Al telefono la voce di Linda si spezza. Dal luglio 2024 non aveva notizie del marito, partito per la Russia con la promessa di un lavoro ben retribuito, abbastanza da poter mandare soldi per i genitori malati e il bambino di due mesi. Ma una mattina di febbraio Linda ha saputo che il nome del marito, Joël, è in una lista di reclute africane uccise in Ucraina. Era nel 255° reggimento di fanteria motorizzata. La sua morte risale al 24 maggio 2025, dieci mesi dopo la partenza. Aveva 24 anni. Linda si chiede dov’è il suo corpo, se è stato sepolto. Impossibile darle una risposta.
L’elenco fa parte di un rapporto pubblicato dal consorzio investigativo All eyes on Wagner (Aeow). Contiene i nomi di 1.417 cittadini di 35 paesi africani arruolati nell’esercito russo tra il 2023 e la metà del 2025, di cui 316 sono morti. Se l’Egitto è il paese più rappresentato con 361 reclute, il Camerun è quello che paga il tributo più pesante, con 94 morti su 335 combattenti censiti. Anche i gambiani sono stati decimati: su 56 registrati, 23 sono morti. Il camerunese Joël è stato inserito nel contingente gambiano, probabilmente a causa di un errore amministrativo russo.
La lista arriva dal programma ucraino “Voglio vivere”, che esorta i combattenti russi ad arrendersi e dà l’idea della strage in corso, con un tasso di mortalità tra le reclute superiore al 22 per cento, senza contare i feriti e i dispersi. L’età delle persone arruolate va dai 18 ai 57 anni, con una media di 31 anni. Molte famiglie africane sono preoccupate dalla mancanza di notizie. Secondo Lou Osborne, che fa parte del collettivo Aeow, la pubblicazione della lista “permetterà alle famiglie, spesso senza notizie da mesi, di sapere cosa ne è stato dei loro cari, di rivolgersi alle autorità per chiedere la restituzione dei corpi o il rilascio delle persone tenute prigioniere, e di fare qualcosa contro i reclutamenti”.
L’elenco mostra solo una parte della realtà. In un rapporto dell’Istituto francese di relazioni internazionali (Ifri), il ricercatore Thierry Vircoulon stima che i combattenti stranieri nell’esercito russo siano tra i diciotto e i ventimila, e fra questi ci siano tre o quattromila africani. “Dal 2023, per far fronte alla guerra di logoramento, la Russia ha intensificato gli sforzi per diversificare le risorse umane militari”, scrive Aeow. Prima Mosca ha svuotato le carceri, poi ha cercato all’estero: “Questo reclutamento è la struttura portante di una strategia costruita intorno a combattenti da impiegare per ondate di assalti che mirano a sfiancare le difese ucraine”.
Secondo il rapporto dell’Ifri, le campagne di reclutamento prendono di mira “i giovani poveri delle città, che vedono l’emigrazione economica come una soluzione per una vita migliore e si rendono conto che l’Europa è inaccessibile. Spinti principalmente da motivazioni economiche, i reclutati vengono spesso raggirati con false offerte di corsi di formazione e di lavoro. Queste assunzioni irregolari e ingannevoli sono simili a una forma di traffico di esseri umani, la cui conseguenza più tragica è l’invio al fronte di mercenari dilettanti come carne da cannone”.
Una strategia descritta nei dettagli da un volontario camerunese intervistato da Radio France Internationale: l’uomo aveva raccontato che pensava di aver trovato lavoro come guardiano per circa duemila dollari al mese, ma si era ritrovato al fronte dopo un breve addestramento, per poi essere ferito, mentre molti dei suoi compagni africani erano stati uccisi. Un percorso simile a quello di Joël, inviato a Donetsk dopo due settimane di addestramento e morto meno di un mese e mezzo dopo l’arrivo a Mosca.
Una rete di intermediari
Aeow ha indagato sulle filiere del reclutamento, basate su una moltitudine di agenzie di viaggio in Russia e in Africa che promettono “procedure accelerate”. Queste agenzie collaborano con reclutatori in Russia che usano i social media e le app di messaggi – come Facebook, Instagram, Telegram e TikTok – per raggiungere i loro target proponendo foto e video che esaltano la vita in Russia, sullo sfondo dei grattacieli di Mosca o di auto di lusso. Alcuni abbracciano apertamente la causa imperialista russa.
◆ Mentre aumentano le segnalazioni su africani attirati con false promesse nel conflitto tra Russia e Ucraina, i gruppi della società civile stanno facendo pressione sull’Unione africana perché adotti misure concrete per proteggere gli abitanti del continente. Intanto il ministro degli esteri keniano Musalia Mudavadi ha annunciato che a marzo andrà in visita ufficiale a Mosca per discutere dei cittadini keniani reclutati dall’esercito russo. Il 15 febbraio la Nigeria ha lanciato un avvertimento ai suoi cittadini invitandoli a non fidarsi delle offerte di reclutamento in conflitti all’estero, dopo la notizia che erano stati ritrovati i corpi di due nigeriani sul fronte ucraino. Pochi giorni prima il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa aveva annunciato che il leader russo Vladimir Putin gli aveva promesso di aiutarlo a riportare a casa 17 sudafricani trovati a combattere nel Donbass.
Le promesse sono allettanti: alla firma, un premio di migliaia di dollari; una paga mensile tra i duemila e i 2.500 dollari, ma superiore se si è “specialisti”; un’assicurazione sanitaria e agevolazioni per ottenere la cittadinanza una volta finito il contratto. Queste promesse, però, rimangono spesso lettera morta.
Le campagne passano anche attraverso reti di influenza ormai ben note nel continente: i centri culturali russi, ma anche i mezzi d’informazione e i giornalisti che si dichiarano neopanafricanisti. Tra i volti nuovi ci sono alcune reclute dell’emittente Russia Today, come la camerunese Maryam Feudjio, che realizza video in cui riprende parola per parola la retorica russa o dei paesi dell’Alleanza degli stati del Sahel (Aes).
Dall’inchiesta di Aeow emergono vari profili delle reclute: persone attirate da false offerte di lavoro o studenti costretti a passare dalle aule universitarie ai campi di battaglia, come il senegalese Malick Diop, che era partito per studiare a Nižnij Novgorod e ora è prigioniero degli ucraini. In un recente video ucraino si vede anche un egiziano di 25 anni, diplomato di un corso di lingue in Russia e poi costretto a firmare un contratto con l’esercito per mantenere il visto. Il Togo ha dichiarato che alcuni suoi giovani cittadini sono stati ingannati con promesse di lavoro o di studio. Il Kenya, ricorda Aeow, ha fatto chiudere due aziende, la Global face human resources e la Ecopillars manpower. Secondo il rapporto, “le vittime firmavano accordi per pagare fra i 13mila e i 18mila dollari a una società straniera non meglio identificata che si occupava del visto e della logistica del viaggio”. Il dirigente è stato arrestato e un imprenditore russo residente a Nairobi è stato espulso. Nell’elenco di Aeow sono presenti 45 keniani, ma secondo un articolo del Washington Post sarebbero “centinaia” quelli passati per la Russia.
Paghe allettanti
Altri africani, invece, partono volontariamente, dopo essere stati in contatto con mercenari dell’ex gruppo Wagner. La presenza di burkinabè e centrafricani, già documentata, è confermata dall’inchiesta. Ci sono perfino dei militari camerunesi che hanno disertato per raggiungere la Russia. Nel marzo 2025 il ministero della difesa di Yaoundé aveva lanciato l’allarme su alcune “partenze clandestine” e vietato ai militari di lasciare il territorio senza autorizzazione. Un successivo rapporto dell’Institute for security studies sudafricano scriveva che “la professionalizzazione dell’esercito ha trasformato i militari camerunesi in specialisti, con esperienza di combattimento e capacità tecniche riconosciute”. Secondo il rapporto, un soldato di seconda classe nell’esercito camerunese guadagna dieci volte meno di quanto gli possono offrire i russi.
Un altro canale di reclutamento è l’industria bellica. Varie inchieste hanno già parlato del programma “Alabuga start”, che mira ad attirare giovani donne africane nella zona economica speciale del Tatarstan, dove hanno sede le principali fabbriche di droni destinati all’esercito russo. Anche in questo caso, i requisiti sono bassi e le retribuzioni allettanti. Attualmente è in corso una campagna di reclutamento che prende di mira in particolare la Costa d’Avorio.
Alcuni di questi metodi possono essere assimilati alla tratta di esseri umani, avvertono le Nazioni Unite. Su questa base è in corso un’indagine in Sudafrica, che coinvolge la figlia dell’ex presidente Jacob Zuma. In questo paese e in Kenya ci sono state proteste delle organizzazioni della società civile. Da mesi famiglie e combattenti diffondono video in cui chiedono alle autorità di rimpatriarli. Il 10 febbraio il ministro degli esteri keniano ha annunciato una visita a Mosca per “fermare” il fenomeno. Allo stesso tempo, l’Ucraina fa circolare video per dissuadere gli africani dall’arruolarsi per la Russia. ◆ adg
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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati