Un vecchio adagio dice che mentre Roma brucia non si suona il violino, ma conviene studiare l’idraulica. Ai tempi del nuovo coronavirus qual è l’equivalente dell’idraulica? Dovremmo studiare tutto ciò che può impedire un’altra epidemia come questa. Secondo Bill Gates, la cui fondazione è ormai una potenza mondiale del settore sanitario, i leader globali dovrebbero fare due cose: risolvere il problema al più presto e poi fare in modo che non si ripeta. Sul New England Journal of Medicine, la rivista medica più importante del mondo, Gates ha precisato che in questo momento la responsabilità del bene comune è sì dei governi, delle organizzazioni internazionali e dell’Organizzazione mondiale della sanità, ma è soprattutto del settore farmaceutico.

Industria e stati dovrebbero collaborare allo sviluppo di un vaccino e farlo arrivare il più rapidamente possibile a tutti, anche a chi non è nelle condizioni di pagarlo: “Durante una pandemia i vaccini e gli antivirali non possono andare semplicemente al miglior offerente”. All’industria farmaceutica non piacciono certi discorsi, eppure negli ultimi tempi li sente sempre più spesso. Studiare idraulica, quindi, significa studiare il mercato sanitario.

Milano, Italia, 12 marzo 2020. La stazione centrale (Luz)

Il coronavirus all’origine dell’epidemia di Sars nel 2003 era pericolosissimo, ma per fortuna poco contagioso: le misure di contenimento risolsero il problema in pochi mesi. Nessuno, però, si impegnò affinché non si ripetesse una situazione di quel tipo. Né i privati né i governi stanziarono fondi per la ricerca farmacologica. E presto lo shock di quell’epidemia, che già allora aveva scatenato una crisi economica mondiale, fu dimenticato.

Qualche anno dopo arrivò un’altra patologia legata ai coronavirus, la Mers, che ancora oggi non è stata debellata. Anche in quel caso l’infettività della malattia era troppo scarsa e, volendo essere cinici, le vittime troppo poche per impressionare i leader mondiali. Farmaci antivirali specifici? Vaccini? Non pervenuti. Così arriviamo alla terza epidemia da coronavirus, quella di Covid-19, nelle stesse identiche condizioni in cui eravamo usciti da quelle precedenti: quando due mesi fa è cominciata l’epidemia, a parte qualche laboratorio specializzato e qualche ricerca cominciata e mai conclusa, non avevamo niente da offrire per proteggere l’economia e la nostra pelle, niente da contrapporre al panico da pandemia alimentato anche da internet.

La prevenzione è un ben misero modello economico quando sono in ballo margini di profitto crescenti. Perché cambiare, assumendosi le proprie responsabilità, se le cose vanno bene così? Dopo i giganti dell’informatica, è proprio l’industria farmaceutica ad attirare i maggiori investimenti e registrare i profitti più alti. Come stima il Journal of American Medical Association (Jama), dall’inizio del millennio le 35 aziende farmaceutiche quotate in borsa hanno registrato valori doppi rispetto ad altri quattrocento titoli dell’indice S&P-500 (le cinquecento principale aziende quotate alla borsa statunitense).

La prevenzione è un ben misero modello economico quando sono in ballo i profitti

Ma di per sé i ricchi profitti non bastano per chiedere più moralità all’industria farmaceutica. Di solito i medici non sono anticapitalisti, eppure si è scatenato un dibattito infuocato su un ruolo maggiore dello stato, su un suo intervento regolatore per evitare che gli interessi della collettività siano messi in secondo piano rispetto agli interessi economici, sia pure legittimi. “È arrivato il momento di nazionalizzare l’industria farmaceutica?“, si chiede il British Medical Journal, sottolineando che la festa non può continuare indisturbata. Il fallimento del mercato è sempre più evidente.

Da un punto di vista economico, la salute è sostanzialmente un bene privato. Quando hai il mal di testa compri gli antidolorifici in base a quanto sei disposto a spendere. Dal momento che potresti ammalarti e le cure costano care, è ragionevole stipulare un’assicurazione, visto che le tue malattie sono solo tue, non riguardano gli altri. Ma se parliamo di malattie contagiose, allora riguardano tutti. Chi sospetta di aver contratto il nuovo coronavirus e si fa il tampone non rende un servizio solo a se stesso, ma a tutti. Curare chi è malato va a beneficio della società.

Nel caso del nuovo coronavirus possiamo perfino parlare della società globale. Questo cambia la logica economica che governa il mercato sanitario. Di fronte all’epidemia diventano lampanti, per esempio, le conseguenze dell’ostinato rifiuto degli Stati Uniti di introdurre un’assicurazione sanitaria pubblica. Al contrario, la comunicazione di questi giorni dell’associazione dei medici di base tedeschi, per cui in una settimana gli studi medici (senza contare quindi gli ospedali) avrebbero effettuato 35mila tamponi, evidenzia come il numero dei test non sia una questione di potere d’acquisto. La stessa logica vale per la cura dei contagiati. E se si dovesse trovare un vaccino, farne stabilire il prezzo al gioco della domanda e dell’offerta sarebbe un’assurdità.

La crisi degli antibiotici

L’industria farmaceutica, invece, considera la salute un bene come gli altri. Sulla coscienza ha in particolare la crisi degli antibiotici: sono anni che non se ne producono né se ne sviluppano di nuovi, e il settore non fa mistero del fatto che ritiene i margini di profitto troppo scarsi per cambiare politica. Perfino il tentativo dei governi di frenare la mortale resistenza agli antibiotici, che si sta diffondendo indisturbata, con aiuti statali alla ricerca finora non ha convinto le aziende, da tempo concentrate sull’affare più promettente: i farmaci oncologici. Nel giro di trent’anni l’invecchiamento farà raddoppiare il numero degli ammalati di cancro. Non c’è nessun altro segmento del mercato che cresca alla stessa velocità. E molti dei farmaci con il maggior potenziale, soprattutto le terapie cellulari su misura che si servono di tecniche di ingegneria genetica, si vendono a prezzi stellari: ben oltre centomila euro per un anno di terapia.

Risulta difficile giustificare prezzi così alti da un punto di vista clinico, sembrano arbitrari agli stessi medici. E a questo va aggiunta la questione della carenza. In Germania si allunga la lista di farmaci per cui ci sono difficoltà di approvvigionamento: attualmente sono più di 270. Per quanto riguarda i farmaci oncologici, in sette anni i problemi di rifornimento sono decuplicati. Il motivo principale è che i grandi gruppi che si spartiscono il mercato globale ragionano su scala globale. E se ci si aspetta di fare più profitti altrove, per esempio perché in Germania le contrattazioni a ribasso tra il servizio sanitario nazionale e le case farmaceutiche fanno scendere notevolmente i prezzi, i medicinali andranno a finire sui mercati esteri.

Da sapere
I contagi nel mondo
Casi di Covid-19, migliaia. (Fonte: The Economist)

C’è poi un secondo motivo che comincia a farsi sentire in questa crisi: la produzione dei farmaci, soprattutto dei generici, è stata delocalizzata, e decine di impianti si trovano in Cina. Questo ci rende dipendenti dai fornitori stranieri a basso costo. All’ultimo congresso tedesco di oncologia è stato calcolato che il prezzo dei farmaci antitumorali potrebbe subire una crescita improvvisa, anche del 1.000 per cento. Significa che i farmacisti potranno offrire solo alternative di seconda scelta, rischiando, secondo i medici, di far schizzare verso l’alto anche il “margine di errore della terapia”. Se i medici interrompono prematuramente una terapia per ragioni economiche, spesso è perché i prezzi di alcuni farmaci gli sembrano esagerati (in un sondaggio sui medici ospedalieri, la metà ha dichiarato di averlo fatto almeno una volta).

Secondo uno studio uscito negli Stati Uniti, nell’ultimo decennio i prezzi dei farmaci sono aumentati a un ritmo pari a tre volte quello dell’inflazione. Nessuno riesce davvero a spiegarsene il motivo. I medici sono in difficoltà non solo per i prezzi ingiustificati o la mancata trasparenza, ma anche per il rapporto moralmente dubbio con i grandi poteri economici caratteristici del settore. Jama spiega che non c’è un altro settore industriale che, per assicurarsi l’attenzione dei politici, convogli così tanto denaro nelle tasche dei lobbisti. E allora perché lo stato non dovrebbe pretendere dall’industria un’assunzione di responsabilità, come Gates auspica che faccia almeno in tempi di crisi?

Ovviamente c’è chi obietta mettendo in guardia come al solito dalla “nazionalizzazione” e dal “socialismo sanitario”. Ma così si dimentica che è possibile usare il concetto di “fallimento del mercato” in modo prudente e corretto, cioè distante dai tipici slogan anticapitalistici. Constatare il fallimento del mercato rispetto alle malattie epidemiche non significa trarne automaticamente delle conseguenze per tutti gli altri beni sanitari e tanto meno per l’economia nel suo complesso. Né significa necessariamente che ora bisogna creare aziende farmaceutiche pubbliche. Significa semplicemente auspicare un maggiore intervento dello stato nel garantire un’assistenza farmaceutica minima, che non può essere affidata alla logica del profitto, come si sostiene citando sempre lo stesso passaggio di Adam Smith.

D’altra parte, vista la situazione attuale, ogni avvertimento contro interventi statali più invasivi nei confronti del mercato farmaceutico è destinato a cadere nel vuoto. Perché è evidente quanto le epidemie, oltre alla vita delle persone, mettano a rischio anche le libertà, e tra tutte le libertà anche quella economica, in difesa della quale scatta spesso, come per riflesso, il rifiuto di ogni intervento statale.

Se le aziende da sole non offrono ciò che è decisivo per tutelare la libertà della vita pubblica e di quella privata, allora alle alleanze tra pubblico e privato non c’è alternativa. ◆ sk

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1350 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati