A circa quindici anni dalla prima pubblicazione, viene riproposta in una nuova veste editoriale la storia del rebetiko, musica ibrida in cui affiora prepotente il sentimento di artisti marginali, abitanti detestati di una baraccopoli di Atene negli anni trenta. Una musica meticcia che riflette chi la suona, incrociando la “tradizione greca con quella degli immigrati turchi”. Proprio perché al contempo meticcia e pervasiva, fu poco amata dal generale greco Metaxas, dittatore che perseguitò quella minoranza. Prudhomme dilata magistralmente il tutto, ambientandolo in un giorno e una notte, ma dandogli la stessa densità di varie ere sovrapposte. Leggendo questo affresco dal sapore onirico tra i vicoli e i locali proibiti pieni di vitalità, torna in mente quanto scriveva Umberto Eco su Maus di Art Spiegelman, su quanto cioè prendesse alle viscere e incantasse il piccolo mondo ebraico in miniatura ora dissolto, descritto in quel fumetto. In quest’altro capolavoro della memoria, Prudhomme coniuga magistralmente un sapiente minimalismo con suggestioni evocative e ne fa un piccolo grande mondo in miniatura, dove tutto diventa duetto, pantomima, teatro e teatrino e la vita è sinonimo di gioia. La vita come un ballo o una musica perpetua. Ma se la vita è un’avventura divertente e anarchica, l’altra sua faccia, quella della tragedia, della sofferenza, c’è tutta. I rebetes, cantori della vita.
Francesco Boille

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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati