultime parole pronunciate da uno dei suoi eroi, il ribelle anticoloniale Túpac Catari, prima di essere ridotto a pezzetti da quattro cavalli spagnoli alla fine del settecento.
Un giorno, mentre aspettavo fuori dal palazzo presidenziale di essere ricevuto da Jeanine Áñez, mi si è avvicinato un ragazzo che ha sputato in terra in modo ostentato. Di certo mi aveva scambiato per un agente statunitense mandato in Bolivia per sostenere il nuovo regime. Era l’inizio di dicembre, tre settimane dopo la caduta del governo di Morales, e il paese era ancora diviso. Nei quartieri ricchi di La Paz alcuni graffiti etichettavano il leader boliviano come un assassino, un dittatore, un narcotrafficante; nelle zone indigene più povere si vedevano slogan come “Evo sì” e “Áñez fascista”.
Vicina a Dio
Il cosiddetto palazzo Quemado, palazzo bruciato, si è guadagnato questo nome nel 1875, durante un tentato colpo di stato in cui fu incendiato da una folla inferocita. L’edificio neocoloniale bianco e rosa che lo ha sostituito è sopravvissuto intatto, ma nel 1946 il presidente riformista Gualberto Villarroel fu assassinato qui in un assalto della folla. Il suo cadavere fu lanciato da un balcone e poi appeso a un lampione della piazza sottostante. Il lampione è ancora lì, accanto a una targa che commemora Villarroel. La piazza è intitolata a Pedro Domingo Murillo, il patriota creolo che nel 1809 diede inizio alla guerra d’indipendenza contro la Spagna. Subito dopo fu catturato e impiccato dalle truppe realiste.
Come per cancellare questa brutta storia, Morales ha fatto costruire un grattacielo chiamato La casa grande del pueblo, la casa grande del popolo, che è diventato il quartier generale della sua “rivoluzione democratica e culturale”. È un parallelepipedo scintillante in vetro e acciaio che svetta al di sopra del vecchio palazzo. Dentro ci sono gli uffici della presidenza, la residenza del presidente e vari ministeri. Gli oppositori di Morales hanno criticato l’edificio, costato circa 34 milioni di dollari, giudicandolo un’ostentazione di vanità. Áñez ha rifiutato di stabilirsi lì e ha occupato il palazzo Quemado. Quando è arrivata insieme ai suoi collaboratori, io l’aspettavo nella sala di ricevimento. Un soldato e una guardia del corpo in abiti civili si sono disposti in posizione di protezione: uno dietro di lei e l’altro vicino a una finestra che dà sulla piazza.
Un uomo in abito elegante si è presentato come Erick Foronda, segretario particolare di Áñez. Quando gli ho detto che aveva una faccia conosciuta, ha risposto impassibile: “Sarà perché sono un agente della Cia”. Foronda è stato consigliere presso l’ambasciata statunitense a La Paz per più di vent’anni. Nel 2008 Morales, che ha accusato spesso gli Stati Uniti d’intromettersi negli affari della Bolivia, ha espulso l’ambasciatore statunitense e la Drug enforcement administration (Dea), l’agenzia federale antidroga. Nel 2013 ha cacciato l’agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid).
Durante i primi due anni dell’amministrazione Trump, Foronda viveva a Washington. Oggi gli alleati di Morales definiscono la sua presenza nel palazzo una prova inconfutabile dell’appoggio degli Stati Uniti al colpo di stato in Bolivia. A gennaio Radio Habana Cuba ha trasmesso un servizio intitolato “il segretario particolare di Jeanine Áñez garantisce la sottomissione della Bolivia a Washington”. Anche se il pezzo era pieno di affermazioni inverosimili , il governo di Áñez è indiscutibilmente di destra. La presidente ha espulso dalla Bolivia diplomatici venezuelani e medici cubani accusandoli di finanziare i gruppi favorevoli a Morales. Il primo leader a congratularsi con lei è stato il brasiliano Jair Bolsonaro, il secondo Donald Trump.
Durante il nostro colloquio, nel palazzo faceva freddo e Áñez indossava un soprabito nero sopra un vestito dello stesso colore. Quello che è successo in Bolivia è stata “una liberazione” dalla politica di divisione e di odio di classe portata avanti da Morales, ha affermato: “Sono stati 14 anni di dittatura, menzogne e oppressione da cui stiamo cercando di liberare i boliviani, per realizzare una transizione che possa diventare un nuovo inizio, un posto dove nessuno ci vieti di pensarla diversamente”. Le ho chiesto se mostrarsi con la Bibbia in mano non avesse sottolineato la sua fedeltà all’estrema destra e messo in allarme i sostenitori di Morales. “Sono vicina alla Bibbia e a Dio”, ha risposto Áñez con fervore. “Se questo significa che sono di estrema destra, va bene”. Poi ha aggiunto che più dell’80 per cento dei boliviani sono “uomini e donne di fede” e ha accusato Morales di “non credere in Dio” e di seguire “altre credenze”. Parole che riecheggiano un suo vecchio tweet, poi cancellato, in cui definiva “sataniche” le credenze indigene. Áñez mi ha assicurato che non aveva mai pensato alla possibilità di diventare presidente: “È una cosa che Dio ha messo sul mio cammino”. Si considera “uno strumento per pacificare e stabilizzare” il paese.
La prima volta che ho parlato con Morales per telefono, due giorni dopo il suo arrivo in Messico, ha ribadito di essere vittima di un complotto dell’oligarchia boliviana sostenuta dagli imperialisti statunitensi. “Non mi perdonano, perché ho nazionalizzato le risorse naturali. Non mi perdonano, perché ho ridotto la povertà estrema. Nel sistema capitalistico l’idea è che devi badare a te stesso anche se sei povero, così non ci saranno problemi sociali. Ma in Bolivia non funziona”, ha detto.
Errore politico
Morales ripete spesso che non si è limitato a guidare il paese, ma lo ha “rifondato”. In effetti dai tempi dell’occupazione spagnola la Bolivia è stata sempre divisa: una parte del paese indigena e prevalentemente rurale, l’altra bianca e in gran parte urbana. Durante il suo primo mandato da presidente (2005-2009), Morales ha fatto approvare una nuova costituzione. Il nome del paese è cambiato da repubblica della Bolivia a stato plurinazionale della Bolivia, in omaggio alla sua diversità “comunitaria e sociale”. Come emblema nazionale, sullo stesso piano della bandiera, si è adottato il simbolo indigeno della wiphala, una specie di scacchiera multicolore che rappresenta i vari popoli della Bolivia.
La nuova costituzione ha cambiato le sorti elettorali di Morales. Prima i presidenti non potevano governare per due mandati consecutivi. Nel 2013, quando si avvicinava la fine del suo secondo mandato, Morales ha convinto i tribunali che il primo non contava, perché era precedente all’approvazione del nuovo testo costituzionale. Nel 2016 ha tentato un’altra mossa: ha indetto un referendum per chiedere ai boliviani di autorizzare un quarto mandato. Il responso delle urne è stato negativo, ma la corte costituzionale ha stabilito che impedire a Morales di candidarsi equivaleva a violare i suoi diritti umani. Nel 2018 la corte suprema elettorale ha ratificato la sentenza. Molti boliviani si sono indignati e l’opposizione ha protestato. Tuttavia Morales ha conservato consensi soprattutto tra i poveri e gli indigeni. Per questo lo scorso 20 ottobre, il giorno delle elezioni, era sicuro delle sue possibilità di essere rieletto. Il suo avversario era Carlos Mesa, ex giornalista e vicepresidente dal 2002 al 2003, quando il presidente in carica fuggì dalla Bolivia durante le proteste per la privatizzazione delle riserve di gas naturale, un conflitto ricordato come la guerra boliviana del gas. Mesa diventò presidente, ma si dimise a causa delle manifestazioni incessanti. Morales era uno dei leader dell’opposizione.
Il 20 ottobre 2019 i primi risultati davano Morales in vantaggio di circa 7 punti percentuali. Per evitare un secondo turno, era necessario avere un margine di dieci punti sul secondo candidato. Quella notte, quando era stato scrutinato l’84 per cento delle schede, il sistema elettronico si è interrotto all’improvviso. Ha ricominciato a funzionare ventiquattr’ore dopo e a quel punto Morales aveva un margine di poco più del 10 per cento sull’avversario. Mesa e i suoi sostenitori lo hanno accusato di brogli e hanno chiesto nuove elezioni. Né Morales né i suoi oppositori hanno ceduto e la Bolivia è stata trascinata in una spirale di proteste da entrambe le parti.
Morales mi ha fatto notare che nel 1978, quando fece il servizio di leva, la Bolivia aveva avuto tre presidenti diversi, l’anno dopo quattro
Alla fine Morales ha autorizzato l’Organizzazione degli stati americani (Oas) a condurre un’inchiesta e i risultati sono stati resi noti il 10 novembre. L’Oas ha denunciato “gravi irregolarità”, soprattutto a favore di Morales, e ha consigliato di convocare nuove elezioni. Morales ha subito sottoscritto il rapporto e si è detto favorevole a tornare alle urne. Ma prima che fosse possibile Williams Kaliman, il capo delle forze armate, è andato in tv e ha “suggerito” al presidente di dimettersi “per il bene del paese”. Il comandante della polizia si è aggiunto all’appello.
Morales ha capito che la sua presidenza era arrivata alla fine. Unità della polizia si erano ammutinate in tutto il paese e la guardia presidenziale aveva abbandonato le sue postazioni. Il presidente ha tenuto una conferenza stampa nell’hangar del jet presidenziale e ha rassegnato le dimissioni leggendo in fretta un comunicato. Poi è salito a bordo insieme ad alcuni collaboratori stretti e si è diretto nella sua roccaforte rurale, il Chapare, una provincia nota per la coltivazione della coca. Prima, però, ha chiesto ai suoi sostenitori di radunarsi all’aeroporto, dov’è stato accolto da migliaia di persone intenzionate a difenderlo da un eventuale arresto. Il giorno dopo ha pubblicato su Twitter una sua foto che lo ritraeva sdraiato su una coperta sul pavimento di un rifugio segreto. Poi è uscito di scena per ventiquattr’ore. Il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, di centrosinistra, ha inviato un aereo per portarlo al sicuro. Nel frattempo il ministro degli esteri messicano, Marcelo Ebrard, ha dichiarato che per il Messico Morales era il presidente legittimo della Bolivia ed era stato rovesciato da un colpo di stato militare. Nel caos del momento, i leader del Mas hanno commesso il grave errore politico di far dimettere le tre cariche più alte del paese. Il gesto è stato interpretato come un segno di protesta, ma ha lasciato un vuoto nella linea di successione alla presidenza. Áñez si è dichiarata presidente del senato – quindi in seconda posizione per la presidenza – anche se nelle precedenti elezioni il suo partito aveva ottenuto appena il 4 per cento dei voti.
Accuse reciproche
Jeanine Áñez ha preso le redini di un paese in tumulto. Gli oppositori di Morales hanno festeggiato la sua partenza sventolando le bandiere della Bolivia. Carlos Mesa ha salutato su Twitter la fine della tirannia. Una folla arrabbiata ha saccheggiato una casa di proprietà di Morales a Cochabamba e ha dato fuoco all’abitazione di sua sorella. A Potosí, il fratello del capogruppo del Mas in parlamento è stato costretto a fare il giro della piazza principale senza vestiti, mentre la sua casa veniva bruciata.
I sostenitori di Morales si sono scontrati con la polizia; altri hanno saccheggiato negozi e abitazioni di alcuni dei suoi principali oppositori. A La Paz, gruppi violenti hanno bruciato 68 autobus e dei cecchini hanno sparato a un convoglio di minatori dell’opposizione, ferendone alcuni. Lungo le vie d’accesso ad alcune città sono stati eretti dei posti di blocco per impedire l’entrata di rifornimenti di viveri e carburante.
Il 12 novembre, il giorno del suo insediamento, Áñez ha schierato l’esercito e la polizia, e poco dopo ha offerto l’impunità per i reati eventualmente commessi nel tentativo di ristabilire l’ordine. Nel giro di pochi giorni, con il coinvolgimento delle forze di sicurezza, ci sono stati due attacchi contro i sostenitori di Morales. Il 15 novembre, nella cittadina di Sacaba un gruppo di cocaleros che manifestava a favore di Morales si è avvicinato allo sbarramento creato dalla polizia su un ponte: nove persone sono state uccise. Tre giorni dopo, nella città aymara di El Alto, alcuni manifestanti del Mas hanno alzato un blocco intorno al Senkata, un magazzino di carburante di proprietà dello stato, e le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco uccidendo almeno dieci persone.
Secondo il governo di Áñez, al Senkata è stato sventato “un attentato terroristico”. Alcuni funzionari hanno dichiarato che i manifestanti volevano far saltare in aria le cisterne rischiando di uccidere cinquantamila persone. Ma gli osservatori dell’Oas respingono questa tesi. Un militante del Mas che quel giorno si trovava lì mi ha riferito che i manifestanti avevano scavato delle trincee nella strada sterrata fuori dall’impianto per fermare le autocisterne. Quando il governo aveva spedito le ruspe a riempire le buche era partita una sassaiola. A quel punto i soldati avevano aperto il fuoco.
Alla fine di novembre, quando i disordini si sono fermati, 34 persone erano morte e centinaia erano state ferite. Il nuovo ministro dell’interno, Arturo Murillo, ha negato ogni responsabilità del governo: “Quasi tutte le vittime sono state raggiunte da un proiettile calibro 22 alla nuca, alla schiena o sotto il braccio. Significa che sono state uccise deliberatamente da chi ha innescato i disordini, cioè quelli del Mas, per creare scompiglio”. Murillo non ha fornito prove delle sue affermazioni. Durante le violenze nove alti funzionari si sono rifugiati nell’ambasciata del Messico a La Paz, mentre altre persone vicine a Morales sono scappate dal paese. Quando ho chiesto a Murillo di commentare le notizie sulla persecuzione degli esponenti del Mas, si è innervosito: “Noi ce l’abbiamo solo con i terroristi, i violenti, quelli che vogliono danneggiare il paese”, ha detto alzando la voce. “Contro di loro sì che useremo le maniere forti”. E ha proseguito: “Quello che li perseguita di più è la loro coscienza, no? Sanno di aver ucciso e incendiato, di aver rubato e di aver ingannato il prossimo. Molti hanno un debito nei confronti della patria. E i debiti, prima o poi, si pagano”.
Secondo lui, però, il debito più pesante verso la Bolivia ce l’ha Evo Morales: i servizi segreti, mi ha detto, hanno le prove che ha trasformato il paese “in uno stato narcoterrorista”.
A dicembre il procuratore generale ha accusato Morales di sedizione e terrorismo, e ha chiesto all’Interpol di emettere un mandato d’arresto nei suoi confronti. A sostegno delle sue tesi, il governo ha reso pubblica la registrazione di una telefonata – presumibilmente fatta durante la crisi – in cui si sente Morales ordinare a un sindacalista di rafforzare il blocco eretto dal Mas: “Nelle città non devono arrivare viveri”, dice l’ex presidente, “blocchiamoli, interrompiamo i rifornimenti”.
Concentrato sullo sviluppo
Verso la fine di dicembre, quando l’ho incontrato a Città del Messico, Morales ha liquidato la notizia del mandato d’arresto dell’Interpol: “Mi hanno fatto tutto quello che è possibile fare”, ha detto ridendo. Quando era leader dei cocaleros e parlamentare, era stato incarcerato e torturato per il suo attivismo. “Cos’altro possono farmi? Mettermi in galera?”, ha chiesto. “Ci sono già stato”.
In Messico Morales viveva in una base militare con restrizioni di accesso. Ci siamo incontrati in una villa che serviva anche da quartier generale della tv di stato del Venezuela. Ci siamo seduti sotto un albero nel giardino circondato da mura. Ho avuto l’impressione che non possa accettare il fatto di vivere lontano dalla Bolivia e soprattutto di non governare più le sorti del paese.
Quando è stato eletto presidente la prima volta, molti esponenti del mondo dell’imprenditoria temevano che avrebbe instaurato un regime rivoluzionario chiuso al compromesso. Invece la sua amministrazione si è dedicata soprattutto allo sviluppo. Morales mi ha fatto notare che nel 1978, l’anno in cui fece il servizio di leva, la Bolivia aveva avuto tre presidenti diversi, e l’anno dopo quattro.
A differenza di altri presidenti latinoamericani, non ha distrutto l’economia dichiarando guerra al settore privato
“Senza stabilità politica”, ha detto, “è impossibile pensare allo sviluppo”. Sotto la sua amministrazione “la Bolivia è diventata il primo paese latinoamericano per crescita economica. In passato era ai primi posti solo per povertà e corruzione”. Morales ha nazionalizzato le risorse naturali e ha cercato di metterle a frutto sul mercato: “Quando sono andato al governo la Bolivia non esportava gas di petrolio liquefatto, lo importava”. Oggi lo vende al Paraguay, al Perù, al Brasile e all’Argentina. “Prima importavamo fertilizzanti, oggi ne esportiamo in Brasile al ritmo di 150mila tonnellate all’anno”, ha aggiunto Morales. “Per un piccolo paese di dieci milioni di abitanti, è un’entrata”.
Come altri leader latinoamericani di sinistra, anche Morales ha beneficiato di dieci anni di ottime entrate garantite dalle risorse naturali. Ma a differenza degli altri, in particolare di quelli venezuelani, non ha distrutto l’economia dichiarando guerra al settore privato. L’opposizione – in gran parte bianca e conservatrice, concentrata a Santa Cruz – ha cercato più volte di cacciare Morales organizzando scioperi nazionali o assoldando mercenari per ucciderlo. Ma il presidente boliviano si è mostrato disposto a lavorare insieme ai capitalisti, a condizione che non lo ostacolassero politicamente. Per ridurre le disuguaglianze, ha finanziato l’introduzione di una pensione minima universale e ha avviato un sistema di trasferimenti di liquidità che incoraggiasse le donne incinte a cercare assistenza sanitaria e le famiglie a mandare i figli a scuola. Il suo governo ha fatto distribuire pacchi di generi alimentari (con sopra il suo ritratto) e costruire scuole e ospedali (con il suo nome). Gli sforzi di Morales sono stati spesso teatrali, ma efficaci.
Tuttavia conciliare gli obiettivi della crescita economica e della promozione sociale non è stato facile. A La Paz ho incontrato Waldo Albarracín, ex rettore della principale università pubblica della Bolivia e difensore dei diritti umani. È stato tra i primi sostenitori di Morales. “Ho votato per Evo”, mi ha detto, “come quasi tutti noi che ci consideravamo di sinistra”.
Oggi Albarracín crede che la sua presidenza sia stata un’occasione persa: “Il boom dei beni di consumo ha generato entrate per più di 40 miliardi di dollari”, mi ha detto. “Il paese non aveva mai visto entrate del genere”. I creditori internazionali, tra cui la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, hanno cancellato più della metà del debito estero della Bolivia. “Sarebbe stato il momento buono per aprire ancora di più l’economia”, ha osservato Albarracín. Invece Morales ha appoggiato sempre di più l’industria mineraria e petrolifera e quella agricola.
L’attenzione riservata alle aziende e la mancanza d’interesse per le questioni ambientali hanno deluso la sinistra. Poi il boom delle materie prime ha rallentato: “Non solo c’è stato un rallentamento della crescita economica, ma sono emersi problemi di corruzione simili a quelli di qualsiasi governo di destra”, mi ha spiegato Albarracín. “E nel frattempo Evo ha continuato a parlare come un antimperialista”. Durante le proteste di novembre centinaia di attivisti del Mas hanno bruciato la casa di Albarracín a La Paz.
Divergenze interne
A Città del Messico, quando ho cercato di portare Morales ad ammettere qualche responsabilità nei fatti di novembre, mi ha detto in tono disinvolto: “Siamo esseri umani e tutti commettiamo degli errori. Ma davvero si può sostenere che sia uno sbaglio andare alle elezioni? Durante il mio secondo mandato, dopo che avevamo rifondato la Bolivia, i miei fratelli sia delle campagne sia delle città sono venuti a dirmi: ‘La tua vita non è più tua, ma del popolo’. Mi hanno spiegato che dovevo ricandidarmi per portare avanti il processo di cambiamento”.
In Messico Morales sembrava non rendersi conto della situazione e stranamente inconsapevole dell’impressione che faceva. Molte persone vicine al Mas con cui ho parlato mi hanno riferito che il leader boliviano era diventato sempre più autoritario a mano a mano che rimaneva al potere, ma che i suoi alleati lo proteggevano dalle conseguenze. Marcela Araúz, ex responsabile delle comunicazioni del parlamento boliviano, mi ha detto che Morales era circondato da _ llunkus_, leccaculo, che avevano provocato la crisi assecondando “le tendenze dispotiche” del presidente.
Albarracín mi ha elencato alcuni episodi discutibili. Nel 2010 Morales ha comprato un nuovo jet presidenziale da 38 milioni di dollari: “Voleva vedersi i Mondiali di calcio in Sudafrica e ha preso l’aereo portandosi dietro i suoi collaboratori”. Nel 2011 ha cercato di far approvare la realizzazione di un’autostrada attraverso una riserva indigena nelle pianure tropicali, ma le proteste sono state così intense da costringere il governo a fare marcia indietro. Nell’estate del 2019 in tutta la Bolivia orientale sono scoppiati enormi incendi che hanno distrutto una zona chiamata La Chiquitania. Morales non ha fatto niente per settimane, ha rifiutato gli aiuti internazionali e ha impedito l’ingresso di vigili del fuoco argentini. Quando gli incendi si sono finalmente fermati, erano bruciati più di 5 milioni di ettari di foresta.
Una sera ho attraversato a piedi il piazzale davanti al palazzo Quemado, diretto verso il parlamento. Avevo appuntamento con Eva Copa, la presidente del senato. Copa viene da El Alto, è un’indigena aymara, ha 33 anni, i capelli neri e porta gli occhiali. È una politica di secondo piano, con appena cinque anni di esperienza, ma il suo partito le ha chiesto di prendere il posto degli alti esponenti che hanno lasciato il paese. Dopo la caduta di Morales, il Mas aveva conservato la maggioranza in parlamento, ma ai primi di dicembre ha avviato una trattativa con l’amministrazione Áñez.
Con discrezione, Copa mi ha fatto capire che la sua decisione di lavorare con _ la señora_ Áñez non è stata apprezzata dai compagni di partito più intransigenti. Per lei, però, non c’erano altre vie d’uscita dalla crisi. I comuni cittadini boliviani soffrivano, lei stessa aveva dei bambini piccoli e per due settimane non aveva potuto tornare a casa a causa del blocco imposto dal Mas al culmine delle violenze. Durante il nostro incontro, Copa non ha criticato apertamente Morales. Anzi, non l’ha quasi mai nominato. Più tardi un ex alto esponente del Mas mi ha confidato: “Il tentativo di ottenere un quarto mandato e le sue conseguenze sono sotto i nostri occhi. Dovremo imparare dai nostri errori e sperare di sopravvivere”, ha detto.
Jerjes Justiniano, che durante il periodo di transizione è stato capo di gabinetto di Jeanine Áñez, mi ha detto di aver osservato una frattura tra i sostenitori di Morales, “da una parte gli irriducibili, contrari a ogni trattativa, dall’altra quelli aperti al dialogo”. Al culmine della crisi, ha negoziato senza sosta con la fazione dialogante, che presto ha accettato d’impegnarsi per fermare le violenze. Nella votazione successiva, la maggioranza dei parlamentari del Mas ha ratificato le dimissioni di Morales.
Se i politici di La Paz sembravano disposti al dialogo, anche se a malincuore, nelle regioni indigene dell’altopiano rimaneva una certa diffidenza. Gli oppositori di Morales lo hanno sempre accusato, con qualche ragione, di privilegiare quelle zone. I suoi sforzi, però, hanno anche contribuito a riparare un’ingiustizia storica. Dopo la brutale conquista spagnola, infatti, gli indigeni boliviani furono assoggettati a un sistema feudale di divisione del lavoro che rimase in vigore fino agli anni cinquanta del novecento e che li privava del diritto di voto. Anche quando le leggi cambiarono, gli atteggiamenti razzisti rimasero profondamente radicati, e la maggioranza degli indigeni continuò a vivere in povertà, senza accesso alla proprietà della terra, ai prestiti bancari, all’istruzione universitaria e agli impieghi pubblici.
Dall’esilio controlla con attenzione lo sviluppo della situazione in Bolivia e adatta il suo messaggio a seconda delle necessità
Morales ha dato la priorità alla riforma di questi settori, ma a mano a mano che aumentava il benessere degli indigeni la popolazione bianca si è sentita esclusa. Secondo l’ex rettore Albarracín, a Morales è sfuggita la contrapposizione che si era creata tra certi ideali di base, cioè tra “i valori occidentali e la visione del cosmo tipica degli indigeni”.
Un passato di umiliazioni
El Alto è di fatto la capitale della Bolivia indigena. La sua popolazione è in maggioranza aymara e molti abitanti sono migranti interni che vengono dalle regioni rurali. Se trentacinque anni fa era poco più di un insieme di baracche di argilla e di mercatini, durante la presidenza di Morales El Alto ha raggiunto il milione di abitanti. La sua architettura è esuberante: palazzi con facciate ricoperte di vetri colorati, tetti spioventi e angoli stravaganti.
Alexis Argüello, un libraio di 33 anni, mi ha detto che per gran parte della sua vita si era vergognato di dire che veniva da El Alto, ma che poco a poco quel disagio ha lasciato il passo a qualcosa di simile all’orgoglio. Qualche anno fa Argüello ha fondato una piccola casa editrice dedicata agli scrittori locali. Non ha mai dimenticato le umiliazioni del passato, “per esempio il fatto di dovermi sempre giustificare con la polizia”. E, ha aggiunto, da quando Áñez è al governo le forze dell’ordine hanno ricominciato a prendere di mira gli uomini di El Alto.
Per la presidente Áñez, il rischio d’inimicarsi la popolazione indigena è grande. Anche se i boliviani che si definiscono mestizos, meticci, sono sempre più numerosi, la popolazione resta in maggioranza indigena e non si lascia intimidire facilmente. La Bolivia ha una lunga storia di proteste organizzate, in particolare da parte dei minatori e dei cocaleros, che Morales ha scelto di rappresentare durante la sua presidenza e che fanno pesare la loro influenza con cortei, blocchi stradali e scontri con la polizia. In questi ultimi mesi alcuni di questi irriducibili hanno difeso Morales. Quando lui ha accusato Áñez di volere un colpo di stato, centinaia di militanti aymara in poncho rosso sono scesi su La Paz dalle montagne circostanti al grido di “guerra civile”. Dopo il massacro di Senkata, alcuni gruppi di attivisti favorevoli a Morales hanno distrutto sette delle otto stazioni di polizia di El Alto.
Quando ci siamo incontrati a Città del Messico, Morales mi ha detto di essere in piedi dalle 3 e mezza del mattino, occupato a parlare di strategie al telefono con i suoi sostenitori. Dall’esilio controlla con attenzione lo sviluppo della situazione in Bolivia e adatta il suo messaggio a seconda delle necessità, per non perdere il suo peso politico agli occhi del paese.
Quando il Mas ha accettato di avviare le trattative con il governo di Áñez, Morales ha annunciato che non si sarebbe più candidato alla presidenza. E dopo che i parlamentari del Mas hanno votato le sue dimissioni in parlamento, ha assunto un ruolo nuovo, quello di direttore della campagna elettorale del partito. Se non poteva più essere il re, almeno poteva organizzare il lavoro del sovrano. Così, alla metà di dicembre, Morales si è collegato per telefono con Cochabamba, dove si stava svolgendo una riunione tra migliaia di fedelissimi del Mas per discutere del futuro del partito.
Cochabamba è la terza città della Bolivia. Situata in una fertile vallata andina a sudest di La Paz, è la porta del Chapare, la regione dove si coltiva la coca e dove Morales ha il grosso della sua base politica. L’assemblea si teneva nello stadio chiamato La Coronilla. Sul marciapiede i venditori ambulanti pubblicizzavano così i loro dvd: “La verità sul colpo di stato finanziato dagli Stati Uniti”.
Dentro lo stadio, alcune migliaia di persone affollavano gli spalti sventolando la wiphala e comprando cose da mangiare. A un tratto l’attenzione della folla è stata richiamata da una sirena, e un annunciatore ha dato il benvenuto alle delegazioni del Mas provenienti da tutta la Bolivia, salutate con slogan in spagnolo, in aymara e in quechua. Poi è stato trasmesso l’inno nazionale e tutti si sono alzati in piedi con una mano sul cuore e l’altra stretta a pugno. Dopo un minuto di silenzio per i compagni caduti, il capo della delegazione del Mas di Cochabamba ha preso la parola. La folla ha fatto eco al suo grido conclusivo: “Abbasso i traditori”. Poi, quando l’annunciatore ha dichiarato che Morales sarebbe “tornato presto”, la folla ha risposto gridando: “Evo, Evo”, “Evo, non sei solo”.
Io ero seduto accanto a una donna che aveva lavorato per l’amministrazione Morales, ma poi si era dimessa perché era frustrata dai privilegi della cerchia di intimi di Evo – li chiamava _llunkus _–“che lo circondavano isolandolo dal popolo”. Girava voce che forse Morales avrebbe lasciato il Messico per l’Argentina. Se lo farà, mi ha detto, “spero che parta da solo così può stare per un po’ di tempo con se stesso e riflettere. Ne ha bisogno”.
**2005 **Il leader socialista Evo Morales, ex sindacalista dei coltivatori di coca, è eletto presidente. È il primo indigeno alla guida della Bolivia.
2006 Morales nazionalizza l’industria energetica. Cominciano i lavori dell’assemblea costituente per scrivere una nuova costituzione che dia più poteri alla popolazione indigena.
**2008 **Nel nord e nell’est del paese scoppiano violente proteste antigovernative. Morales espelle l’ambasciatore statunitense.
**2009 **Morales è rieletto per un secondo mandato con più del 60 per cento dei voti.
**2010 **In tutto il paese ci sono proteste contro la proposta del governo di aumentare il costo della benzina. Il governo fa marcia indietro.
**2013 **Una legge autorizza Morales a presentarsi per un terzo mandato anche se la costituzione stabilisce un limite di due mandati presidenziali consecutivi.
**2014 **Morales annuncia un aumento del 20 per cento del salario minimo. A ottobre è rieletto per un terzo mandato.
**2016 **In un referendum i boliviani votano contro il quarto mandato di Morales.
**2017 **La corte costituzionale stabilisce che Morales può candidarsi lo stesso.
Ottobre 2019 Alle elezioni presidenziali Morales è in vantaggio su Carlos Mesa ma viene accusato di brogli. Dopo settimane di proteste violente, il capo delle forze armate lo “esorta” a dimettersi. Morales va in esilio in Messico e poi in Argentina. Bbc
La folla era agitata e l’atmosfera tesa. Era la prima volta dalle dimissioni di Morales che il Mas convocava un’assemblea tanto affollata, e fuori l’aria era satura del ronzìo degli elicotteri della polizia. La mia vicina mi ha mostrato i tweet di alcuni sostenitori della destra: uno esortava il governo ad approfittare dell’assemblea “per catturare i criminali del Mas”.
A un certo punto un annunciatore ha dichiarato che stava per parlare “il presidente Evo”, ed è caduto il silenzio. Un attimo dopo la voce di Morales ha riempito lo stadio. Ha salutato i suoi compañeros y compañeras, ha denunciato “il colpo di stato fascista e razzista” e ha promesso che sarebbe “tornato presto in Bolivia”. La folla ha applaudito entusiasta. Ha sottolineato la necessità di essere uniti e ha detto che l’assemblea doveva concordare dei candidati per le prossime elezioni, e che il Mas, ne era certo, avrebbe vinto. Morales ha cercato di dare forza al suo tentativo di restare il leader de facto della Bolivia. Ma l’impressione era che dall’esilio riuscisse a dividere il paese più che a unirlo.
Silenzio vergognoso
Nessuna delle due parti vuole abbandonare la lotta. Morales si è effettivamente trasferito in Argentina, da dove ha chiesto ai boliviani di formare delle milizie civili. Dopo la reazione indignata dei mezzi d’informazione, si è rimangiato le parole affermando di aver sempre “difeso la vita e la pace”.
Áñez ha espulso dalla Bolivia gli ambasciatori della Spagna e del Messico, perché sospetta che cospirino per far uscire di nascosto dal paese alcuni fedeli dell’ex presidente. Per le elezioni presidenziali (inizialmente programmate il 3 maggio, ma rimandate a data da destinarsi a causa della pandemia) Morales ha dichiarato che il suo favorito è Luis Arce, ex ministro dell’economia nel suo governo.
Áñez, che ha invitato l’Usaid a tornare in Bolivia per dare “supporto tecnico” durante le elezioni, ha annunciato la sua candidatura. Il suo ministro delle comunicazioni si è dimesso accusandola di fare il gioco di Morales, e l’ex candidato dell’opposizione Carlos Mesa ha protestato. Invece i militari, guidati da un nuovo comandante nominato da Áñez, non hanno espresso riserve sul fatto che il suo governo ad interim provi a diventare permanente. Visti i brogli elettorali di cui è accusato, e considerato che il suo partito ha accettato nuove elezioni senza di lui, è difficile definire la cacciata di Morales un “colpo di stato”. Ma allo stesso tempo è difficile non farlo, visto il comportamento di Áñez. Oltre alle violenze commesse dalle forze di sicurezza, il governo ad interim ha annunciato l’apertura delle indagini su quasi seicento esponenti dell’amministrazione precedente. Secondo le Nazioni Unite, almeno 160 persone, compresi alcuni alti funzionari, sono state indagate o arrestate con accuse che vanno dalla corruzione, al terrorismo e alle “nomine illegali”. A gennaio la presidente ad interim ha esortato il paese a non permettere “il ritorno al potere dei selvaggi”.
Marcela Araúz punta l’indice contro “la cecità della classe media della Bolivia”, che ha sostenuto il nuovo status quo: “Non ha capito che i brogli elettorali non escludono il fatto che ci sia stato un colpo di stato”, ha detto. In Bolivia c’è stata una vera persecuzione e il silenzio dei mezzi d’informazione è stato vergognoso. Come altre persone con cui ho parlato, anche Araúz è sicura che il nuovo regime di destra farà tutto il necessario per trionfare alle elezioni: “Ora che ha il controllo, non lo mollerà facilmente”. ◆ma
Jon Lee Anderson è un giornalista statunitense. Dal 1999 scrive per il New Yorker. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Che. Una vita rivoluzionaria (Feltrinelli 2017).
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Questo articolo è uscito sul numero 1353 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati