Lo scorso autunno, quando il cantante ugandese e candidato alla presidenza Robert Kyagulanyi, conosciuto con il nome d’arte di Bobi Wine, è stato arrestato, il paese è esploso. Il 18 novembre a Luuka, una città a est della capitale ugandese Kampala, erano accorse molte persone per sentirlo parlare, ma all’improvviso le forze di sicurezza hanno sparato sulla folla. Wine è stato portato via a bordo di una camionetta della polizia e trattenuto in carcere per due giorni con l’accusa di aver organizzato un comizio con più di duecento persone, in violazione delle misure sul distanziamento fisico per contenere la pandemia di covid-19. Norme che i politici del partito al potere hanno infranto regolarmente e impunemente, compreso il presidente Yoweri Museveni, l’uomo forte dell’Uganda dal 1986.
Alla notizia dell’arresto di Wine sono scoppiate proteste nelle principali città del paese. Le forze di sicurezza hanno risposto lanciando lacrimogeni per strada e perfino nei palazzi, e sparando indiscriminatamente su manifestanti e passanti, provocando 54 morti e molti feriti. Su WhatsApp, Facebook e Twitter sono circolate immagini raccapriccianti.
Nessuno si aspettava che le presidenziali del 14 gennaio 2021 sarebbero state libere ed eque. Tuttavia Wine e il suo partito, la Piattaforma per l’unità nazionale, speravano di raccogliere consensi in tutto il paese e realizzare una “rivoluzione di velluto” mettendo Museveni di fronte alla sua impopolarità e costringendolo a farsi da parte, com’è successo con altri leader anziani in Burkina Faso, Gambia e Sudan. Quella speranza oggi appare più lontana che mai.
Amici influenti
Museveni è uno dei più stretti collaboratori africani degli Stati Uniti in materia di sicurezza. Dal 2007 l’Uganda è il paese che contribuisce con il maggior numero di soldati alla missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom), sostenuta da Washington. In Iraq gli ugandesi hanno prestato servizio sotto il comando statunitense praticamente dall’inizio della guerra. Già negli anni novanta, Museveni permetteva alle armi degli Stati Uniti di arrivare ai ribelli del vicino Sudan.
In cambio ogni anno l’Uganda riceve da Washington centinaia di milioni di dollari sotto forma di aiuti. Una parte di questi soldi finisce a organizzazioni umanitarie e non governative rispettabili, che fanno un buon lavoro e rendono conto di come li spendono. Tuttavia altre centinaia di milioni di dollari passano dalla Banca mondiale, che invia il denaro direttamente al ministero della finanze, dove questi fondi sono facilmente dirottati nelle tasche dei fedelissimi di Museveni e verso le sue spietate forze di sicurezza.
Nel maggio del 2020 la Banca mondiale ha annunciato uno stanziamento di 300 milioni di dollari per sostenere il bilancio dell’Uganda, ufficialmente per aiutare il paese ad affrontare la pandemia di covid-19. Un mese prima, il governo ugandese aveva assegnato la stessa cifra a una “voce di spesa riservata”, a beneficio delle forze di sicurezza e dell’ufficio del presidente. In Uganda questo tipo di spesa non è soggetto alla supervisione del parlamento o dei donatori internazionali. È ragionevole pensare che i soldi siano stati usati per finanziare le ultime violazioni dei diritti umani e la militarizzazione della campagna elettorale.
Potrebbe essere stata una coincidenza, ma di solito questi prestiti e donazioni sono negoziati in anticipo, perciò il regime doveva esserne a conoscenza. Come minimo, la Banca mondiale ha premiato un comportamento contrario ai suoi stessi standard di “buon governo”: dalle ultime elezioni generali ugandesi, che si sono svolte nel 2016, le “spese riservate” sono quasi quintuplicate.
Quei 300 milioni di dollari erano stati richiesti dal ministero delle finanze, della pianificazione economica e dello sviluppo ugandese, che si era rivolto al parlamento per l’approvazione spiegando che le risorse erano necessarie per affrontare la pandemia. Tuttavia i fondi richiesti per la sicurezza erano quaranta volte superiori a quelli per la sanità. In Uganda 39 dei 134 distretti amministrativi non hanno un ospedale e in tutto il paese ci sono solo 55 reparti di terapia intensiva e 411 ambulanze funzionanti per una popolazione di 43 milioni di persone. L’11 novembre scorso la ragioneria dello stato ha annunciato che sono rimasti solo i soldi per pagare i salari, rimborsare i prestiti, coprire le spese per la sicurezza, per la commissione elettorale e per la residenza presidenziale. Questo significa che, nonostante la generosità della Banca mondiale, non ci sono più soldi per comprare medicine o carburante per le ambulanze, per i laboratori o in generale per contrastare il covid-19.
Che il parlamento abbia approvato la richiesta non è un segno di consenso popolare. Il regime di Museveni corrompe o tortura i deputati che cercano di ostacolarlo. Nel 2017 le forze speciali al servizio del presidente irruppero in parlamento per bloccare una campagna di ostruzionismo a una proposta di legge che avrebbe permesso a Museveni di governare a vita. La parlamentare Betty Nambooze fu portata con la forza in una stanza senza telecamere, dove fu immobilizzata a una parete da un agente che le schiacciava la schiena con il ginocchio. Ne uscì con due vertebre rotte. Nel 2018, un anno dopo la sua elezione in parlamento, Bobi Wine fu arrestato insieme ad altri quattro parlamentari e a decine di altri sostenitori. Erano accusati di aver lanciato pietre contro un’auto del convoglio di Museveni in occasione di un comizio. Quando Wine e i suoi colleghi si presentarono in tribunale, dopo una settimana passata in carcere senza vedere familiari, avvocati o medici, alcuni – tra cui Wine – dovevano appoggiarsi alle stampelle per camminare.
Anche se finora la pandemia di covid-19 non ha colpito duramente l’Uganda, che ha registrato 37mila contagi e trecento morti, le ricadute economiche sono state devastanti per la parte più povera della popolazione. Si prevede che la crescita economica si dimezzerà, mentre si sentono frequenti racconti di fame, indigenza e suicidi. Eppure, quando la scorsa primavera il parlamentare dell’opposizione Francis Zaake ha tentato di distribuire aiuti alimentari agli elettori del suo distretto, è stato arrestato e torturato per tre giorni. Zaake, che ha trent’anni ed era in perfetta salute, ora usa un bastone per camminare.
A giugno del 2o2o il governo statunitense ha donato 15 milioni di dollari all’ong GiveDirectly (con sede a New York ma attiva in Africa orientale), che trasferisce le donazioni direttamente agli ugandesi bisognosi. Il governo di Kampala, però, ha bloccato il programma sostenendo che l’ong lavorava per l’opposizione. Dietro questa decisione sembra esserci ancora una volta la volontà di controllare tutti i fondi, assicurandosi di mettere a tacere gli esponenti dell’opposizione, soprattutto tra i poveri, o di trasformarli in sudditi.
Gli abusi di Museveni non sono una novità. Rientrano in uno schema che si ripete da più di trent’anni. Nel 1987, a un anno dalla sua ascesa, Museveni incontrò l’ambasciatore statunitense Robert Houdek a Kampala per discutere di una possibile visita a Washington. Secondo un dispaccio di Houdek pubblicato da WikiLeaks, i due parlarono del three-piece tie, un metodo di tortura usato dalle forze di sicurezza di Museveni: le braccia della vittima venivano legate dietro la schiena così forte da far sporgere lo sterno, provocando un dolore fortissimo. Houdek fece notare che questa tortura poteva causare paralisi o cancrena, forse amputazioni. Museveni si stupì di quell’interesse. Houdek spiegò che si trattava di una tortura e di una violazione dei diritti umani. Al che Museveni osservò che con un semplice interrogatorio non si ottenevano risultati. L’ambasciatore si mostrò comprensivo ma alluse al fatto che i prestiti della Banca mondiale e una visita alla Casa Bianca sarebbero stati subordinati ai progressi nell’ambito dei diritti umani.
Houdek si preoccupò anche per l’arresto di un gruppo di politici ugandesi accusati di tradimento, che sperava avrebbero avuto un giusto processo. Museveni gli assicurò che, in mancanza di prove, sarebbero stati liberati. Un mese dopo alcuni furono assolti. Tra loro c’era Andrew Kayiira, che era molto popolare e che per breve tempo era stato ministro. In un successivo discorso alla Uganda law society, Museveni si disse convinto della colpevolezza di Kayiira. Tre settimane dopo, alcuni uomini armati fecero irruzione nella casa di Kayiira e lo uccisero.
L’allora presidente statunitense Ronald Reagan incontrò Museveni nello studio ovale nell’ottobre del 1987, e poi altre due volte nel 1988 e nel 1989, un privilegio insolito per un giovane ex comandante ribelle che all’epoca si dichiarava marxista. Museveni visitò il suo ranch in California e assunse il genero di Reagan come addetto stampa negli Stati Uniti. In rete si trovano i filmati del primo incontro tra i due presidenti. “Abbiamo pochi minuti”, dice Reagan mettendosi in posa per i giornalisti. “Ma per me è un piacere poter parlare con lei… conosco la sua dedizione e i progressi che sta facendo nei diritti umani”. Quell’incontro fu alla base della reputazione straordinariamente positiva di Museveni nei circoli diplomatici. Nel 1998 la segretaria di stato dell’amministrazione Clinton, Madeleine Albright, lo definì “un faro nella regione dell’Africa centrale”, anche se le sue truppe avevano ucciso migliaia di persone nell’Uganda settentrionale e orientale, e lui aveva contribuito a seminare il caos in Ruanda e nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Nel 1999 l’economista britannico Paul Collier definì l’Uganda un “esempio di ripresa post-bellica in Africa”. Il presidente George W. Bush accolse più volte Museveni alla Casa Bianca e lodò i suoi sforzi nella lotta all’aids, nonostante ci fossero prove del fatto che i soldati ugandesi avevano commesso stupri di gruppo ai danni di donne e uomini nel nord del paese. Il presidente Barack Obama criticò le leggi contro l’omosessualità promulgate da Museveni, ma non condannò la tortura dei dissidenti e il sostegno ai ribelli nell’Rdc.
◆La campagna per le presidenziali del 14 gennaio 2021 ha coinciso con un rafforzamento della repressione in Uganda, dove il presidente Yoweri Museveni – che a 76 anni è in corsa per il sesto mandato – ha strumentalizzato il covid-19 per consolidare il suo dominio. “La violenza usata in vista di queste elezioni non ha precedenti”, scrive The East African. Secondo Amnesty international, le misure adottate contro il virus sono state usate per ostacolare gli avversari di Museveni. L’ex cantante e candidato alla presidenza Bobi Wine è stato il bersaglio preferito. Alla fine di dicembre il governo ha vietato tutti i comizi, che già si limitavano a dei brevi discorsi da un’auto in movimento, a Kampala (roccaforte di Wine) e in una decina di altri distretti. Gli inviati dell’Onu hanno parlato inoltre di una “guerra giudiziaria” delle autorità contro ogni voce dissidente. L’11 gennaio Facebook ha fatto sapere di aver chiuso una rete di account falsi o copie di profili reali, legati al ministero dell’informazione ugandese, attraverso i quali si cercava di manipolare il dibattito pubblico sulle elezioni.
Solo nel 2004 Joel Barkan, un consulente della Banca mondiale, scrisse un rapporto esplosivo in cui accusava i donatori internazionali dell’Uganda di sostenere una dittatura brutale. Parlava della corruzione che coinvolgeva la famiglia di Museveni, del fatto che gli incarichi nell’esercito e nell’amministrazione pubblica fossero assegnati in gran parte a persone dello stesso gruppo etnico del presidente, e del sabotaggio dei negoziati di pace con il leader ribelle Joseph Kony. Scriveva che Museveni aveva sottratto il 23 per cento delle risorse in teoria destinate ai ministeri, comprese quelle per la sanità, la scuola e i trasporti, per versarle in un fondo dell’esercito “usato per gestire il dissenso e le spese elettorali”. La Banca mondiale ignorò il rapporto per quasi due anni. Nel frattempo il Fondo monetario internazionale diede all’Uganda più di cento milioni di dollari come sostegno al debito.
Un atteggiamento cinico
In molti colloqui con diplomatici occidentali mi sono abituata a sentir minimizzare i crimini di Museveni. Alcuni interlocutori fanno notare che, se non altro, è meglio di Idi Amin, il famigerato dittatore degli anni settanta. È vero che Amin uccise molti ufficiali, ministri e perfino un arcivescovo anglicano, ma contro la popolazione non raggiunse mai i livelli di Museveni.
Museveni ha dichiarato che Bobi Wine è sfruttato dagli “omosessuali e da altri a cui non piace la stabilità e l’indipendenza dell’Uganda” e ha avvertito i suoi sostenitori di non “giocare con il fuoco”. I donatori si lamentano della repressione, ma preferiscono mettere a tacere ogni critica contro il regime. L’ambasciata statunitense ha dichiarato su Twitter che il problema della violenza in Uganda riguarda entrambe le parti. In realtà i diplomatici sanno cosa succede davvero nel paese, ma agiscono all’interno di un sistema crudele di aiuti e rapporti militari di subalternità, in cui i paesi ricchi reclutano eserciti poveri perché facciano il lavoro sporco al posto loro. Possiamo chiamarla “realpolitik da guerra fredda”, o “guerra globale al terrorismo”, ma è una forma moderna di colonialismo, anche se Washington preferisce parlare di “partenariato”. Il cinismo dei donatori ricorda il razzismo dell’epoca coloniale, che scaturisce da rapporti di potere profondamente sbilanciati. Per riempire le tasche di un dittatore, e far sì che i suoi soldati combattano le guerre degli stranieri, è necessario pensare che le vite degli africani siano sacrificabili. ◆ gim
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1392 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati