Alexandria Ocasio-Cortez sostiene che “il movimento per la giustizia economica, sociale e razziale non si ferma davanti ai codici di avviamento postale”. I più attivi sostenitori del cambiamento politico negli Stati Uniti lo sostengono da tempo, ma questa socialista democratica di 28 anni, diventata una delle figure politiche più riconoscibili del paese dopo l’inattesa vittoria alle primarie di New York per un seggio al congresso, è fermamente decisa a dimostrarlo. Dopo la vittoria si è messa alla guida dei cosiddetti insurgent populist, l’ala radicale del Partito democratico, facendo campagna elettorale da un capo all’altro del paese: da Detroit a Honolulu, da Wichita a Los Angeles. Allora proviamo a verificare la sua teoria. Una lettera spedita dal cap 10462 – nel Bronx, dove Ocasio-Cortez ha sconfitto il veterano democratico Joe Crowley – deve percorrere almeno 2.300 chilometri per raggiungere Cheney, in Kansas (cap 67025). Secondo l’opinione diffusa, nessun messaggio politico radicale potrà mai superare il confine ideologico che divide un quartiere urbano, come il Bronx, dove nel 2016 Donald Trump ha ottenuto solo il 10 per cento dei voti, da uno stato rurale come il Kansas, dove il candidato repubblicano ha conquistato 103 contee su 105.

Ma Janice Manlove non è d’accordo. È una sera di mezza estate e sono seduto con questa donna di 64 anni, impiegata delle poste in pensione, sul retro del carro da fieno addobbato con i cartelli del candidato democratico James Thompson. Avvocato e attivista per i diritti civili, Thomp­son ha il sostegno di Ocasio-Cortez e anche di Bernie Sanders, il senatore del Vermont che nel 2016 ha sfidato Hillary Clinton nelle primarie democratiche per le presidenziali.

Tra poco ci uniremo al corteo che inaugura la fiera annuale della contea di Sedgwick in questa comunità di 1.600 abitanti. Ci sono 37 gradi e l’umidità è altissima. Manlove è irritata, ma non con il clima, a cui è abituata: ce l’ha con i politici e i grandi esperti, con chi sostiene che Ocasio-Cortez e il suo messaggio di solidarietà tra i lavoratori non avranno presa nell’America rurale: “È una scemenza”, commenta. “La gente adora Alexandria”.

“Non so se te ne sei accorto”, prosegue, “ma in Kansas è pieno di lavoratori”. Manlove allude a un dibattito che si è acceso nelle ultime settimane: il Partito democratico, che dopo la traumatica sconfitta del 2016 fa fatica a trovare un’identità, dovrebbe compattarsi intorno a questa autoproclamata “ragazza del Bronx”. A sentire Manlove, orgogliosa di essere la presidente delle donne democratiche della contea di Sedgwick, la chiamata alle armi di Ocasio-Cortez e di Sanders è proprio quello che serve per convincere gli operai, soprattutto quelli giovani, ad andare a votare alle elezioni di metà mandato che si terranno il 6 novembre. Manlove non è d’accordo con l’ex senatore democratico Joe Lieberman, secondo cui Ocasio-Cortez è un’estremista “estranea alla politica tradizionale” che minaccia di “nuocere al congresso, all’America e al Partito democratico”.

Anche Tammy Duckworth, senatrice democratica dell’Illinois, ha messo in guardia gli elettori dall’eccessiva infatuazione per Ocasio-Cortez: “Non penso che si possa vincere negli stati del midwest con un messaggio molto progressista”, ha dichiarato a luglio. Eppure, mentre il carro di James Thompson percorre la strada principale di questa cittadina in pieno midwest, Manlove mi fa notare proprio il “buonsenso” della proposta politica di Ocasio-Cortez: “A lei non interessa ciò che ci divide, ma ciò che ci unisce”, osserva. “Dice che se il congresso smettesse di occuparsi così tanto delle grandi aziende e cominciasse a pensare alla gente che lavora staremmo tutti meglio. Tutti i democratici dovrebbero dirlo: sarebbe un messaggio molto efficace”.

Lo pensano anche molti altri elettori di sinistra. Qualche giorno dopo la mia conversazione con Manlove, quando Ocasio-Cortez e Sanders sono arrivati a Wichita per la campagna elettorale di Thomp­son, la nuova stella del partito democratico è stata accolta come un’eroina. C’erano cinquemila persone, e molte indossavano magliette blu e bianche comprate online con la scritta “Alexandria Ocasio-Cortez per il NY-14”. La candidata di New York ha esposto il suo programma per la giustizia economica e sociale e poi ha osservato: “Dicevano che a voi del Kansas queste cose non interessavano. Dicevano che mi avreste accolta con freddezza. E invece avete dimostrato che si sbagliavano”. È scoppiato un applauso fragoroso.

Sale piene

C’era lo stesso entusiasmo in Missouri, dove Ocasio-Cortez è andata per sostenere Cori Bush, candidata della sinistra radicale, e in Michigan, dove in due giorni ha visitato Grand Rapids, Flint, Detroit, Dearborn e Ypsilanti. Era in quello stato per dare una mano ad Abdul El-Sayed, candidato alle primarie democratiche per la carica di governatore. El-Sayed, un medico di 33 anni, si è fatto un nome guidando le campagne per la salute quando era direttore del dipartimento della sanità di Detroit.

In Michigan Ocasio-Cortez ha fatto il tutto esaurito nelle sale e ha attirato moltissimi giovani che si sono messi in fila per farsi fotografare con lei. Tra loro c’era Lia Fabbri, una studente di 24 anni che le ha detto: “Un giorno anch’io mi candiderò, e sarà merito tuo”.

Alla fine Abdul El-Sayed è stato sconfitto, come Cori Bush e Brent Welder, un avvocato del Kansas. Ma altri politici sostenuti da Ocasio-Cortez e da Sanders ce l’hanno fatta: Rashida Tlaib, attivista per i diritti civili, ha vinto di poco le primarie per un seggio alla camera in rappresentanza del Michigan, e ora ha buone probabilità di diventare la prima deputata musulmana della storia degli Stati Uniti. E ha vinto anche Thompson in Kansas. A novembre sfiderà il repubblicano in carica Ron Estes.

Scelta esistenziale

Da quando ha sconfitto Crowley, uno dei quattro politici democratici più influenti della camera, Ocasio-Cortez ha intrapreso un percorso che ricorda quello che proiettò sulla scena nazionale il vincitore delle primarie democratiche del 2004 per il senato dell’Illinois: Barack Obama. Lei non è ancora entrata al congresso, ma viene invitata nei principali talk show e tiene comizi davanti a migliaia di persone a Los Angeles e a San Francisco. Su Twitter ha più di 840mila follower e in tutto il paese ci sono candidati democratici che farebbero qualsiasi cosa per avere il suo sostegno. I commentatori conservatori la dipingono come “una candidata marxista e comunista che cerca di farsi passare per democratica” (Rush Limbaugh), “una che mette paura” (Sean Hannity), una “che lascia impietriti” (Meghan McCain). E molti si chiedono se alla fine i democratici abbandoneranno il centrismo gradito alle élite di donatori e strateghi elettorali, quelli convinti che gli Stati Uniti siano troppo divisi per rimettere insieme una grande coalizione ispirata alla tradizione del new deal di Franklin D. Roosevelt o allo slogan yes we can di Obama.

Ocasio-Cortez vuole che il Partito democratico pensi in grande: “Non dobbiamo lasciare che dividano l’America in collegi rossi e collegi blu, che ci dicano dove possiamo vincere e dove è impossibile: è tutto possibile”, dice davanti alla folla entusiasta che riempie una chiesa di Ypsilanti. “Lo status quo non è un’opzione”, dice. “L’unico modo per andare avanti è battersi per la giustizia economica, sociale e razziale per i lavoratori americani”.

La chiamata alle armi di Alexandria Ocasio-Cortez la contrappone in modo diretto ai vertici del Partito democratico che hanno scelto il centrismo come posizione fondamentale, anche mentre perdevano il controllo della Casa Bianca, del congresso, della maggior parte dei governi statali e di mille seggi nei parlamenti locali. Gli attivisti sostengono che, per rimettersi in carreggiata, il partito deve abbandonare il suo eccessivo moderatismo. Per molti di loro, sia i veterani sia i più giovani, Ocasio-Cortez parla la lingua che vorrebbero sentire dai leader del partito.

“In questo paese ci sono molte persone escluse da tutto”, dice. “Sono escluse perché non sono considerate qualificate. Anch’io sono stata esclusa. Quando gli esclusi si uniscono, diventano più forti”.

New York, 3 giugno 2018. Ocasio-Cortez, al centro, alla Queens pride parade (John Trotter, Maps)

Ocasio-Cortez sa che molti dei candidati che sostiene hanno pochi fondi e poche possibilità di vincere. Alcuni hanno già perso e altri perderanno in futuro. Ma lei è disposta a correre dei rischi pur di far eleggere delle facce nuove che una volta al congresso diano vita a un gruppo parlamentare con idee di sinistra: persone come Thompson, Tlaib e Ayanna Pressley, che il 4 settembre ha vinto a sorpresa le primarie democratiche in Massachusetts per un seggio alla camera. In campagna elettorale Ocasio-Cortez è energica, pronta a stringere nuove alleanze e a farsi selfie con i giovani che affollano i suoi comizi. Ma è anche un’attivista scaltra, che ha cominciato a interessarsi alle questioni economiche e sociali prima ancora di lavorare da tirocinante per il senatore Ted Kennedy, nel 2008. Ocasio-Cortez conosce bene le dinamiche delle campagne elettorali, e se ha sconfitto un democratico con più di dieci mandati alle spalle non è stato certo grazie alla fortuna. Studia nel dettaglio i processi politici. Si tiene in contatto con i candidati per tastare il polso al paese. Condisce i suoi discorsi con riferimenti storici che servono a stabilire un legame con le persone a cui parla: la battaglia contro la schiavitù in Kansas, le lotte dei lavoratori nel Michigan. Esorta i militanti a buttarsi a corpo morto nella campagna elettorale, facendone una sorta di missione morale.

Ma quello che colpisce di più di Ocasio-Cortez è la consapevolezza che questa campagna non riguardi lei personalmente. È vero che nelle interviste dice spesso che la decisione di candidarsi a New York è stata influenzata dalle difficoltà economiche della sua famiglia. Ma durante i suoi spostamenti da un capo all’altro del paese dedica molto tempo a spiegare il suo programma politico: un salario sufficiente per vivere, assistenza sanitaria universale, abolizione delle tasse universitarie, difesa dei diritti degli immigrati, compresa l’abolizione dell’Immigration and customs enforcement (Ice, l’agenzia responsabile del controllo delle frontiere), riforma della giustizia penale. Non è un programma “da fare paura”, spiega: si tratta semplicemente di un piano per un paese e per un futuro “che rispondano ai bisogni della gente”.

I suoi avversari accusano Ocasio-Cortez di non avere esperienza e di non essere realistica: la rivista conservatrice National Review l’ha definita il “volto poco serio di un movimento poco serio”. In realtà Ocasio-Cortez è capace di tener testa anche ai più raffinati analisti politici. È laureata in economia alla Boston university e ama spulciare i bilanci. Ha partecipato a incontri con l’influente economista Stephanie Kelton. Parla spesso di “rivedere le priorità”, cioè avere “il coraggio politico e morale” di mettere i bisogni dei lavoratori e delle loro famiglie al di sopra degli sgravi fiscali pretesi dai miliardari e di un bilancio militare zeppo di voci che “non sono neanche richieste dal Pentagono”.

Idee di buon senso

Rivedere le priorità in nome dei bisogni umani è l’idea di base della dottrina dei socialisti democratici statunitensi da più di un secolo. Ed è al centro dei tentativi di spostare più a sinistra il Partito democratico almeno da quando Michael Harrington ha fondato i Democratic socialists of America (Dsa), nel 1982. È lo stesso programma portato avanti da Bernie Sanders, che durante le primarie democratiche del 2016 ha detto di aver attinto alle idee di Franklin Delano Roosevelt e di Martin Luther King.

Ocasio-Cortez illustra il suo programma con la disinvoltura di una politica millennial cresciuta dopo la fine della guerra fredda. È nata un mese prima del crollo del muro di Berlino, non ha la minima esitazione nel distinguere tra socialdemocrazia alla scandinava e autoritarismo alla sovietica. Quando le chiedono cosa significhi per lei il socialismo democratico risponde: “Vivere in una società che è in grado di garantire a tutti l’accesso all’assistenza sanitaria e la possibilità di mandare i figli all’università. Possiamo adottare misure audaci per ridurre il cambiamento climatico e salvare il futuro, come parte di un’economia etica, e sono convinta che abbiamo il dovere morale di farlo”.

Da sapere
Il vot0 di novembre

◆ Il 6 novembre 2018 negli Stati Uniti si terranno le elezioni di metà mandato, in cui si rinnoveranno tutta la camera dei rappresentanti e un terzo del senato.

◆Il Partito democratico, sconfitto duramente due anni fa, ha buone possibilità di riprendere il controllo della camera. Ma l’esito delle elezioni sarà importante per capire quale tra le due anime democratiche – quella centrista e quella più di sinistra – prenderà la guida del partito in vista delle presidenziali del 2020.

◆Il Partito repubblicano cercherà di limitare i danni, nella speranza che l’impopolarità del presidente Donald Trump non si trasmetta ai candidati dei singoli stati. Una sconfitta dei repubblicani farebbe anche aumentare le possibilità di una procedura di messa in stato di accusa del presidente.


Ocasio-Cortez non è affatto a disagio nel discutere le idee e le ideologie che le élite politiche e dei mezzi d’informazione sono riuscite a tenere fuori dal dibattito fino alla candidatura di Sanders due anni fa, e che sono poi state amplificate dai candidati sostenuti da Dsa, Justice democrats e Brand new congress. Partecipa al dibattito sulla direzione da imprimere non solo al Partito democratico ma anche alla politica statunitense. Per questo Trevor Noah, conduttore del programma tv The daily show, l’ha definita “il sogno di metà del paese e l’incubo dell’altra metà”.

In realtà il paese non è diviso in due parti uguali. Dai sondaggi emerge che la grande maggioranza degli statunitensi è favorevole a un programma progressista che preveda assistenza sanitaria universale, istruzione gratuita ed equità economica. Ma la parte minoritaria che si oppone a queste proposte è fermamente determinata a usare la tattica della paura.

Quando Ocasio-Cortez è andata a St. Louis, in Missouri, per appoggiare la campagna elettorale di Cori Bush, c’erano centinaia di persone ad applaudire due giovani donne, una ispanica e l’altra afroamericana, che vogliono spezzare gli angusti limiti delle tattiche elettorali e portano avanti una visione intersezionale della politica. All’evento c’era anche Virginia Kruta, giornalista del Daily Caller, un sito d’informazione di destra. Colpita dall’intensità di quegli applausi, Kruta ha scritto: “Ho visto con i miei occhi quanto sarebbe facile, per me che sono madre, accettare l’idea che i miei figli meritino un’assistenza sanitaria e un’istruzione gratuite”.

Ocasio-Cortez incassa gli attacchi senza fare una piega. Quando Sean Hannity, commentatore di Fox News, ha definito “pericolose” le sue proposte politiche (“assistenza sanitaria per tutti, diritto universale ad avere un alloggio”), lei ha twittato: “Appunto!”. Effettivamente quello che fa tremare la destra è proprio il talento naturale di Ocasio-Cortez nel dimostrare che le sue proposte sono semplicemente idee di buonsenso.

Poi è arrivato il commento della giornalista di destra Meghan McCain, che ha scritto: “In America c’è chi non vuole la normalizzazione del socialismo!”. La verità è che quelle idee sono “normalizzate” da tempo. Come Bernie Sanders, anche Alexandria Ocasio-Cortez si è ispirata alle posizioni politiche di Roosevelt, per esempio proponendo un “new deal verde” per combattere il cambiamento climatico. Eppure, quando lei e Sanders hanno annunciato che avrebbero fatto campagna elettorale per Thomp­son in Kansas, in un collegio dove nel 2016 Trump ha vinto di venti punti, il deputato repubblicano in carica, Ron Estes, ha accusato Thompson di allearsi con “la frangia fuori controllo dell’estrema sinistra che porta avanti politiche socialiste: aumento delle tasse, aborto su richiesta, abolizione dei controlli alle frontiere”.

Rievocando quei momenti, Thompson spiega: “Estes sosteneva che avrei dovuto ritirare l’invito a Ocasio-Cortez. Secondo me la cosa che teme di più è il messaggio semplice: quando le classi lavoratrici si uniscono, sono in grado di sconfiggere l’establishment finanziario e politico”. Sanders concorda: “Con la sua vittoria inattesa, Alexandria Ocasio-Cortez ha dimostrato agli elettori, del Kansas e di altri stati, che è vero: possiamo farcela”. ◆ ma

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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati