Sono ormai tanti i libri in italiano che permettono di farsi un’idea del rapporto tra la politica del governo israeliano per eliminare i palestinesi dai Territori occupati e la discussione sulla definizione di antisemitismo che pare un tema sempre più lacerante del dibattito politico. Nonostante questo, è un saggio che merita di essere letto perché contiene qualcosa in più. In primo luogo è scritto da un autore che, in virtù del suo doppio status di israeliano nato in un kibbutz da genitori sionisti e di studioso internazionalmente riconosciuto dell’Olocausto che ha deciso di insegnare negli Stati Uniti, ha tutti i titoli per intervenire. L’insieme di questi elementi non è casuale poiché, come Bartov spiega nell’introduzione, proprio l’esperienza nell’Idf lo ha portato a interrogarsi sulle motivazioni dei soldati tedeschi della seconda guerra mondiale. I primi capitoli affrontano in modo originale temi noti: l’attenuazione della consapevolezza dell’opinione pubblica israeliana, il cambiamento nella definizione di antisemitismo, l’ambiguità della frase “mai più!”. Seguono parti illuminanti, sul confronto tra il 7 ottobre e il successivo massacro dei civili di Gaza e sulla mancanza di una costituzione che, a giudizio dell’autore, è un elemento fondamentale per comprendere alcune lacune strutturali della democrazia israeliana. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati