La striscia di terra che collega il Messico all’America Centrale è stata ignorata per decenni. Non è fotogenica come un muro né ha l’aria leggendaria che il cinema e i mezzi d’informazione statunitensi hanno attribuito al rio Bravo o al deserto dell’Arizona. È stata trattata come una delle tante frontiere latinoamericane: disordinata, selvaggia, porosa e silenziosa. Ma è uno dei confini più trafficati del mondo e un passaggio obbligato per centinaia di migliaia di centroamericani diretti a nord. Dal 2014 in Messico si arrestano più di 120mila migranti all’anno. Si calcola che il 90 per cento della cocaina diretta negli Stati Uniti a un certo punto passi dal territorio centroamericano prima di entrare in Messico. È un errore parlare di migrazione e di narcotraffico senza conoscere questa regione.

Nell’oblio

La lontananza dagli Stati Uniti ha aggravato il disinteresse per il confine del sud: una frontiera che non si racconta per città ma per villaggi, terreni, caseggiati; che non compare nei discorsi dei governatori ma dei sindaci, dei leader comunali, dei militari, dei contadini e dei narcotrafficanti. Sono 1.138 chilometri segnati dal letto del rio Suchiate nella sua strada verso ovest, verso il Pacifico, e dal rio Usumacinta che attraversa il confine tra Guatemala e Messico in cerca del Golfo. Un confine dall’orografia complicata e in buona parte di difficile accesso. Alcune zone hanno una loro lingua e le loro leggi del silenzio. Molte delle comunità più dimenticate (e aggredite) dallo stato guatemalteco si sono rifugiate in regioni sempre più remote. Altri, come i mennoniti del Belize, hanno trovato nell’oblio di queste terre il posto perfetto per stabilirsi e costruirsi una vita. Quasi tutte le politiche di sicurezza dei governi messicani degli ultimi trent’anni hanno avuto come obiettivo quest’area in cui l’America del Nord si stringe per diventare istmo, ma né l’applicazione né il fallimento di queste politiche ha ricevuto più attenzione di qualche frase sporadica. La frontiera sud è stata lontana dai riflettori e dalle domande scomode.

Un silenzio complice

Ma la politica del presidente statunitense Donald Trump ha aperto una nuova fase di protagonismo. Le pressioni esercitate sul Messico perché contenga in modo più deciso il flusso di migranti e il recente accordo per far diventare il Guatemala il primo paese centroamericano di accoglienza dei migranti espulsi hanno portato a una militarizzazione di alcune zone della frontiera. Dal lato centroamericano del rio Suchiate Trump trova un silenzio che gli fa comodo: nessuno dei tre presidenti del cosiddetto triangolo nord (El Salvador, Honduras e Guatemala), da cui proviene più del 90 per cento dei migranti che entra in Messico, ha criticato pubblicamente il governo statunitense e quello messicano per aver portato “il muro” del nord in questa striscia di terra del sud.

Anche la costruzione del Treno maya, con cui il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador vuole collegare Cancún a Palenque, trasformerà la zona.

È difficile stabilire quale sarà l’impatto delle nuove politiche non solo sull’ambiente, ma anche sugli ecosistemi della migrazione, del lavoro e della criminalità in questa parte del continente americano. La frontiera sud del Messico è un’incognita in veloce evoluzione. ◆fr

Javier Lafuente è un giornalista del quotidiano spagnolo El País.

José Luis Sanz è il direttore del giornale online salvadoregno El Faro.

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Questo articolo è uscito sul numero 1316 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati