Mentre torna a casa in bici a tarda sera, il primario del pronto soccorso di un grande ospedale vicino all’autostrada Milano-Bergamo risponde ai miei messaggi preoccupati. I suoi genitori erano i più cari amici dei miei genitori, anzi di più; erano la famiglia adottiva che per una vita ha sostituito la nostra famiglia ammazzata ad Auschwitz. Lui e i suoi fratelli mi conoscono da quando sono nata.

Sandro è un uomo magro con un volto severo che ricorda certi Cristi spagnoleschi, ma ha sempre avuto un grande senso dell’ironia e un’insofferenza per le esagerazioni retoriche. Ora, però, esordisce evocando un girone dantesco, si aiuta con la metafora dell’inferno che credeva non esistesse. Poi ritrova il tono di sempre, anche quando descrive la tremenda routine delle telefonate ai familiari che non possono stare vicini ai loro cari. Prima di salutare pronuncia una frase che non riesco a togliermi dalla testa: “Quando tutto sarà finito ci saranno uno o due morti per ogni famiglia”.

Milano, 12 marzo 2020 (Alessandro Grass​ani, The New York Times/Contrasto)

La chiamata risale al 17 marzo, mi ricorda il display del mio cellulare. Quel giorno il bilancio ufficiale delle vittime in Italia era ancora inferiore a quello della Cina. Sembra passata un eternità, che misura appena tre settimane.

Le sirene rompono il silenzio

Giorno dopo giorno, qui in Lombardia quella frase inconcepibile è diventata più reale. Giorno dopo giorno mi alleno a tenere a bada la paura che Sandro, sua moglie Laura o sua figlia Marta, che lavorano tutti e tre negli ospedali milanesi, possano finire tra i contagiati. Sono già morti più di ottanta medici italiani, una giovane infermiera si è tolta la vita. Molti medici in pensione, tra cui anche Laura, sono tornati volontariamente in servizio, ma erano di gran lunga troppo pochi. Di recente quasi ottomila medici e circa diecimila infermieri hanno risposto a un bando, rendendosi disponibili ad affiancare i colleghi stremati delle aree più colpite. Spero che bastino a dare loro il tempo di rimettersi in salute. Il tempo per affrontare il trauma e il dolore non c’è ancora.

Come figlia di sopravvissuti alla shoah, ho assimilato la consapevolezza che la catastrofe è sempre in agguato, ma solo un paio di settimane fa non avrei mai immaginato che sarei stata così veloce ad adattarmi a una modalità di sopravvivenza. Non parlo del lavarsi le mani, del pulire le maniglie o del fare subito scorta di ciò che manca: mascherine, amuchine e così via. La mancanza più pericolosa è stata quella dell’immaginazione. In fondo, non ero messa meglio dei miei concittadini di qualsiasi idea politica, pur essendomi impegnata per i rifugiati, i perseguitati, le vittime di guerra. Chi di noi poteva dirsi preparato alla quotidiana convivenza con un pericolo mortale?

Mi sento responsabile per quello che la lingua trasmette emotivamente

Adesso, pur abitando in una delle province lombarde meno colpite, conto i miei “sommersi e salvati”, come li chiamava Primo Levi. I morti: il meraviglioso poeta Mario Benedetti, l’ex prevosto di Gallarate don Franco Carnevali (e con lui finora più di novanta sacerdoti), diversi nonni di amici e conoscenti. I sopravvissuti: il giovane scrittore milanese Jonathan Bazzi, che però non ha recuperato olfatto e gusto, un’amica bresciana sola in casa con la febbre, a cui i vicini lasciano la spesa davanti alla porta, altri due amici sopra la soglia critica dei sessant’anni che per un soffio hanno superato le crisi respiratorie senza dover andare all’ospedale.

Ce la farà il vicino del mio palazzo che l’altra settimana è stato portato via in ambulanza? Le sirene delle ambulanze sono l’unico suono che rompe il silenzio spettrale delle nostre città. Restiamo in ascolto, contiamo mentalmente quante ne passano ogni giorno. Le sirene delle ambulanze oggi suonano come l’inizio della fine più che come l’arrivo del soccorso, della salvezza.

Ecco come vanno le cose nella regione più ricca e produttiva d’Italia. C’è carenza di personale, laboratori, reagenti, mascherine, ossigeno, letti per malati, specialmente nelle unità di terapia intensiva, che già sono state triplicate per capacità d’accoglienza. La catastrofe umanitaria deriva principalmente dalla combinazione di queste carenze sempre solo tamponate, mentre il virus si propagava a una velocità esponenziale. Certo, ci sono stati anche degli errori rilevanti. Per esempio, l’errore di valutazione iniziale dei politici che, per non danneggiare l’economia, non hanno voluto isolare i piccoli ma produttivamente importanti comuni di Alzano e Nembro, vicino a Bergamo.

Eppure, malgrado l’esempio premonitore dell’Italia, il film catastrofico in cui siamo piombati ha seguito un copione analogo in tutti i paesi d’Europa e del mondo occidentale. A monte ci sono i meccanismi di difesa che attiviamo come esseri umani, ma anche il sottotesto di vecchi stereotipi nazionalisti. Quel che avviene in Italia non potrà mai ripetersi in Germania. Gli italiani sono casinisti indisciplinati, vivono in famiglie allargate e, ovviamente, hanno una sanità pubblica peggiore della nostra. Quando in ltalia sono state adottate le misure restrittive, un commentatore britannico le ha definite una scusa per “fare la siesta”; nei Paesi Bassi si è parlato di stupidità e melodramma.

Russia e Cina entrano in scena

Tutto questo suona grottesco a chi conosce i poco loquaci abitanti di Lombardia e Veneto, devoti a un’etica del lavoro che non è in nulla inferiore a quella tedesca. Votano in maggioranza per la Lega che, fino alla svolta nazional-populista di Matteo Salvini, basava il suo consenso venato di razzismo sulla valorizzazione del nord, efficiente e produttivo, rispetto al sud pigro e parassitario. Però è stato un colpo al cuore assistere al discorso che Daniele Belotti, deputato leghista bergamasco, ha tenuto il 25 marzo alla camera. Un uomo alto di mezza età, vestito di una giacca tirolese, che descriveva l’estinzione di massa in corso nella sua provincia con il ruvido accento della sua gente, trattenendo le lacrime. La voce alla fine gli si è spezzata proprio sulla frase “noi bergamaschi non ci fermiamo mai”. L’orgoglio della sua terra annientato da un microrganismo più inarrestabile del più ostinato, laborioso bergamasco. Questo è nient’altro che tragico.

Unione europea
Accuse tra ricercatori

◆ Il 7 aprile 2020 si è dimesso Mauro Ferrari, scienziato e presidente del Consiglio europeo della ricerca (Erc). Ferrari si è detto “estremamente deluso dall’approccio del sistema Europa contro la pandemia” e “dall’assenza di coordinamento sanitario tra gli stati, dall’opposizione a programmi di solidarietà a favore dei paesi più colpiti”. In una nota il consiglio scientifico **dell’Erc ha replicato alle accuse spiegando che il 27 marzo i suoi componenti avevano già sfiduciato Ferrari accusandolo di non aver partecipato a molti incontri importanti e di aver sfruttato la sua posizione per promuovere le proprie idee senza consultare il consiglio. **Financial Times, Ansa


Il virus non si cura delle differenze su cui gli italiani, gli europei o gli altri popoli fondano le loro identità culturali. Si diffonde ovunque allo stesso ritmo, può essere rallentato solo da un alto numero di letti disponibili nei reparti di terapia intensiva e da un rapido cambio delle abitudini dei cittadini, in particolare del personale sanitario. Nel nord d’Italia c’erano più posti pro capite in terapia intensiva rispetto ai Paesi Bassi o al Regno Unito, dove la situazione diventa ogni giorno più drammatica.

Mi sento a casa ovunque vivano delle persone che mi sono care. Mi solleva quindi di potermi preoccupare meno per gli amici in Germania, dove il numero di posti letto in terapia intensiva è significativamente superiore, cosa che consente di guadagnare tempo e di impedire che lo tsunami dei malati travolga il sistema sanitario. E mi ha resa molto felice che alcuni stati federali, tra cui la Baviera, abbiano accolto dei casi gravi provenienti dall’Italia.

Ma poi ho avuto un’altra notte insonne: non per paura del virus e della sua devastazione, ma per l’angoscia circa il futuro dell’Europa. Da quando ho letto il romanzo di Robert Menasse La capitale _e il suo pamphlet _Un messaggero per l’Europa, mi è chiaro che l’Unione europea non è un monolite di cui basta avere un’opinione monoliticamente positiva o negativa. C’è il parlamento, la commissione, la Banca centrale e il consiglio europeo. Perciò mi è altrettanto chiaro che a decidere che cosa ne sarà dell’Europa non sono i “tedeschi” e la “Germania”, a cui in forza di una posizione dominante tocca comunque la responsabilità maggiore. L’Unione europea è un concerto di voti e di rappresentanze, debole nei suoi processi decisionali. Riuscirà a decidersi per una forte solidarietà con gli stati più colpiti dalla pandemia, come l’Italia e la Spagna? O anche questa volta insisterà sul fatto che nessun aiuto può essere incondizionato?

Sono una scrittrice, non un’economista. Mi sento quindi titolata a considerare un aspetto che ha a che fare con il linguaggio: guardare a cosa trasmette – anche a livello emotivo – e a chi lo trasmette. Resterà prioritario comunicare agli elettori tedeschi nel modo più rassicurante ciò che viene negoziato a livello europeo? Certo che è importante, certo che le persone in Germania ora hanno paura per la loro salute e il loro futuro. Ma se ai cittadini degli altri paesi dell’Unione non verrà comunicato, e in modo nettissimo, che le loro vite e il loro futuro sono altrettanto preziosi e degni di essere salvati, questo, dinnanzi alla morte e alla devastazione spropositate che si sono abbattute sull’Italia e la Spagna, sarebbe la fine sicura dell’Unione europea.

Come potremmo difendere il nostro continente se i paesi del Mediterraneo abbandonassero l’Unione per affidarsi alla Russia e alla Cina, che in Italia si sono già esercitate nella veste di salvatrici? Ci sta bene che i cliché nazionali servano a mascherare che in Italia e in Spagna, come ovunque, le persone socialmente più deboli stiano pagando il prezzo più alto? Le infermiere, i conducenti delle ambulanze, gli addetti alle pulizie, le cassiere, gli impiegati delle poste, i magazzinieri di Amazon: sono queste le persone che, spesso per uno stipendio minimo, mettono tutti i giorni a repentaglio la loro vita. E intanto milioni di italiani, smentendo ogni pregiudizio, aspettano in fila davanti ai supermercati, ciascuno a un metro di distanza. E aspettano pure di spendere gli ultimi soldi senza sapere se domani ritroveranno il posto di lavoro o se potranno riaprire la loro piccola attività.

I soldi o la vita? In fondo la domanda che decide del futuro dell’Europa è molto semplice. ◆ nv

_ è nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca e vive in Italia da più di trent’anni. Nel 2018 ha vinto il premio Strega con il romanzo La ragazza con la Leica _ (Guanda 2017).

Helena Janeczek è nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca e vive in Italia da più di trent’anni. Nel 2018 ha vinto il premio Strega con il romanzo La ragazza con la Leica (Guanda 2017).

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Questo articolo è uscito sul numero 1353 di Internazionale, a pagina 29. Compra questo numero | Abbonati