Nelle pagine di Adele si avverte un respiro che sembra giungere da lontano, da certa letteratura italiana del dopoguerra. Anna Vivarelli ha la capacità di unire il sentire popolare a sentimenti più viscerali, senza mai perdere la tenerezza. Nonostante questa eco lontana, di una letteratura che ormai fa parte dell’architrave del paese e della nostra formazione, possiamo dire che la scrittura di Vivarelli è personalissima e dolcissima. Il suo pescare nell’immaginario novecentesco oltre che un omaggio è per lei una necessità. Per non dimenticare gli antenati. Il romanzo, dalla struttura a spirale, ha come protagonista Adele, che vive in un palazzo signorile dove la madre è portinaia. Il padre è operaio. Vive in una Torino fatta non tanto di piazze e di vie, ma di mutamenti sociali. Al centro del romanzo la strana amicizia tra Adele e Giulio, erede di una famiglia benestante. Un incontro di classi differenti, di alti e bassi. Il palazzo è il luogo della disuguaglianza, ma Adele e Giulio troveranno nel cortile un campo neutro dove esistere e in fondo resistere. Il romanzo di Anna Vivarelli ha una qualità quasi tattile. Sentiamo i piedi di Adele percorrere le scale dell’imponente palazzo e il corpo che vuole volare. Un romanzo a cinque stelle per avere una nuova e luminosa idea di società.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati