Al centro della storia, che la scrittrice e traduttrice Inés Garland ha tratteggiato con somma sapienza, c’è una famiglia disfunzionale, sfilacciata e piena di segreti. L’amore è distorto e su tutti i componenti domina un atteggiamento di una mestizia furiosa che guasta ogni tentativo di volersi bene. C’è un ragazzo, Tadeo, che subisce le angherie del fratello Ivan. C’è una sorella, Lucrecia, che parla solo attraverso codici a volte incomprensibili. Ci sono due genitori perennemente esausti e arrabbiati. C’è anche Jano, fratello di Tadeo, Ivan e Lucrecia, che soffre di una disabilità mentale a causa di un incidente di cui all’inizio non ci viene detto molto. La rabbia entra in ogni pertugio di questa storia, e deforma anche Tadeo. Ma il protagonista è anche attraversato dalla bellezza, da una ragazza di nome Vera: un raggio di sole in un panorama molto cupo. Il libro ha una qualità empatica incredibile. Mentre leggiamo noi siamo Tadeo. Viviamo attraverso i suoi occhi, attraverso la violenza che vive. Garland è bravissima a raccontare la tristezza e la rabbia trattenute in un gesto, in una parola, in un movimento impercettibile. Ma non c’è solo violenza. C’è anche il primo amore, quello che non si dimentica mai, e che mette il quattordicenne Tadeo davanti a uno specchio. Igiaba Scego

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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati