Com’è possibile che la principale potenza mondiale non riesca ad avere la meglio su un paese più piccolo e più debole, che tra l’altro è stato devastato dalle sanzioni economiche e da settimane di attacchi aerei?
Per capire come gli Stati Uniti si sono messi in questa situazione nella guerra contro l’Iran, si può prendere in prestito la teoria dei giochi. Il presidente Donald Trump ha deciso di affrontare Teheran al “gioco del pollo”, una partita a chi molla per primo. Immaginate due macchine lanciate una contro l’altra, fino a quando uno dei due guidatori si spaventa e cambia traiettoria. In questo tipo di situazione, quando c’è una parte che lotta per la sopravvivenza e un’altra per cui la posta in gioco è molto meno importante, la prima tende a vincere. Per i leader del regime iraniano, una sconfitta significherebbe perdere il potere e correre il serio rischio di essere uccisi. Per Trump, invece, vorrebbe dire solo passare un fine settimana di cattivo umore a Mar-a-Lago, la sua tenuta in Florida. Da questo punto di vista è facile capire perché gli iraniani abbiano più interesse a mantenere la rotta di collisione senza staccare le mani dal volante.
Ma c’è una ragione più grande per cui gli Stati Uniti hanno trovato così difficile rapportarsi con l’Iran, e non riguarda solo Trump e la sua guerra mal concepita. Fin da quando il regime islamico ha conquistato il potere in Iran, nel 1979, Washington ha mantenuto un atteggiamento ambiguo nei suoi confronti. Da un lato, ha sempre avuto questioni specifiche da risolvere, dal ritorno degli ostaggi durante la crisi tra il 1979 e il 1981 al programma nucleare di Teheran. Dall’altro, voleva rovesciare il regime, non limitarsi a negoziarci. Questa tensione tra due atteggiamenti attraversa la politica estera statunitense da quasi cinquant’anni. Washington vuole cambiare alcune politiche dell’Iran o vuole cambiare l’Iran?
Se negoziano con Teheran, gli Stati Uniti devono necessariamente fare delle concessioni e abbassare il livello dello scontro. Soprattutto, impegnandosi a livello diplomatico, riconoscono un certo grado di legittimità alla Repubblica islamica, trattandola come un interlocutore serio e accettando che rappresenti l’Iran sulla scena mondiale. Ma questo riconoscimento non è accettabile per una parte delle élite politiche statunitensi, convinte che la Repubblica islamica sia illegittima, che non dovrebbe esistere e che l’unico obiettivo dev’essere quello di rovesciarla. Il problema è che Washington vuole cose che solo l’Iran può concedere. È per questo che perfino il presidente Ronald Reagan negoziava segretamente con i mullah iraniani mentre li attaccava pubblicamente.
Un po’ di coerenza
Nella politica di Trump, questa tensione emerge quasi ogni giorno. In un post sui social minaccia di distruggere la civiltà iraniana e mettere fine a 47 anni di malvagità; in un altro, pubblicato poche ore dopo, parla dei progressi delle trattative con Teheran. Avvia negoziati e si dice ottimista riguardo a un accordo, poi tra un incontro e l’altro scatena una guerra e invita gli iraniani a rovesciare il loro governo. Meno di una settimana dopo, torna a promettere che, se accetterà le sue richieste, l’Iran avrà un futuro luminoso.
Gli Stati Uniti hanno avuto un comportamento simile anche con l’Unione Sovietica. Dopo che i comunisti avevano preso il controllo della Russia, nel 1917, Washington interruppe i rapporti diplomatici con Mosca e cercò perfino, in misura limitata, di rovesciare il nuovo regime. Ci vollero quasi sedici anni prima che, con il presidente Franklin D. Roosevelt, riconoscesse l’esistenza del governo comunista e scambiasse ambasciatori con Mosca (1933). Le tensioni riemersero poi alla fine della seconda guerra mondiale. Negli anni settanta la politica di dialogo con l’Unione Sovietica voluta da Henry Kissinger fu aspramente criticata dalla destra, che accusava il segretario di stato di rafforzare la posizione di un impero del male. Kissinger rispondeva che gli Stati Uniti erano avversari dell’Unione Sovietica dal punto di vista ideologico, ma c’erano interessi che non potevano proteggere senza un accordo con Mosca, a cominciare dal controllo delle armi nucleari.
L’equivalente di Kissinger nel contesto dei rapporti tra Stati Uniti e Iran è Barack Obama. L’amministrazione Obama è stata l’unica a scegliere un approccio coerente. L’idea di fondo era che, anche se sarebbe stato meglio avere un altro governo a Teheran, bisognava trattare con quello in carica per affrontare il maggiore pericolo per gli interessi nazionali statunitensi, che anche in questo caso riguardava le armi nucleari.
L’accordo sul nucleare iraniano è stato un tentativo efficace di neutralizzare l’elemento più pericoloso della politica estera iraniana, ma per molti esponenti della destra il prezzo – la legittimazione del regime – era troppo alto. Per questo motivo Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo, una scelta che ha ridimensionato il peso del presidente Hassan Rouhani e rafforzato i rappresentanti più radicali del regime, che hanno immediatamente accelerato il programma di arricchimento dell’uranio. Questa dinamica ha riportato Trump davanti al vecchio dilemma: negoziare o forzare la mano?
A questo punto è chiaro che Trump vuole trattare. Ma se dovesse accettare un accordo potrebbe finire per concedere quello che la Repubblica islamica cercava di ottenere da 47 anni: un’accettazione incondizionata anche da parte delle frange più ostili negli Stati Uniti. Per Teheran, chiaramente, questo risultato vale grandi concessioni. ◆ as
Fareed Zakaria è un commentatore statunitense di origini indiane. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è L’età delle rivoluzioni (Mondadori 2025).
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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati