La visita di Benjamin Netanyahu a Washington all’inizio di marzo avrebbe dovuto essere un trionfo politico, un momento da celebrare. Per gran parte dei suoi dodici anni al potere, l’aggressivo primo ministro israeliano era stato costretto a trattare quasi sempre con presidenti degli Stati Uniti che lo disprezzavano, democratici di sinistra che gli parlavano di insediamenti in Cis­giordania e di stato palestinese. Ora finalmente c’era Donald Trump.

Il loro incontro del 5 marzo alla Casa Bianca è stato il primo da quando gli Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di trasferire la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. I politici israeliani lo chiedevano da tempo e Netanyahu è riuscito a ottenerlo. Adulatore come sempre, il primo ministro ha paragonato Trump a Ciro il Grande, il re persiano che 2.500 anni fa liberò i suoi sudditi ebrei e li lasciò tornare a Gerusalemme. Dopo il colloquio con Trump, Netanyahu ha partecipato alla conferenza dell’American Israel public affairs committee (Aipac), dove lui e sua moglie sono stati accolti con un’ovazione, un benvenuto più caldo di quello che avrebbero mai ricevuto in patria.

Ma qualcosa aveva rovinato il viaggio fin dall’inizio. Qualche ora prima che Neta­nyahu incontrasse Trump, gli israeliani avevano appreso che uno dei suoi consulenti più stretti l’aveva abbandonato.

L’ex giornalista Nir Hefetz è sempre stato descritto come lo “spin doctor di Netanyahu”, il responsabile dell’atteggiamento indulgente di stampa e tv nei confronti del premier e di sua moglie. Ma dopo il suo arresto a febbraio, Hefetz ha consegnato le registrazioni in cui Netanyahu discuteva di un presunto complotto. È la terza persona di fiducia del premier che negli ultimi mesi ha deciso di collaborare con le autorità.

Netanyahu si è comportato come se nulla fosse. Dopotutto nella storia di Israele solo David Ben Gurion è stato capo del governo più a lungo di lui. È già sopravvissuto alle indagini della polizia in passato, la prima volta che è stato alla guida del paese negli anni novanta. “Non scopriranno niente perché non c’è niente da scoprire”, ha dichiarato a proposito delle accuse di corruzione. E i suoi detrattori l’hanno sempre sottovalutato. Prima delle ultime elezioni del 2015, gli israeliani erano convinti che Netanyahu fosse finito: il voto sarebbe stato condizionato dall’economia, pensavano, e il primo ministro aveva poco da offrire (non si era neanche preso la briga di stilare un programma economico). Alla fine Netanyahu ha vinto lo stesso, nettamente.

Ma ora in segreto anche i suoi alleati cominciano a dire che la sua trionfale visita a Washington è stata l’ultima. Dopo anni d’indagini, la polizia sta per incastrarlo: le accuse diventano ogni giorno più solide. Nei prossimi mesi il procuratore generale deciderà se incriminarlo per una serie di reati, che vanno dall’assurdamente comico al terribilmente serio. L’uomo che la rivista Time battezzò “Re Bibi” domina la scena politica israeliana da dieci anni e vorrebbe farlo ancora a lungo. Ma ora, improvvisamente, appare vulnerabile.

La vera eredità

Il discorso all’Aipac è stato il solito comizio. Netanyahu ha parlato della sicurezza d’Israele, delle relazioni diplomatiche con paesi prima ostili, dell’invidiabile industria tecnologica. Sono tutti successi innegabili, ma non sono la sua vera eredità politica. Quando Netanyahu se ne andrà – ora la questione è quando, non se – consegnerà un paese profondamente, forse irreparabilmente, diviso.

La colpa di questa divisione non è solo sua. Anche i cambiamenti demografici e culturali – dalla rapida crescita della popolazione ultraortodossa all’aggressività della generazione cresciuta durante la seconda intifada – hanno avuto un ruolo importante. Ma senza dubbio Netanyahu ha accelerato il processo. Consente agli haredim (ultraortodossi, in ebraico) di dettare le politiche su qualsiasi cosa, dalla manutenzione delle ferrovie all’organizzazione delle preghiere al Muro del pianto. Non ha detto quasi nulla quando l’estrema destra ha attaccato il presidente e l’esercito. Invece di far tacere le frange razziste e nazionaliste della sua coalizione, gli dà sempre più potere.

Tra qualche mese la spaccatura all’interno della società israeliana sarà evidente. Molti cittadini hanno problemi economici a causa dell’alto costo della vita, dei salari bassi e della scarsità di alloggi. Il processo di pace con i palestinesi è fermo. Eppure, se si votasse oggi, nonostante l’impopolarità e un processo a suo carico sempre più probabile, Netanyahu forse vincerebbe ancora.

I coniugi Netanyahu sono accusati di corruzione da decenni, e la stampa adora sottolineare il loro lussuoso stile di vita. Il giornalista di Haaretz Gidi Weitz, uno dei più importanti reporter investigativi israeliani, ha scritto un articolo sulla loro abitudine di non pagare il conto nel ristorante italiano dove lui lavorava negli anni novanta. Dopo la rielezione di Neta­nyahu nel 2009, gli omaggi di questo tipo sono aumentati. Il primo ministro ha firmato un contratto da 2.500 dollari per la fornitura di gelato alla sua residenza ufficiale, e ha fatto installare un letto da 127mila dollari su un aereo di stato per riposare durante il volo di cinque ore per Londra.

Ma questi sono solo piccoli imbrogli, un modo di approfittare della sua posizione per godere di qualche lusso in più. Forse il culmine è stato il famoso Bottlegate: per diversi anni Sara Netanyahu ha intascato il rimborso di otto centesimi per la restituzione delle bottiglie di vino vuote, che erano state acquistate dallo stato. (Sara Netanyahu è una figura influente nel governo del marito, oltre che una delle fonti dei suoi problemi legali: due suoi ex domestici hanno vinto la causa contro di lei per maltrattamenti).

Il 13 febbraio 2018, quando la polizia ha proposto d’incriminare Netanyahu per due casi diversi, le accuse sono diventate molto più gravi.

Da alcuni sondaggi è emerso che la sua popolarità è perfino aumentata

Sigari e champagne

Nel primo, noto come “Caso 1.000”, Netanyahu è accusato di aver accettato regali da alcuni miliardari in cambio di favori, come sveltire il rinnovo di un visto di residenza negli Stati Uniti. A quanto pare, il valore dei loro generosi doni – sigari, champagne e cose simili – ammonta a circa 288mila dollari (uno dei benefattori è Arnon Milchan, il produttore del film Pretty woman).

Il secondo caso riguarda Arnon Mozes, l’editore di Yediot Aharonot, il principale quotidiano a pagamento israeliano, da tempo critico nei confronti di Netanyahu, ma più per questioni personali che per divergenze politiche. Secondo la polizia i due nemici si sarebbero incontrati diverse volte per discutere scambi di favori. Mozez avrebbe accettato di abbassare il tono delle critiche al primo ministro pubblicate dal suo giornale. E in cambio Netanyahu si sarebbe offerto di mettere in ginocchio Israel Hayom, un popolare quotidiano gratuito che è finanziato dal magnate americano Sheldon Adelson, e ha fatto perdere a Yediot una buona fetta dei suoi introiti pubblicitari. Non ci sono prove che Netanyahu abbia mantenuto la promessa. Anzi, sembra che abbia fatto il contrario: nel 2014 ha indetto elezioni anticipate per bloccare una legge che avrebbe limitato la distribuzione del giornale di Adelson. Ma anche solo averlo promesso potrebbe costituire reato.

In passato queste accuse sarebbero state sufficienti per mettere fine alla carriera di un politico israeliano. Nel 1977 Yitzhak Rabin si dimise quando un giornalista scoprì che sua moglie aveva un conto bancario all’estero, che conteneva circa 10mila dollari. Per quanto oggi possa sembrare strano, avere un conto all’estero era un reato in Israele, che all’epoca era un paese relativamente povero e aveva un disperato bisogno di valuta straniera. Rabin ammise che era stato un “errore” e disse che non “si sarebbe nascosto dietro l’immunità parlamentare”. Non c’era alcun sospetto di corruzione, ma quella piccola violazione era sufficiente per far perdere il posto a un primo ministro.

Ora non è più così. Il paese, un tempo idealizzato per la sua cultura dei kibbutz, ha abbracciato l’economia neoliberista: tra gli appartenenti all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), il club dei paesi ricchi, Israele è secondo solo agli Stati Uniti per disparità di redditi. “In passato la nostra era una società omogenea in cui nessuno era troppo ricco”, dice Ifat Zamir, presidente della sezione israeliana di Transparency international. “Poi, negli anni novanta qualcuno ha cominciato a guadagnare di più, il mondo è cambiato, e ora la gente non si fida più del governo”.

L’elenco si allunga

Molti israeliani hanno reagito con disinteresse alle accuse contro Netanyahu. I militanti di sinistra hanno organizzato proteste ogni settimana, ma perfino la scorsa estate, quando le contestazioni erano al culmine, i partecipanti erano solo qualche migliaio. Alcuni mesi dopo erano poche centinaia. E molti dei manifestanti già non avevano simpatia per il primo ministro. La base di destra che lo sostiene non l’ha abbandonato. Anzi. Da alcuni sondaggi è emerso che la sua popolarità è perfino aumentata.

I primi giorni dopo l’annuncio della polizia, si poteva pensare che Neta­nyahu avrebbe mantenuto il suo posto. Ma l’elenco dei presunti reati continua ad allungarsi. Netanyahu è accusato di aver stretto un accordo segreto anche con Shaul Elovitch, il proprietario di Bezeq (la principale azienda di telecomunicazioni israeliana) e di Walla (un sito molto popolare). In questo caso si sarebbe trattato di favori da centinaia di milioni di dollari. La polizia sta inoltre indagando per accertare se Neta­nyahu e i suoi collaboratori abbiano proposto a una giudice la promozione a procuratrice generale se lei avesse accettato di bloccare una causa contro la moglie del premier.

Ebrei ultraortodossi all’ingresso della Tomba dei patriarchi, a Hebron, in Cisgiordania, nel 2015  (Pietro Masturzo, Prospekt)

C’è anche il sospetto che alcuni alti funzionari della sicurezza abbiano accettato soldi da un gruppo tedesco che produce i sottomarini nucleari usati dalla marina israeliana. Qui Netanyahu non sarebbe coinvolto personalmente, ma vari suoi consulenti sono indagati. Come dice un deputato israeliano che ha chiesto di rimanere anonimo: “Abbiamo ancora poche linee rosse, e una di queste è intromettersi nella sicurezza nazionale”.

Se un giorno Netanyahu finisse nel carcere di minima sicurezza di Maasiyahu, seguirebbe un sentiero già battuto. Nel febbraio del 2016 è stato portato in quella struttura il suo predecessore Ehud Olmert, che due anni prima era stato condannato a 19 mesi di prigione per corruzione. Un programma radiofonico voleva dare qualche consiglio al nuovo detenuto, e ci è riuscito facilmente. Molti ex ministri erano già passati dalle carceri israeliane: i conduttori hanno chiamato l’ex ministro della sanità Shlomo Benizri per dare qualche consiglio.

Ma il caso di Netanyahu potrebbe essere diverso: la legge dice chiaramente che un ministro accusato di gravi reati deve dimettersi, ma non dice nulla a proposito del primo ministro. Olmert si è dimesso prima di essere incriminato. Il suo successore, invece, è determinato a restare in carica. I giuristi sostengono che può farlo fino alla sentenza definitiva. Quindi, almeno per ora, la battaglia di Netanyahu è politica.

Olmert si è fatto da parte dopo che i partner della sua coalizione gli avevano detto, prima in privato e poi pubblicamente, che non lo avrebbero più appoggiato. Inoltre era stato attaccato con forza dall’opposizione: “Un primo ministro che è immerso fino al collo nelle indagini non ha nessun mandato né morale né pubblico”, aveva dichiarato il leader dell’opposizione.

Quel leader era Benjamin Netanyahu, che però sembra essersi dimenticato delle sue stesse parole. Nessuno sta veramente facendo pressione perché si dimetta. Gli alleati sono rimasti al suo fianco. Il ministro dell’istruzione Naftali Bennett, che era a Washington per partecipare alla conferenza dell’Aipac, ha dichiarato che Netanyahu dovrebbe essere considerato innocente fino a prova contraria. La ministra della cultura, la populista Miri Regev, ha detto di non dare “troppa importanza” alle accuse contro Netanyahu: “Non corro a fare un’esecuzione in piazza”.

Il Likud continua a comportarsi come se fosse un partito di opposizione

Il primo ministro ha buoni motivi per essere ottimista. I sondaggi israeliani non sono sempre affidabili, infatti prima delle elezioni del 2015 davano quasi tutti il Likud, il partito di Netanyahu, indietro rispetto al centrosinistra. Ma costituiscono comunque un buon indicatore dell’umore del paese. Secondo l’ultimo sondaggio condotto da Channel 10, il Likud potrebbe conquistare 29 seggi, solo uno in meno di quelli che ha oggi. Al secondo posto, con 24 seggi, ci sarebbe il partito di centro Yesh Atid, la cui popolarità è sempre stata altalenante. Il Partito laburista sarebbe al terzo posto con soli 12 seggi, metà di quelli attuali. Per il resto la composizione del parlamento rimarrebbe più o meno invariata.

Alcuni osservatori dipingono Israele come un paese che tende inesorabilmente a destra, ma è una semplificazione. Nel 1981 il blocco religioso e di destra ottenne 64 dei 120 seggi della knesset, nel 2015 ne ha vinti 67. Il centrosinistra ha perso molto terreno ma soprattutto a favore dei partiti arabi, che sono nati negli anni novanta. Le dimensioni del blocco conservatore-religioso sono rimaste quasi costanti per una generazione. Il vero cambiamento è avvenuto all’interno dei blocchi. Nel 1981 i due partiti maggiori – il Likud e il Maarakh, un predecessore del Partito laburista – ottennero 95 seggi, circa quattro quinti del parlamento, e nessun altro partito ottenne più del 5 per cento dei voti. Alle ultime elezioni, invece, il Likud e i laburisti hanno conquistato solo 54 seggi. Anche se decidessero di formare un governo di unità nazionale, non avrebbero comunque la maggioranza. Altri sette partiti, che coprono tutto lo spettro ideologico, hanno superato la soglia del 5 per cento.

Questa frammentazione rende difficile formare coalizioni. Netanyahu potrebbe rimettere insieme quella attuale, anche se con una maggioranza più ristretta. Yair Lapid, il leader di Yesh Atid, non raggiungerebbe la maggioranza neanche con una coalizione che andasse dal centrodestra all’estrema sinistra. Per superare la soglia dei 60 seggi, Lapid avrebbe bisogno dei partiti ultraortodossi o di Yisrael Beiteinu, una forza di estrema destra che nel 2015 ha basato la sua campagna elettorale sulla pulizia etnica e sul ritorno alla pena di morte. E Lapid ha costruito tutta la sua carriera politica contro gli ultraortodossi, chiedendo tagli ai benefici sociali di cui godono e la fine per loro dell’esenzione dal servizio militare. In entrambi i casi quindi sarebbe in grande imbarazzo.

Mister status quo

Quasi tutti i politici di destra e di sinistra che potrebbero sostituire Netanyahu sono nelle stesse condizioni. Anche se è ancora il leader dell’opposizione, l’impopolare Isaac Herzog non controlla più il Partito laburista. Il suo successore, Avi Gabbay, è stato eletto capo del partito l’anno scorso e si è messo a corteggiare gli elettori di destra. Il suo livello di popolarità è precipitato e non è ancora risalito. Il partito Casa ebraica guidato da Bennett è troppo legato ai coloni, e quello di Avigdor Lieberman, Yisrael Beiteinu, agli emigrati russi. Nessuno dei due ha la possibilità di conquistare la maggioranza in parlamento. Alcuni generali a riposo stanno pensando a una seconda carriera in politica, ma devono trovare un partito a cui unirsi, e diversi di loro sono ancora in un periodo di transizione che non gli consente di presentarsi alle elezioni. Al momento, il Likud è l’unica forza politica che potrebbe realisticamente formare un governo.

La capacità di recupero di Netanyahu è sorprendente, considerato che ha ben poco da offrire ai suoi elettori. I suoi oppositori spesso lo deridono chiamandolo “Mister status quo”. Nel 2011, per esempio, il paese fu scosso da grandi manifestazioni. Cominciarono a luglio con un gruppetto di tende su uno dei viali alla moda di Tel Aviv, e a settembre centinaia di migliaia di persone erano in piazza per lamentarsi dell’alto costo della vita. Ma si conclusero senza aver ottenuto nessuna riforma importante. Oggi il costo delle tariffe dei cellulari è sceso. I supermercati hanno abbassato il prezzo dei formaggi. Ma le fondamenta dell’economia sono rimaste invariate.

Netanyahu ha fatto poco per risolvere la carenza di alloggi, che impedisce alla maggior parte dei giovani di potersi permettere un appartamento (per comprare una casa di cinque stanze ci vogliono sedici anni di stipendio medio, rispetto ai sette e mezzo in Francia e ai cinque negli Stati Uniti). Il premier non ha neanche cercato di risolvere il problema delle continue schermaglie religiose e culturali che intorbidano la politica israeliana, dai divieti imposti alle attività durante lo Shabbat alle crescenti provocazioni contro gli attivisti e gli accademici progressisti.

Visto dall’estero, per alcuni l’errore più imperdonabile di Netanyahu è che non sta facendo nulla per il processo di pace. Ogni mese l’Istituto per la democrazia in Israele conduce un sondaggio che chiama Indice della pace. Le prime due domande sono sempre le stesse: sei favorevole ai colloqui di pace con i palestinesi? Pensi che funzioneranno? Le risposte negli ultimi tempi sono abbastanza pessimistiche. Circa il 60 per cento degli ebrei israeliani è favorevole al processo, ma solo il 18 per cento pensa che porterà alla pace. Se sovrapponiamo i due dati, significa che appena un ebreo israeliano su dieci è favorevole ai colloqui e crede nella soluzione a due stati. La stragrande maggioranza pensa che tutto rimarrà com’è. E i palestinesi sono altrettanto rassegnati.

“Quando è salito al potere, Netanyahu aveva due obiettivi”, dice un suo ex consulente che ha chiesto di rimanere anonimo. “Uno era smantellare gli accordi di Oslo”. Il primo ministro non l’ha mai ammesso apertamente, almeno in pubblico. Ma senza dubbio l’ha raggiunto.

Da quasi dieci anni prende tempo, accetta il processo di pace ma non fa le concessioni che potrebbero farlo avanzare. Dice una cosa in ebraico e un’altra in inglese. Qualche giorno prima delle elezioni del 2015 ha promesso che non avrebbe mai accettato uno stato palestinese. Una volta che si è assicurato la vittoria – e dopo le severe critiche espresse in occidente – ha cercato di ritrattare. Quando Trump è entrato in carica e ha chiesto a Israele di “limitare” gli insediamenti, Netanyahu era stupito. “Prima o poi Trump perderà interesse per la questione”, prevedeva un altro consulente nel 2017, durante la visita di Trump a Gerusalemme. E infatti ora il presidente statunitense non parla con i palestinesi e sembra dubitare di poter raggiungere quello che aveva chiamato un “accordo definitivo”.

A dire la verità anche un primo ministro più moderato avrebbe difficoltà a negoziare con i palestinesi, divisi tra Al Fatah, il partito laico che controlla la Cisgiordania, e Hamas, il gruppo islamista al potere nella Striscia di Gaza dal 2007. Né avrebbe aiuto dall’attuale amministrazione statunitense. L’ambasciatore americano in Israele, David Friedman, è un incrollabile sostenitore degli insediamenti. Jared Kushner, il genero di Trump, la cui famiglia ha un ente benefico che ha fatto donazioni a gruppi di coloni, doveva svolgere un ruolo chiave nel processo di pace. Ma oggi è sommerso dagli scandali e alla Casa Bianca è molto meno influente.

Problemi secondari

Niente fa pensare che il successore di Netanyahu sarà più capace di realizzare la soluzione a due stati e più disposto a farlo. Dei sei uomini che potrebbero sostituirlo, quattro sono dichiaratamente contrari a uno stato palestinese. Bennett vorrebbe annettere due terzi della Cisgiordania, escludendo la possibilità di uno stato palestinese. Lieberman respinge completamente l’idea, come molti dei leader del Likud. Quando i giornalisti di Walla hanno interpellato i ministri, solo quattro hanno dichiarato di essere disposti a sostenere pubblicamente il progetto dei due stati. Anche se sono favorevoli a questa soluzione, Lapid e Gabbay sono sempre stati molto vaghi su come realizzarla. Propongono solo ipotetiche “iniziative regionali” e un “coinvolgimento degli stati arabi”.

La colonia israeliana di Ytzar, in Cisgiordania, nel 2013 (Pietro Masturzo, Prospekt)

Ci sono pochi incentivi a fare diversamente. Il tema non porta molti voti né compare spesso nei dibattiti politici. Prima delle elezioni del 2015, i leader di quasi tutti i maggiori partiti hanno partecipato a un dibattito televisivo di due ore e mezza. La parola “pace” è stata pronunciata cinque volte in tutto, tre da Ayman Odeh, del partito che rappresenta i cittadini palestinesi d’Israele. “Non è un parametro utile per distinguere un partito dall’altro”, dice Dani Dayan, un ex leader dei coloni ora console generale a New York. “Tutti sanno che non importa chi diventerà primo ministro, non cambierà nulla”.

Il primo incarico di Netanyahu durò solo tre anni. Nel 1996 vinse per pochi voti, e i suoi rapporti con gli elettori si guastarono subito: il processo di pace si era inceppato; la sanguinosa occupazione del Libano meridionale sembrava infinita; sospetti di corruzione gravavano già su di lui e su alcuni alleati di coalizione. Nel 1999 fu allontanato ed Ehud Barak vinse le elezioni con un margine di 12 punti. Ma Netanyahu, commentando la sconfitta la sera delle elezioni, disse ai suoi collaboratori: “Ho perso perché non ho un giornale”. Prima di presentarsi di nuovo alle elezioni, dieci anni dopo, risolse il problema.

Israel Hayom non ha mai cercato di essere una fonte di notizie obiettiva. È sempre stato un giornale in perdita, pesantemente finanziato da Adelson e fa solo propaganda a Netanyahu. Pare che l’ufficio stampa del premier detti addirittura i titoli.

L’ambizione di Netanyahu, tuttavia, va ben oltre vincere la guerra dei giornali. A settant’anni dalla fondazione di Israele, la storia politica del paese può essere divisa approssimativamente in due parti. La prima fu dominata dai predecessori di centrosinistra del Partito laburista. L’establish­ment era in gran parte costituito da progressisti laici aschenaziti (gli ebrei provenienti dall’Europa centro-orientale). Il Likud vinse le prime elezioni solo nel 1977, evento definito “una rivoluzione” dal più importante conduttore televisivo dell’epoca. Da allora la sinistra fatica a tornare al potere. Per 29 degli ultimi quarant’anni, i primi ministri sono stati di destra. Eppure il Likud continua a comportarsi come se fosse un partito di opposizione. Netanyahu e i suoi alleati sostengono di lottare per strappare il potere alle vecchie élite: i militari, i giudici, gli accademici.

A detta dei suoi consulenti, questo era il secondo obiettivo di Netanyahu: rimodellare le istituzioni israeliane. Lo dimostra, per esempio, la sua ossessione per i mezzi d’informazione. Ha nominato un numero senza precedenti di esponenti religiosi nei posti chiave dei servizi di sicurezza. La nazionalista Ayelet Shaked, ministra della giustizia, sta cercando di cambiare il modo in cui sono nominati i giudici, trasferendo questo potere dal sistema giudiziario, considerato di sinistra, al parlamento. La ministra della cultura attacca continuamente gli artisti e ha proposto un “test di fedeltà” a chi riceve finanziamenti dallo stato.

Quasi uno studente delle elementari su quattro è ultraortodosso, rispetto a uno su dieci di una generazione fa. Anche se gran parte degli israeliani è favorevole a una maggiore separazione tra potere religioso e stato, i politici ultraortodossi stanno premendo nella direzione opposta. Nell’autunno del 2016 si sono opposti al progetto delle ferrovie dello stato di fare la manutenzione di sabato. Il progetto aveva un senso: il sabato i treni sono fermi, sulle strade c’è meno traffico e la maggior parte delle persone non lavora. Ma gli haredim, su pressione dei loro elettori, hanno minacciato di far cadere il governo se non avesse fermato i lavori. Netanyahu ha indugiato fino all’ultimo, poi ha annullato i lavori. Una decisione che è costata milioni allo stato e ha causato un ingorgo la domenica successiva. Tutto questo per non alienarsi le simpatie di un elettorato religioso che infastidisce la maggior parte degli israeliani.

Il collante della società

Gli ebrei israeliani hanno idee fondamentalmente incompatibili sulla definizione di Israele come “stato ebraico e democratico”. Il 69 per cento degli ultraortodossi e il 46 per cento dei nazionalisti religiosi pensano che Israele sia troppo democratico. Il 59 per cento dei laici pensa che sia troppo ebraico. La maggior parte degli israeliani ritiene inappropriato che i partiti arabi facciano parte della coalizione al governo, e molti considerano accettabile che lo stato conceda più fondi alle comunità ebraiche che a quelle arabe.

Da sapere
Prove sufficienti

◆ Benjamin Netanyahu, leader del partito di destra Likud, è eletto primo ministro nel 1996 e ricopre l’incarico fino al 1999. Riassume la carica nel 2009; nel 2013 è rieletto e nel 2015 ottiene un quarto mandato.

◆Il 13 febbraio 2018 la polizia israeliana dichiara che ci sono abbastanza prove per incriminare Netanyahu per corruzione, frode e abuso d’ufficio in due diversi casi. Tre persone della sua cerchia accettano di collaborare con gli inquirenti.

◆La sera del 18 aprile si celebra il 70° anniversario dell’indipendenza d’Israele, proclamata il 14 maggio 1948. Come tutte le festività nazionali, anche questa viene celebrata seguendo il calendario ebraico, quindi cade ogni anno in una data diversa.

Bbc, Haaretz


Nei primi decenni dopo il 1948, Israele era circondato da stati arabi ostili (e molto più grandi). La sensazione del pericolo comune contribuiva a tenere uniti gli ebrei di tutto il mondo, soprattutto perché il ricordo dell’Olocausto era ancora fresco. Dopo i trattati con l’Egitto e la Giordania quei legami si indebolirono, ma il processo di pace continuò a tenere insieme la società israeliana, anche se divisa a metà. Il “campo della pace”, convinto che la soluzione a due stati fosse l’unico modo per salvaguardare il futuro del paese, e i suoi oppositori: c’era comunque il senso di un destino comune su cui le due parti si confrontavano.

Ma ormai, nel 2018, non c’è più nessuna minaccia che tenga uniti gli israeliani. Il paese ha firmato trattati di pace con due dei suoi quattro vicini; il terzo, la Siria, è in macerie; e il quarto, il Libano, è così debole che Israele usa regolarmente il suo spazio aereo per lanciare attacchi in Siria. Hezbollah costituisce un pericolo serio, ma non sarebbe comunque in grado di distruggere il paese, ed è frenato sia dal suo coinvolgimento in Siria sia dalla deterrenza israeliana.

Né il programma nucleare iraniano né il movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni minacciano la sopravvivenza di Israele. E mantenere le cose come stanno con i palestinesi sembra sostenibile sul lungo periodo. Pochi israeliani ci pensano. Il collante della società non può essere la necessità di affrontare insieme un pericolo mortale, perché questa minaccia non esiste. “A questo punto, e per il prossimo futuro, Israele non corre alcun pericolo esistenziale”, ha detto Moshe Yaalon, che è stato ministro della difesa fino al 2016. Ofer Zalzberg, un analista dell’International crisis group, sembra d’accordo con lui: “Siamo in piena crisi d’identità. La gente ha paura della globalizzazione, di perdere le proprie tradizioni. È l’autonomia del singolo contro la tradizione ebraica. E nessuno sa chi vincerà”.

Se Netanyahu lasciasse il suo incarico domani, sarebbe difficile scegliere il suo epitaffio politico. Menachem Begin firmò un trattato di pace con l’Egitto e Rabin fece lo stesso con la Giordania. Barak mise fine alla decennale occupazione del Libano. Ariel Sharon si ritirò da Gaza. Shimon Peres introdusse riforme importanti che spianarono la strada all’attuale economia israeliana basata sulla tecnologia. Perfino Olmert, nonostante la sua fine ingloriosa, potrebbe sostenere di aver cercato seriamente la pace con la Siria e con i palestinesi.

Netanyahu è semplicemente sopravvissuto. Durante il suo terzo mandato ha approvato un progetto per costringere gli ultraortodossi ad arruolarsi; durante il quarto l’ha rimandato. Ha annunciato con grande clamore l’istituzione di uno spazio lungo il Muro del pianto in cui uomini e donne potevano pregare insieme, ma non l’ha mai aperto. Non ha mantenuto la promessa di abbassare i prezzi e il costo delle case. Nessuna delle sue guerre è stata decisiva.

Un alto ufficiale dell’esercito israeliano, che ha chiesto l’anonimato, ha definito Netanyahu “il personaggio di una tragedia greca”. È un abile politico, è una persona colta, conosce bene la storia mondiale e la geopolitica contemporanea. Come uomo di destra, figlio di un eminente storico revisionista ed ex appartenente alle truppe speciali, aveva tutte le carte per essere un politico in grado di operare una trasformazione, come Begin. Ma la sua sete di potere l’ha spinto a usare tattiche a breve termine invece di grandi strategie, e nel frattempo le spaccature della società israeliana sono diventate più profonde. “È un concentrato di arroganza”, ha detto l’ufficiale.

Come ha scritto a febbraio su Haaretz il giornalista Raviv Drucker: “Quando Netanyahu se ne andrà, molte delle sue contorte prassi politiche se ne andranno con lui. Non è la corruzione che è in gioco, ma la normalità”. Questo è abbastanza vero. Il prossimo primo ministro, chiunque sia, probabilmente non dovrà rendere conto di sigari, champagne e maltrattamenti al personale domestico. Sua moglie non ruberà i rimborsi per le bottiglie rese. Suo figlio non chiederà ai figli di ricchi oligarchi di prestargli soldi per una prostituta.

Ma sulle questioni più importanti per il futuro di Israele – il rapporto con i palestinesi e con se stesso – il suo successore potrebbe non essere molto diverso. ◆ bt

Gregg Carlstrom è un corrispondente dell’Economist dal Medio Oriente. Alcune parti di questo articolo sono state adattate dal suo libro How long will Israel survive? The threat from within (C. Hurst & Co. Publishers 2017).

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Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati